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La rievangelizzazione dell’Occidente? Può partire dalla scienza

Lunedì 26 Luglio 2010

vermeer-scienza-fede.jpgLa decisione di costituire un nuovo Consiglio Pontificio per l’Evangelizzazione dell’Occidente nasce dalla profonda conoscenza dell’evoluzione storica della civiltà da parte di Benedetto XVI e invita quindi alla riflessione non solo la Chiesa, ma anche tutti gli ambiti culturali: filosofia, politica, arte, scienza. Il vescovo e teologo Bruno Forte, commentando in un interessante articolo apparso di recente sul Sole 24ore la costituzione del nuovo dicastero vaticano, offre una lucida analisi dell’attuale decadenza ‘post-moderna’ nella quale l’iniziativa si inserisce. Secondo l’autore, il dissolversi delle grandi ideologie del secolo scorso ci ha lasciato orfani di speranza e di passione per la verità. Di conseguenza l’indifferenza e la superficialità sono diventate vere malattie endemiche che ci rendono facile preda della potenza persuasiva e pervasiva di effimeri modelli edonistici. Come far risuonare in questo contesto la ‘buona novella’? - si chiede Bruno Forte. Perché un messaggio di salvezza sia accolto è necessario che chi lo ascolta si sia già posto delle domande esistenziali cui non abbia saputo dare risposta. Purtroppo la società occidentale, sempre più succube di modelli consumistici e materiali, ha di fatto rimosso tali domande, troppo inquietanti per i suoi ideali televisivi di tranquilla felicità e potrebbe reagire con indifferenza o addirittura con fastidio ed irrisione a chi gli ricordasse con forza: «…Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Un compito non facile quindi, quello del nuovo Dicastero pontificio, ma assolutamente necessario per tentare di salvare la nostra civiltà da un inesorabile declino. L’obiettivo, sia chiaro, travalica il semplice proselitismo religioso: c’è in gioco la salvaguardia dell’identità della natura umana, della caratteristica che ci distingue dagli animali: la passione per la ricerca della verità. Per questo tutti gli uomini, coscienti di essere tali, credenti e non credenti, dovrebbero guardare con interesse all’iniziativa e collaborare al suo successo. Chi potrebbe offrire veramente un aiuto? Forse, inaspettatamente, la scienza può essere oggi un valido alleato. La passione che anima il fisico delle particelle o il cosmologo a rivelare con i loro esperimenti e le loro deduzioni l’invisibile trama razionale che collega i fenomeni spazio-temporali, non è forse una spinta genuina verso una conoscenza unitaria del cosmo e della sua storia? Una conoscenza della realtà che progredisce grazie ad un metodo, quello scientifico, che oggi ha riconosciuto dall’interno i propri limiti, ma dei quali è comunque giustamente fiero perché essi sono anche il motivo del suo innegabile successo e della sua autorevolezza.

Ecco allora che la ri-evangelizzazione dell’Occidente potrebbe cominciare oggi lanciando proprio agli scienziati il messaggio evangelico ‘metanoiete’ ­cambiate mentalità - senza che essi debbano rinunciare a nulla, nemmeno ad uno ‘iota’, della conoscenza acquisita, sollecitati però a cercare il senso delle cose, al di là, ma non in contrasto, con la scienza sperimentale. I vantaggi sarebbero notevoli per tutti: l’invito evangelico entrerebbe direttamente nella realtà vissuta quotidianamente dalla civiltà della tecnologia - figlia della scienza - e il teologo sarà costretto a commentare il significato dei dogmi partendo da ciò che l’uomo d’oggi conosce e percepisce attraverso la scienza: qual è l’interpretazione che dobbiamo dare, oggi, del Peccato Originale? Qual è il significato del secondo albero, quello della Vita, piantato al centro del giardino dell’Eden? Domande che, se innestate direttamente sulle conoscenze scientifiche acquisite e universalmente riconosciute, le farebbero vibrare di attualità ecumenica e indurrebbero tutti, credenti e non, a meditare su cosa sia veramente l’Uomo.

In fondo, come ci ricordava Benedetto XVI in una sua recente catechesi, è quello che fece Tommaso d’Aquino quando, venendo a conoscenza del sistema filosofico aristotelico, non lo considerò estraneo o incompatibile, ma un formidabile aiuto a ripensare la filosofia dei Padri. «Mostrare questa indipendenza di filosofia e teologia e, nello stesso tempo, la loro reciproca relazionalità è stata la missione storica del grande maestro.» - scrive il Pontefice. Oggi, per analogia, il confronto che appare più fruttuoso è quello con la scienza: se l’Aquinate riscrivesse oggi la sua Somma Teologica , disputando sulla natura del tempo (Parte I, Questione 46), sicuramente citerebbe Albert Einstein assieme ad Agostino di Ippona a suffragio delle sue tesi!

