Educazione, sfida con tre protagonisti

bagnasco-scabini-genova.jpgLo «smarrimento degli adulti», le forti richieste di aiuto da parte dei giovani «dietro le ap­parenti ribellioni » . Ma anche « la grande fiducia in questo decennio»: parole chiave che racchiudono nel­le parole del cardinale Angelo Ba­gnasco tutto il senso della sfida e­ducativa, tema ormai ineludibile dei nostri tempi, emergenza dalla qua­le «la Chiesa non può non sentirsi interpellata, dato che il compito e­ducativo non è ‘altro’ dall’evange­lizzazione, ma parte dello stesso an­nuncio di Cristo». Alla ‘Sfida educativa’ era dedicato ieri a Genova un convegno che pren­deva le mosse dall’omonimo libro edito a settembre da Laterza (e già più volte ristampato), un rappor­to/ proposta voluto dalla Cei (Comi­tato per il Progetto culturale) e affi­dato agli addetti ai lavori, tra i qua­li Eugenia Scabini: «Questo che la Cei ha messo al centro delle sue ri­flessioni è ‘il’ tema della società o­dierna - ha avvertito la preside del­la facoltà di Psicologia della Cattoli­ca di Milano, direttore del Centro studi ricerche sulla Famiglia - . Anche in passato l’educazione è sempre stata un problema complesso, oggi però gli adulti hanno gettato la spu­gna davanti a una società in cui qualsiasi scelta sembra essere am­messa. Quando poi esplodono e­venti allarmanti che coinvolgono i più giovani in comportamenti che ci risultano incomprensibili, come le baby gang o il bullismo, allora la so­cietà ha un sussulto che dura un giorno, e noi ci rifugiamo in regole che ( come il 5 in condotta) sono benvenute perché riportano un po’ di ordine, ma certo non risolvono il problema». Perché educare non si­gnifica applicare una serie di regole pedagogiche - come rileva il testo commentato ieri - , e nemmeno so­lo istruire o formare, ma «generare» l’uomo, dargli quell’alimento inte­riore che è cura responsabile di af­fetto e di senso, senza il quale nes­sun uomo cresce e matura. L’edu­cazione, dunque, è collegata alla tra­smissione tra generazioni di un «sa­pere » che va ben oltre le nozioni ap­prese, e snodo di questa trasmissio­ne è la famiglia, il luogo in cui tocca agli adulti ritrovare, loro per primi, quella passione del vivere da dare ai giovani. Come scrive Natalia Ginz­burg: «Forse l’unica nostra possibi­lità di essere di aiuto ai figli è la ri­cerca di una vocazione. Avere una vocazione noi stessi, amarla e ser­virla con passione, perché l’amore alla vita genera amore alla vita».

È questa, allora, la grande doman­da da cui gli adulti oggi sembrano essersi autoesonerati, spaventati da un ruolo che richiede un’autorevo­lezza alla quale non sono più pron­ti. « Come dice il Santo Padre - ha detto il presidente della Cei - i geni­tori si sentono smarriti, ostacolati soprattutto da tre fattori: primo, l’as­solutizzazione della libertà indivi­duale, che non è più un valore ma ‘il’ valore, anzi il mito assoluto, il dio dominante, di fronte al quale tutti gli altri valori, compresa la vi­ta, devono essere bruciati». Secon­do, la «sfiducia gravissima della ra­gione, per cui non può esistere più una verità assoluta… così è se vi pa­re », così l’isolamento dell’uomo di­venta una morsa mortale e la società si trasforma in massa. «E la massa ­avverte l’arcivescovo di Genova - , si governa facilmente». Terzo, «questa aria di consumismo che non favori­sce la cultura del dono, ma una men­talità edonista»: così ciò che è dedi­zione diventa più difficile, compre­sa l’educazione stessa. Tre le principali difficoltà della no­stra epoca, dunque, ma anche tre le risposte sempre attuali, suggerite da Gesù nell’educare i discepoli: la di­mensione dell’affetto («Venite in di­sparte e riposatevi», disse loro ve­dendoli stanchi), la dimensione ve­ritativa («Io sono il pane della vita», disse loro, che pure non capirono ­ha spiegato Bagnasco - , « significa che non dobbiamo temere di an­nunciare le verità ‘altre’, anche se sappiamo che non saremo compre­si » ), e la dimensione della serietà nell’impegno («Vai lontano da me, Satana», ammonisce Cristo a Pietro che lo distrae dai suoi progetti ). U­na serietà che va chiesta all’educa­tore ma anche al ragazzo, « senza paura che si allontani».

Il pensiero debole - spiega Maria Antonietta Falchi Pellegrini, preside di Scienze Politiche all’università di Genova - è un’autocondanna che ci infliggia­mo da dentro, rinunciando al nostro ruolo di adulti. E la crisi educativa «è prima di tutto culturale, affonda le sue radici in quel pragmatismo na­to nel dopoguerra da una società che abbandonava il pensiero e le sue ca­tegorie per il mito dell’operatività e dell’efficientismo». Che fare allora? «Tornate a mettere al centro l’uomo e il suo spirito critico, ridargli il sen­so di ciò che vale davvero, educarlo a fare le sue scelte in maniera fon­data ». Deve farlo la famiglia, ma an­che la scuola, «oggi troppo dedita al­la produttività, impegnata a inse­gnare ‘ come fare a’ anziché a ri­spondere alle domande di significa­to. Soprattutto occorre rieducare al­la verità dei fatti». Un percorso che il volume dedicato alla ‘Sfida edu­cativa’ propone a tutti gli attori so­ciali indistintamente - ricorda infi­ne padre Mauro De Gioia moderan­do l’incontro - , perché « come ha detto l’editore Giuseppe Laterza, questo libro lo abbiamo voluto non nonostante siamo laici, ma perché lo siamo».

Lucia Bellaspiga – Avvenire, 10 marzo 2010

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