sefir - Image_1Cosa si intende oggi con la parola ‘progresso’? Il progresso scientifico è l’unica forma di progresso umano? È solo una parte del progresso umano? O non ha davvero nulla a che vedere con esso? Sono alcune delle domande che saranno al centro del convegno ‘Progresso scientifico e progresso umano’ che si tiene a Roma dal 22 al 24 gennaio nell’Auditorium Antonianum di viale Manzoni 1. Organizzato dal Sefir («Scienza e fede sull’interpretazione del reale», col supporto del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei; info:www.ecclesiamater.org) vede la presenza di scienziati, filosofi e teologi. Fra questi Evandro Agazzi (foto sopra), di cui qui pubblichiamo una sintesi della relazione, Antonio Marino, Piero Benvenuti, Carlo Cirotto e Giuseppe O. Longo. Le relazioni di apertura sono di Gennaro Cicchese, Antonio Sabetta e Giandomenico Boffi (foto sotto). «Progresso – sottolinea quest’ultimo – è parola usatissima e ambigua, perché non tutto il nuovo costituisce un passo in avanti».

È vero progresso se di tutto l’uomo

La nozione di progresso è entrata a far parte del senso comune da un paio di secoli, come frutto della cultura illuministica e, in senso lato, della modernità. Ciò dipende dal fatto che non si tratta di una nozione semplicemente descrittiva, ma che comporta anche un implicito, ma indispensabile giudizio di valore. Ossia, il progresso non è un semplice cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi implica un incremento di valore. Pertanto un giudizio di progresso dipende dal valore che si prende in considerazione.

Ma c’è di più. L’idea di progresso investe un orizzonte temporale abbastanza vasto, e in certi casi può addirittura riguardare l’intero corso della storia umana, e proprio qui si coglie la profonda svolta rappresentata dalla modernità. La cultura occidentale infatti (come del resto la grande maggioranza delle culture) considerava lo stato iniziale del mondo e dell’umanità come uno stato di perfezione e felicità (mito dell’età dell’oro, mito dell’Eden, e simili) e la storia successiva veniva vista come un’inarrestabile decadenza.

Di qui la tradizionale ammirazione per gli ‘antichi’ e l’invito periodicamente risorgente a ‘tornare alle origini’.

Fin dal Rinascimento, invece, la modernità si presenta con l’orgoglio di essere superiore agli antichi (magari addolcendo il giudizio con l’affermazione che noi vediamo più lontano di loro perché siamo come nani sulle spalle di giganti). Sta di fatto che, da allora, siamo tutti convinti che la storia ‘va avanti’ non solo nel senso di cambiare, ma anche di progredire.

Tutto sommato, questa rimane ancora la mentalità corrente: oggi è diffusa l’idea che il progresso consiste nella scoperta o produzione delnuovo, ma si tratta, per un verso, di una indebita dilatazione di un criterio che, al massimo, vale per la produzione tecnologica e il mercato. Per imporsi sul mercato un prodotto deve vantare una novità che, in certo senso, rende obsoleti i prodotti concorrenti e magari gli stessi modelli anteriori della propria produzione. Per altro verso, tuttavia, si tratta della proiezione di quell’inversione della ‘freccia del tempo’ che la modernità ha promosso in tutti i campi. In realtà il giudizio di progresso ha bisogno di riferirsi a valori intrinseci e soprastorici, diversamente vale che «la storia del mondo è il tribunale del mondo» (Hegel) e anche le peggiori barbarie e atrocità si debbono accettare come frutto della storia.

Fin qui abbiamo considerato il progresso come una categoria generale che riguarda la concezione della storia, ma si tratta di una categoria che si applica con frequenza anche ad ambiti di riferimento ristretti e specifici. In tali casi il valore rispetto a cui valutare un progresso è esso stesso specifico; quindi i criteri per valutarlo sono correttamente offerti all’interno di detto ambito. Tuttavia quando si considera un’entità complessa, le cose stanno diversamente (ad esempio, il ‘progresso’ di un cancro non corrisponde al ‘miglioramento’ del paziente).