Anche la scienza trarrebbe grande vantaggio da una alleanza di scopo con l’iniziativa di rievangelizzazione. Assistiamo sempre più allibiti (almeno in Italia) alla facilità con la quale programmi televisivi pseudoscientifici di grande diffusione mescolino tranquillamente scienza e magia, avvistamenti di Ufo e missioni spaziali, predizioni maya e previsioni del tempo, ponendo il tutto allo stesso livello di veridicità. Sinora le reazioni degli scienziati sono state timide e sporadiche, ma forse ora, dopo che un magistrato li ha chiamati in giudizio per non essere stati in grado di predire con precisione l’istante, il luogo e l’estensione di un evento sismico, si renderanno conto dell’urgente necessità di una ri-alfabetizzazione scientifica, molto simile nelle motivazioni a quella del nuovo dicastero vaticano. Inoltre, un confronto leale e costante tra le due iniziative aiuterebbe la scienza a riflettere, nelle sue varie discipline, su quale sia il reale livello di indipendenza della ricerca dai condizionamenti esterni, materiali ed ideologici e stimolerebbe i filosofi a rientrare in gioco rispolverando la Filosofia della Natura, troppo a lungo lasciata in un angolo.

Qualche tempo fa Ermanno Olmi, parlandomi del progetto di un documentario su ciò che rimane oggi, nella nostra società, del messaggio cristiano, mi confidava che lo avrebbe voluto iniziare (o concludere) parafrasando il principe Miškin dell’Idiota di Dostoevskij: «Solo la scienza salverà il mondo». Scienza invece di bellezza?! Confesso che al momento rimasi molto perplesso: come avrebbe potuto l’arida scienza competere con la bellezza nel tentativo di salvarci? Nella prospettiva ora delineata, offrendo alla scienza l’opportunità di recuperare un’anima, le parole del poeta Ermanno suonano profetiche.

Piero BenvenutiAvvenire, 25 luglio 2010

“Irrazionalità” della fede, “razionalità” della scienza?

Lunedì 19 Luglio 2010

rivista-vita-e-pensiero-uc.jpg“Mi hanno sorpreso le dichiarazioni così categoriche, taglienti e un po’ grossolane pronunciate dal professor Umberto Veronesi lo scorso febbraio durante una trasmissione televisiva. La loro perentorietà riguardava l’incompatibilità assoluta tra fede e ragione e, quindi, fra teologia e scienza”. Prende le mosse da una recente polemica mediatica mons. Gianfranco Ravasi per controbattere alla presunta incompatibilità tra fede e scienza e proporre una sorta di “coesistenza pacifica” fra le due, “perché ogni ricerca sulla vita umana e sul rapporto con l’universo esige una pluralità armonica di itinerari e di esiti”. Il presidente del Pontificio Consiglio della cultura lo fa sulle pagine dell’ultimo numero di “Vita e Pensiero”, la rivista culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Citando il noto scienziato Max Planck, Ravasi ribatte che “scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente”. Da un lato, prosegue, “è necessario che lo scienziato lasci cadere quell’orgogliosa autosufficienza che lo spinge a relegare la filosofia e la teologia nel deposito dei relitti di un paleolitico intellettuale… ma, d’altro lato, si deve vincere anche la tentazione del teologo, desideroso di perimetrare i campi della ricerca scientifica e di finalizzarne o piegarne i risultati apologeticamente a sostegno delle sue tesi”. Ne esce così una “teoria del dialogo” – che, nota ancora l’autore, faceva già parte dell’eredità dell’umanesimo classico – di cui grandi fautori sono Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il “fenomeno” a cui si dedica la scienza – conclude – non è indipendente dal “fondamento” e quindi esperienza e trascendenza sono distinte ma non isolate e incomunicabili.

Sullo stesso numero 3, datato maggio-giugno 2010, la rivista ospita anche un contributo di Michel Camdessus sulla gratuità nell’economia di mercato e di Franco Cardini sull’orientalismo. La rubrica “Incontri” ospita un’intervista al premio nobel Aaron J. Ciechanover (“Il segreto della cellula e gli scherzi della ricerca”) e “L’intruso” è Paola Capriolo: “Ma la scrittura non può essere insegnata”. Della trasmissione dei valori tra genitori e figli si occupano Raffaella Iafrate e Daniela Barni, mentre Alessandro Zaccuri si sofferma su come il piccolo schermo rappresenta la famiglia. “Le cure palliative nel rispetto della fine vita” è invece il titolo dell’articolo di Roberto Bernabei e Flavia Caretta.

