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«Ad oggi sono divenuti venti i Paesi dell’Europa, che con un gesto senza pre­cedenti, si sono uniti all’Italia, nel suo ricorso alla sentenza contro l’esposizione del croci­fisso nelle scuole pronunciato il 3 novembre da una camera della seconda sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo». Dal suo osservatorio privilegiato di Strasburgo, il direttore del Centro europeo per la legge e la giustizia (Eclj), professor Grégor Puppinck può misurare, giorno dopo giorno, l’impatto del dibattimento di fronte alla Grande Chambre svolto­si a fine giugno, che ha riavviato su richiesta del no­stro governo l’esame del caso.

Professore, a tre settimane dell’udienza che valuta­zione si può dare?

Appare ogni giorno più chiaro che è stata ottenuta u­na vittoria considerevole contro le dinamiche della secolarizzazione. Se l’Italia non ha ancora consegui­to il suo obiettivo da un punto di vista giuridico, di fatto ha riportato politicamente una vittoria assai si­gnificativa. Infatti, a oggi, non sono meno di venti i Paesi europei che hanno dato il loro sostegno ufficiale alla legittimità della presenza del simbolo cristiano nei luoghi pubblici e specialmente nelle scuole.

Venti Stati? Veramente il conto della stampa si era fermato a dieci…

In un primo momento, dieci Stati sono entrati nel caso Lautsi (la cittadina italiana di origine finlandese all’origine del ricorso contro il crocifisso ndr) come ‘terzi intervento­ri’. Ciascuno di questi Paesi (Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Mo­naco, Romania, Federazione russa e San Marino) ha pre­sentato alla Corte una me­moria scritta invitandola a ri­vedere la sua sentenza. Queste memorie non hanno solo un interesse giuridico, ma sono in primo luogo delle notevoli testimonianze della difesa del loro pa­trimonio e della loro identità di fronte all’imposizio­ne di un modello culturale unico. La Lituania per e­sempio non ha esitato a fare un parallelo tra la sen­tenza Lautsi e le persecuzioni religiose che ha subi­to e che si manifestavano, come è noto, con il divie­to dei simboli religiosi.

E gli altri dieci Paesi?

A questi primi dieci Paesi si sono aggiunti, finora, i governi di Albania, Austria, Croazia, Ungheria, Mol­davia, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina che han­no pubblicamente messo in discussione la sentenza della Corte e domandato che le identità e le tradi­zioni religiose nazionali siano rispettate. Molti go­verni hanno insistito sul fatto che questa identità re­ligiosa è all’origine dei valori e della unità europea.

A questo punto come sono gli equilibri tra i 47 Sta­ti membri del Consiglio d’Europa, nel cui ambito si colloca la Corte?

Con l’Italia, già quasi metà degli Stati del Consiglio, si è opposta a que­sto tentativo di se­colarizzazione, di scristianizzazione forzata delle scuo­le, rivendicando, in sostanza, un rico­noscimento giuridico dello speciale ruolo del Cristiane­simo nella società europea. Hanno di fatto anche difeso il loro radicamento in Cristo, perché è conforme al bene comune che Cristo sia presente ed onorato nella so­cietà.

La composizione del raggruppa­mento di Stati che sono scesi in cam­po in difesa del cro­cifisso si presta a considerazioni di natura geopolitica?

Questo raggruppamento, che unisce qua­si tutta l’Europa centrale, orientale e bal­canica, mostra che questa divisione può essere superata, come dimostra l’impor­tanza del sostegno apportato all’Italia dai Paesi di tradizione ortodossa, qualun­que sia ora il loro orientamento politico. Questo importante sostegno è dovuto in parte dalla decisione delle chiese orto­dosse di difendersi dall’avanzata del secolarismo. Mettendo in pratica la richiesta del Patriarca Ciril­lo di Mosca di «unire le Chiese contro l’avanzata del secolarismo» il Metropolita Hilarion ha proposto la costituzione di una «alleanza strategica tra cattoli­ci e ortodossi» per difendere insieme la tradizione cristiana «contro il secolarismo, il liberalismo e il re­lativismo che prevalgono nell’Europa moderna».

Tutto ciò che significato storico ha?

Questo fenomeno importante indica che la “transi­zione democratica” all’Est non si è accompagnata dalla “transizione culturale” fortemente sponsoriz­zata dall’Ovest. Si assiste oggi piuttosto ad un movi­mento inverso di riaffermazione identitaria che pas­sa attraverso una riproposizione del modello orto­dosso della relazione tra Chiesa e potere civile.

E per quanto riguarda le istituzioni europee?

Questo sostegno massiccio arrivato dall’Est alle po­sizioni italiane, può annunciare un rovesciamento nella dinamica di costruzione culturale dell’unità eu­ropea. In effetti, si è sempre pensato che l’unità eu­ropea si sarebbe fatta ineluttabilmente dall’Ovest al­­l’Est, attraverso una “conquista dell’Est” al liberalismo economico, e culturale dell’occidente. Ora, in modo singolare, il caso Lautsi ha provocato un movimen­to di senso inverso dall’Est all’Ovest. L’Est dell’Euro­pa, appoggiandosi sul cattolicesimo si oppone all’O­vest per difendere la cultura cristiana ed una giusta concezione della libertà religiosa. Evidentemente, i difensori della libertà nei confronti del materialismo non si trovano più nella stessa parte dell’Europa dove erano prima.

Pier Luigi Fornari – Avvenire, 25 luglio 2010

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