Questa osservazione si applica in particolare a quella che un po’ tutti considerano la fonte e la base del progresso umano, ossia la scienza, con le sue applicazioni tecnologiche. Si può infatti distinguere un progresso nella scienza da un progresso della scienza. Il primo è una combinazione del progresso che si realizza dentro le singole scienze e, in ciascuna, si valuta in base a criteri oggettivi (nonostante gli equivoci di certe epistemologie). Il progresso della scienza, presa nel suo assieme, si deve piuttosto valutare considerando il contributo che tale progresso interno reca al perseguimento di valori più ampi.

Quali valori? Sono diversi e si collegano ai diversi aspetti del contesto in cui si svolge l’attività scientifica: valori umani individuali e collettivi, materiali e spirituali che, per di più non sono isolati né si pongono tutti sul medesimo livello .

Una valutazione del progresso, quindi, richiede la determinazione di ‘che cosa’ debba procedere verso il meglio e possiamo convenire che si tratti dell’umanità, concepita non astrattamente: essa è la totalità ideale degli esseri umani, cosicché, in ultima analisi, la definizione del progresso dipende da una ‘immagine dell’uomo’ in cui appaiano le differenti dimensioni che ‘dovrebbero essere rispettate e promosse’. La continua elaborazione di tale immagine (che deve compendiare i contributi delle scienze, della filosofia, delle arti, della religione) è il presupposto per individuare quei valori che consentono l’espressione di un giudizio di progresso.

Data la complessità di tale immagine e di tale costellazione di valori, la prospettiva metodologica più utile per l’espressione di tale giudizio è quella sistemica (cioè ispirata alla teoria generale dei sistemi) e il progresso si può far consistere nell’ottimizzazione dei diversi valori, che passa attraverso la rinuncia alla ‘massimizzazione’ unilaterale di uno o pochi di essi a scapito degli altri.

Evandro Agazzi – Avvenire, 20 gennaio 2015

libro rondinara«Nell’odierno panorama culturale sempre più sensibile all’interdisciplinarità e alla relazione sinergica tra scienze naturali e teologia propongo al lettore questi contributi nella convinzione che essi possono stimolare e arricchire la propria riflessione personale»: sono le parole con le quali Sergio Rondinara, docente presso l’Istituto Universitario Sophia, l’Università Pontificia Salesiana e l’Issr ‘Ecclesia Mater’, presenta questo libro, che trae origine da due convegni dell’area di ricerca Sefir (Scienza e Fede sull’Interpretazione del Reale), la quale, grazie all’impegno di vari qualificati studiosi, da circa un decennio promuove un aperto dialogo fra teologia, filosofia e scienze riguardo alla realtà. I due grandi temi attorno a cui ruotano gli interventi sono quelli della scelta e del fine, temi da sempre assai cari alla riflessione di filosofi e teologi, ma che oggi fanno registrare un ampio interesse anche da parte degli scienziati, le cui ricerche finiscono spesso per contribuire in maniera decisiva all’approfondimento di essi. Non v’è dubbio, per esempio, che la questione relativa alla capacità di scegliere si colleghi con quelle della razionalità e della libertà: proprio a questo delicato argomento sono dedicati i sei interventi che costituiscono la prima parte del testo. Non sorprende che fra tali interventi trovino spazio interessanti considerazioni riguardanti l’uso dei modelli matematici, le scienze sociali, la politica e la fede religiosa: infatti, è ormai chiaro che per discutere di simili problemi sia necessario un approccio multidisciplinare.