I confini della scienza

Venerdì 16 Luglio 2010

amaldi-ugo.jpg“In occasione della festività di San Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha annunciato l’istituzione del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione presieduto dall’arcivescovo Rino Fisichella. Le reazioni dei mezzi di comunicazione e del web sono state immediate e ampie. Sono stati discussi l’unicità dell’evento, le sue lontane radici - che risalgono all’incontro, tra fede biblica e pensiero filosofico greco che ha fondato l’Occidente - l’esigenza odierna di ri-evangelizzare l’Occidente, nel quale la fede è sempre più relegata a fatto privato, e molti altri aspetti ancora”. Sulle pagine de “Il Sole 24 Ore” (sabato 10 luglio), il fisico Ugo Amaldi ricorda che “si è anche molto parlato di diffusione del nichilismo e del relativismo etico, ma non di una terza causa della scristianizzazione dell’Occidente: il percolare nella società della visione del mondo secondo la quale tutto è Natura”. Per Amaldi, “naturalismo, nichilismo e relativismo sono tre facce di una stessa concezione; il naturalismo è però, a mio giudizio, quello che avrà sempre più peso in quanto facilmente percepibile anche da coloro che non sono interessati ai grandi interrogativi”.

Centralità dell’uomo. Gli annunci delle scoperte scientifiche si susseguono, sottolinea il fisico, e “le loro conseguenze sulla salute e sulla vita quotidiana sono sottolineate dai mezzi di comunicazione di massa, che ribadiscono l’idea che esiste un’unica realtà, la Natura, e che l’uomo riesce ad usarla a proprio vantaggio”. In questo senso, “la ri-evangelizzazione non può prescindere dalla storia della progressiva presa di coscienza, da parte del pensiero occidentale, della ‘marginalità’ dell’uomo nell’universo” e “l’astrofisica vi ha contribuito con il passaggio dalla visione geocentrica a quella eliocentrica e poi, nel corso del XX secolo, con la scoperta di miliardi di galassie e infine con la constatazione che la massenergia visibile con i telescopi è soltanto il 4% della massenergia totale dell’universo”. In parallelo, aggiunge Amaldi, “la paleontologia e la biologia molecolare hanno scoperto che, sulla nostra terra, la comparsa dell’homo sapiens è la conseguenza di un enorme numero di eventi casuali determinati, per lo più, dalle mutazioni del patrimonio genetico su cui agisce la selezione naturale”. Il naturalismo a cui aderiscono “la maggioranza degli scienziati” e “moltissimi non-scienziati”, precisa il fisico, “si può chiamare ‘marginalista’ in quanto afferma non soltanto che tutto è Natura, ma anche che l’uomo ne è un prodotto casuale che si trova ai margini dell’universo”. Inoltre, “per parlare all’intelligenza e al cuore degli uomini del XXI secolo il cristianesimo, io penso, dovrebbe riproporre in modo nuovo la centralità dell’uomo, fulcro del messaggio cristiano, tenendo conto della marginalità indicata dal sapere scientifico”. In altre parole, “sarebbe necessario costruire una visione del mondo che accolga i risultati e gli sviluppi delle scienze, accettando le basi scientifiche del naturalismo, e - allo stesso tempo - abbracci l’idea della sostanziale dualità tra Dio e Natura, che Dio mantiene nell’essere”. Una visione chiamata “naturalismo religioso” dal teologo olandese Willem Drees ma “il nome di ‘naturalismo duale’ è forse più appropriato”. Comunque lo si chiami, tuttavia, “un tale naturalismo in seno alla Chiesa cattolica è ancora da costruire, anche se teologi e scienziati protestanti hanno aperto la strada”.

Elaborazione collettiva. Su questo argomento, “gli scienziati credenti potrebbero aiutare teologi e filosofi a impostare in modo nuovo il rapporto tra fede in Dio, visione scientifica del mondo e pensiero post-moderno”. In questa direzione, precisa il fisico, “gli argomenti da affrontare sono numerosi”: “Basta citarne due per mostrare che non si tratta di un programma privo di contenuti. Innanzitutto, nel quadro del naturalismo duale vanno ripensati gli argomenti portati dalla teodicea cristiana sul rapporto tra giustizia di Dio e male fisico, e in particolare il dolore innocente, dato che sofferenza e morte sono conseguenze necessarie dell’evoluzione delle specie per selezione naturale. In secondo luogo va rivisitata la relazione mente-anima”. Conclude Amaldi: “Anche questo secondo tema - considerato privo di senso dagli aderenti al naturalismo - si colloca al di fuori dei confini della scienza ma, per chi vuole approfondirlo, si intreccia inevitabilmente con il problema della relazione cervello-mente. È un tema molto dibattuto, sia come problema scientifico sia come questione filosofica, e richiederebbe quindi un’elaborazione collettiva che coinvolga scienziati, filosofi e teologi”.