Altrettanto si può affermare in merito al tema dello scopo, che si intreccia con quello dell’intenzionalità: la seconda parte del libro, che accoglie cinque interventi, è imperniata proprio sulla riflessione riguardante le intenzioni e i fini. Anche in questo caso i diversi contributi mostrano al lettore quanto le odierne acquisizioni scientifiche stiano cambiando il quadro dei riferimenti: di qui l’opportunità di affrontare temi come quello del ruolo del finalismo nella fisica contemporanea, o quello dell’intenzionalità e della finalità all’interno dei sistemi artificiali intelligenti. Si può affermare che il libro mantiene appieno le due promesse che il curatore fa in sede di Premessa: «Innanzitutto stimolare la riflessione e il dibattito fra ricercatori in varie discipline su due caratteri distintivi dell’essere personale quali le scelte razionali e la ricerca di scopi e fini sia a livello personale che sociale. Successivamente approfondire le due stesse direttrici tematiche anche nell’ambito naturale fisico e biologico».

Maurizio Schoepflin – Avvenire, 15 gennaio 2015

Sergio Rondinara (a cura di) SCELTE RAZIONALI, INTENZIONALITÀ, FINI Città Nuova. Pagine 228. Euro 18

galantino nunzioIl segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, all’inizio del 2015, ha accolto la richiesta del Sir di sottoporsi ad una fitta serie di domande sul cammino che tutti ci attende.

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato dominato dalla corruzione pubblica. Il Paese sembra rassegnato al peggio e soprattutto è forte la tentazione di accettare la corruzione come un dato di fatto, quasi si tratti di un elemento fondante del nostro carattere nazionale. È davvero così? E cosa può fare la comunità ecclesiale per invertire la rotta?

“La corruzione è un problema che si sviluppa in tutte le democrazie, specie quelle in cui sono più forti gli squilibri sociali. Non parliamo poi dei sistemi totalitari dove il fenomeno è imperante. Cosa rivela questo stato di cose? Un deficit di controllo ma soprattutto, in ultima analisi, di responsabilità personale. Nel nostro Paese poi ci sono delle ragioni storiche che alimentano una mentalità anti-Stato per cui sembra che rubare alla collettività e non al singolo sia meno grave. Invece si tratta di una lesione gravissima al bene comune che tiene in piedi qualsiasi comunità e richiede una capacità di riconoscersi eredi, di aver costruito grazie anche ai sacrifici di altri, e dunque una gratitudine che diventa lealtà verso il bene comune e lealtà verso chi verrà dopo. L’individualismo, appiattito su un presente da sfruttare ha fatto perdere il senso del tempo e del legame tra le generazioni. In passato il cattolicesimo italiano ha inventato, peraltro in tempi di crisi, soluzioni geniali a gravi problemi sociali ed economici. Basterebbe pensare alla fine dell’Ottocento al sistema delle banche di credito cooperativo per rendersi conto che dalla fede vissuta nascono sempre gli anticorpi a quei fenomeni di dissoluzione del collante sociale che sono il terreno di coltura della corruzione”.

Il tema della corruzione sembra lambire mondi sino a ieri considerati immuni e nei quali il non profit, anche di matrice cattolica, ha avuto e ha un ruolo importante. Secondo lo stile che fa di tutta l’erba un fascio, persino la Caritas è stata indebitamente associata agli scandali. Cosa può fare la Chiesa e cosa possono fare i cattolici per salvaguardare questo patrimonio civile?