Se Dio si nasconde in laboratorio

Giovedì 1 Luglio 2010

laboratorio.jpgSorpresa. Da far conoscere ai vari sostenitori dell’inconciliabilità assoluta e granitica fra scienza e religione. Perché basta scorrere la poderosa analisi e il documentatissimo studio di Elaine Howard Ecklund, ricercatrice della texana Rice University, per capire che anche oggi il credere e la scienza non sono agli antipodi. Anzi. Science vs Religion: potrebbe essere ingannevole il titolo di Ecklund, co-direttrice del Centro sulle religioni e la vita urbana nell’ateneo in Texas. E invece il sottotitolo spiega che qui c’è qualcosa di nuovo: In cosa credono realmente gli scienziati? Il libro (224 pagine, £ 16.99,e dito dalla prestigiosa Oxford University Press) arriva oggi nelle librerie americane e smonta il pregiudizio per cui un uomo o una donna di scienza considerino la religione come qualcosa di inconciliabile con il proprio lavoro. «È molto diffusa la convinzione che vi sia molto conflitto tra quanti si dicono religiosi e chi fa lo scienziato per mestiere – spiega Ecklund dal Texas –. Ma sono molto poche le ricerche che esaminano quello che davvero gli scienziati pensano del ruolo della religione nella propria vita così come nella società in generale».

E così la giovane sociologa statunitense, già insignita di premi dalla National Science Foundation e dalla Templeton Foundation, si è lanciata in questa ricerca: prendendo come punto di riferimento gli Stati Uniti, ha contattato, con un questionario apposito, oltre 1200 scienziati a vario livello – ricercatori, docenti universitari o professori di scuola – per domandare loro qualcosa in più di come si rapportino con Dio. E il quadro venutone fuori è notevolmente in controtendenza con quanto trasmesso dalla vulgata comune. Anzitutto, coloro che affermano di avere una religione rappresentano il 50% del campione di ricerca di Ecklund, mentre gli atei o gli agnostici dichiarati arrivano al 30%. Il restante 20% si qualifica come aventi un «rapporto individualizzato e non convenzionale» con l’Assoluto. Ma c’è di più: solo la metà di quanti si dichiarano atei pensano che religione e scienza siano «inevitabilmente in conflitto». Atra sorpresa. L’autrice dell’inchiesta ha evidenziato che gli scienziati più giovani sono più religiosi di quelli con i capelli più bianchi e considerano meno antagoniste ricerca scientifica e indagine spirituale. «Non so precisamente il motivo per il quale i più giovani si dichiarano maggiormente religiosi – annota Ecklund –. Forse questo può derivare dal fatto che oggi vi è più possibilità di conversare sulla religione nelle migliori università di quanto avveniva nel passato».

Spulciando la ricerca (che il noto scienziato di Cambridge John Polkinghorne ha definito come «un importante studio su un tema quanto mai attuale») si trovano anche alcune curiosità non da poco. Ad esempio, se nella popolazione americana gli evangelici sfiorano quota 30%, tra i ricercatori essi rappresentano solo il 2% del totale, mentre è la religione ebraica quella più diffusa tra gli intervistati. Inoltre, non fa presa tra gli scienziati credenti la visione del disegno intelligente per spiegare la nascita dell’universo. Ben il 94% considera invece la teoria dell’evoluzione secondo Charles Darwin come la modalità più razionale di spiegare i mutamenti sul nostro pianeta. Ecklund però ha anche verificato che tra i ricercatori credenti vi è poca propensione a parlare pubblicamente della propria fede, quando invece «una porzione importante dei loro colleghi, tra gli stessi non credenti, sono aperti a dialogare e riflettere sulle questioni della fede». Anche perché – evidenzia il libro – «le posizioni fortemente antireligiose sono minoritarie».

Del resto il lavoro di Ecklund era stato preceduto anche da altri segnali che andavano nella stessa direzione. Un paio di anni fa la Columbia University Press aveva pubblicato, a firma di Philip Clayton e Jim Schaal, un testo che raccoglieva 12 interviste ad altrettanti importanti scienziati che raccontavano il loro rapporto pacifico con la fede. Practing Science, living Faith (pp. 250, $ 40) mostrava il duplice registro che richiama la distinzione galileiana tra fede e scienza: praticare come tecnica la seconda, vivere come una questione esistenziale la prima. E già l’anno scorso un ampio sondaggio americano, realizzato dall’autorevole Pew Research Center, dimostrava che al 61% degli americani la scienza non poneva conflitto con la propria fede. Insomma, l’assioma dei neo­atei, per cui fede e scienza sono irriducibili, nel Nuovo mondo proprio non ha attecchito.

Lorenzo Fazzini – Avvenire, 1 luglio 2010