“Lucrare sui poveri, l’ho già detto e qui lo ripeto, è doppiamente colpevole. Al danno del furto in sé si aggiunge anche quello di derubare chi è più debole. Quel che è successo a Roma – ma che può succedere anche altrove – è grave ed inaccettabile anche se qualcuno vorrebbe derubricarlo a un fatto non equiparabile al fenomeno mafioso. Si tratta in ogni caso di un grave tradimento della fiducia dei cittadini, e di un fenomeno che sempre più è diventato sistema, piuttosto che deviazione di singoli. Ma ciò non suggerisce di smantellare il Welfare, al contrario richiama il dovere di garantirlo e tutelarlo contro i suoi stessi interpreti quando non sono all’altezza del compito. Se si mortificasse questo ambito che ha permesso ad una società ingessata e diseguale di intercettare sacche di povertà crescenti e di offrire risposte concrete a problemi molto spinosi, sarebbe un danno incalcolabile. Pensare ad esempio che i senza-tetto dormano comunque quando la colonnina del mercurio scende sotto lo zero come in questi primi giorni dell’anno è un autoinganno. Bisogna rafforzare le reti di solidarietà, ma con il rigore e la serietà di una legge che non deve essere mai il paravento a fenomeni di illegalità e di corruzione. Non possiamo permetterci di abbandonare al caso certe situazioni di degrado. I pericoli cui si andrebbe incontro sono ben superiori alle incognite della superficialità e della corruzione evidente di alcuni. Piuttosto, occorre forse ripensare il Welfare in senso meno ‘paternalistico’, delegato a soggetti che con le realtà da sostenere hanno ben poco a che fare, e promuovere, sostenere, far crescere il Welfare di comunità. In questo compito ‘maieutico’ la chiesa, che ha sempre promosso, in modo per lo più informale, le capacità delle comunità di includere, tutelare e anche valorizzare soprattutto i soggetti più deboli, deve aiutare a far crescere forme nuove di Welfare di Comunità, in grado di leggere dall’interno i bisogni, attivarsi e valorizzare e mettere in rete le risorse di umanità, competenza, iniziativa di cui i nostri territori continuano a essere ricchi. A proposito di Welfare, ripeto quanto ho più volte già detto. Un passaggio indispensabile da fare e che ha il sapore di una vera e propria conversione è quello di smettere di considerare il Welfare, come sta capitando da troppo tempo e sotto diverse latitudini, una spesa piuttosto che un investimento”.

Nella direzione di una diversa consapevolezza della nostra identità nazionale, quale ruolo può rivestire il Convegno di Firenze, nell’autunno del 2015, su “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”?

“Firenze 2015 è un appuntamento centrale per le nostre Chiese che si intende vivere all’insegna dell’esperienza e non dell’accademia. Se il termine ‘convegno’ resta in ossequio alla tradizione decennale degli ultimi 50 anni, non deve sfuggire che nel prossimo novembre c’è in ballo molto di più. A partire dal significato stesso della parola, che così come quello di molte altre è stato riportato alla sua radice originaria e più autentica: il con-venire, l’incontrarsi, per definire insieme i contorni di una Chiesa che vuole raccogliere seriamente e con fiducia il testimone della ‘Evangelii gaudium’. L’Esortazione apostolica di Francesco invita ad uscire dai soliti schemi, ad abbandonare le ricorrenti certezze di analisi, e a lasciarsi ispirare dal racconto di testimonianze capaci di comunicare, con la vita – che include anche le fragilità e le imperfezioni – la bellezza dell’umano. Le nostre diocesi hanno sorpreso tutti offrendo un ricco ventaglio di proposte e di esperienze concrete che abbandonano le sterili letture sociologiche sullo stato del Paese e cominciano a delineare possibili percorsi di impegno. Leggere sul sito di Firenze le oltre 200 proposte che vanno in questa direzione dimostra un esercizio di discernimento che non si ferma al vedere e al giudicare, ma va decisamente nella linea dell’agire. Penso che debba essere questa la cifra dell’appuntamento autunnale (9-13 novembre 2015). Il che non garantisce cambiamenti immediati ma ci fa stare dentro una strada di fraternità, capace di riaccendere la fiducia e la speranza, troppo spesso mortificate persino da parte di chi dovrebbe alimentarle. Semplificherei questa via in tre passaggi. Anzitutto la gioia del Vangelo che abbandona i toni sconsolati del ‘bel tempo quando Berta filava’ e prende l’iniziativa, si coinvolge, accompagna, fruttifica e fa esperienza di gioia condivisa. C’è qui un crescendo di cambi mentali e psicologici che descrivono la necessaria conversione della pastorale. In secondo luogo, si tratta di mostrare la rilevanza sociale della fede perché l’incarnazione suggerisce di assumere i limiti umani, ma per farli superare da una comunità di persone che prendono le distanze dall’individualismo e dall’idolatria del denaro e che cooperano alla giustizia e alla pace sociali, in spirito di fraternità e di libertà filiale. In terzo luogo, si tratta di tornare all’essenziale che è pregare e lavorare. Sono queste due azioni che danno gusto e credibilità a tutta la Chiesa, come dimostra la crescente attenzione alla figura del Papa che non smette di fare l’una e l’altra cosa, che si alimentano a vicenda. Con stupefacente normalità”.

È stato già detto che il percorso verso il convegno decennale dovrà avere le caratteristiche di un cammino sinodale. Ritiene che le Chiese italiane abbiano le risorse necessarie perché Firenze rappresenti un appuntamento sinodale che comporta inevitabilmente forme concrete di cambiamento delle prassi di Chiesa? Quali scelte si renderanno necessarie per essere al passo con la Chiesa di Papa Francesco?

“Penso che le Chiese che sono in Italia abbiano in dote una connaturale apertura alla dimensione di popolo che non si è mai attenuata anche quando si è prediletto la scelta movimentista. L’opzione per i gruppi va integrata dentro l’abituale cura del popolo che conosce livelli di appartenenza spesso impensati e a dispetto del crollo della fiducia verso le istituzioni del nostro Paese. In concreto, il cammino dovrà coinvolgere tutti a livello della Chiesa locale e si dovrà fare attenzione che i delegati siano l’espressione della realtà di oggi e non professionisti della convegnistica. Ciò che decide oggi è proprio la forza di esperienze dal basso: dall’educativo al sanitario, dal culturale all’economico, dalle dipendenze (droga, alcool, …) alle emergenze (terremoti, alluvioni, crisi economica, …) che aiutano a mostrare una comunità cristiana che contrasta le derive disumanizzanti e alza il livello di umanità. Non vorrei apparire – perché non lo sono – un denigratore delle analisi sociologiche, per altro di grande utilità. Ma mi piacerebbe dare più impatto e più forza decisionale a quelle forme di umanesimo mancato o tradito che abita le nostre strade attraverso storie di uomini e donne private della loro dignità perché senza lavoro, giovani che continuiamo a considerare ‘il futuro della società’ mortificando e anestetizzando le energie e i sogni che oggi hanno e nutrono”.

Lei ritiene che la Chiesa italiana stia già assecondando la prospettiva della “Chiesa in uscita”, “povera e per i poveri”, così fortemente voluta dal Papa? Come rispondere a chi parla di ritardi e di resistenze?

“Credo che la Chiesa italiana – da sempre e straordinariamente presente nella vita della gente comune – debba più efficacemente integrare la scelta per i poveri nella sua abituale presenza dentro la società stanca e disillusa di questo decennio di crisi economica. Non è una scelta a lato e comunque da aggiungere alle tante attenzioni che sul territorio si manifestano. È l’attenzione permanente da coltivare. È lo sguardo da attivare se si vuol avere della realtà una lettura non scontata e non riconducibile ai soliti schemi”.

Nel cammino della Chiesa italiana per il 2015 si pone anche l’ostensione straordinaria della Sindone. Anche questo un tassello significativo per il “nuovo umanesimo”?

“L’ostensione della Sindone per la sua rilevanza storica è certamente un momento ad alta densità simbolica. Ma vorrei dire che ogni Chiesa locale vive di analoghi momenti forti: se si volesse metterli tutti in fila ci si accorgerebbe che il nuovo umanesimo è già un enorme puzzle in cui si impara ad incarnare il Vangelo dentro ogni ambito dell’umano. Non c’è niente che sia umano che è estraneo al cristianesimo, diceva Paolo VI. La Chiesa italiana lo sa bene, ma ha bisogno di ritrovarlo nelle cose che sta vivendo oggi. Mi piacerebbe che in concomitanza con l’ostensione della Sindone e con gli atti di devozione che l’accompagnano, le nostre Chiese particolari ‘ostentassero’ davanti ai propri occhi e al proprio cuore le ferite di tanti poveri cristi e decidessero qualche atto di ‘devozione’ anche verso queste ferite, che fanno parte e sono le ferite della ‘carne sofferente di Cristo’, come ci dice Papa Francesco”.

Veniamo ad alcuni punti controversi. Innanzitutto i rumor sempre più frequenti in tema di 8×1000. Non le saranno sfuggiti diversi segnali: interrogazioni parlamentari, inchieste giornalistiche, convegni giuridici. Tutti accomunati dall’accusa di “scarsa trasparenza” e miranti a un ridimensionamento del sistema. C’è persino una convergenza sulle proposte: ritocco della percentuale o assegnazione solo in base alle firme di adesione realmente raccolte, superando il sistema proporzionale. Come valuta questo iperattivismo?

“In realtà, la Corte dei Conti aveva fatto cenno alla scarsa trasparenza dello Stato rispetto all’8×1000. Per quanto ci riguarda i dati sono pubblici non solo perché pubblicati sui maggiori quotidiani italiani e sul sito del Sovvenire ma perché la trasparenza è la chiave della fiducia. La fiducia di cui gode la Chiesa, nonostante i suoi limiti, nasce dal contatto diretto coi preti, le religiose, gli operatori della Caritas… Sono queste le prove di un impegno che non è stagionale, che non conosce distinzione di classe e che resiste alla crisi, anzi si accresce a dispetto delle risorse sempre più esigue. Mi piacerebbe che qualche giornalista solerte – e ce ne sono davvero tanti – cominciasse a ricercare e a far conoscere – numeri alla mano – quanto la Chiesa italiana restituisce in termini di servizi e di risposte a bisogni concreti, a fronte del gettito che le viene destinato liberamente e generosamente dai contribuenti. Le dò un numero, a fronte di un miliardo di euro o poco più, la Chiesa cattolica restituisce in servizi e opportunità dieci volte tanto. Capite? E poi, qualcuno – non so quanto in buona fede – continua a far finta di non sapere che quanto fa la Caritas, veri e propri miracoli, viene fatto grazie ai fondi dell’8×1000”.

Nel 2015 è probabile che il legislatore italiano, dopo aver varato il divorzio “brevissimo”, metta mano ai temi sensibili: matrimonio omosessuale, adozione per le coppie omosessuali, fecondazione eterologa allargata alle coppie omosessuali, legge sul fine vita o disciplina dell’eutanasia. Come pensa debba comportarsi la Chiesa italiana dinanzi alle scelte del legislatore?

“La Chiesa vivrà nel prossimo anno la vicenda conclusiva del Sinodo che è stata convocato da Papa Francesco per rimettere al centro la famiglia. La scelta dice la logica che ispira la Chiesa. Non partire dall’individuo, ma cogliere la persona all’interno delle sue relazioni vitali. Questa non è una visione ideologica ma una esperienza semplice e concreta che vede nell’incontro di un uomo e di una donna la possibilità di generare nuova vita. La Chiesa continua la sua testimonianza ascoltando le sofferenze e i traumi di una società che per quanto adulta è spesso ripiegata sulle sue ferite. E non si lascia impressionare dalle leggi perché l’ethos più profondo deve essere educato e rappresenta l’istanza ultima di valutazione”.

Fermi restando l’esempio del Papa, il protagonismo dei vescovi e dei media Cei, la testimonianza dei “preti di strada”, in questa stagione i cattolici italiani non sembrano brillare per partecipazione al discorso pubblico. Cosa è accaduto? Perché tanti silenzi?

“Non credo che i cattolici siano silenti. Trovo anzi che grazie ai nuovi linguaggi digitali siano cresciuti i luoghi di confronto e di analisi. Il punto è che il limite dei cattolici è di farsi arruolare – talvolta e spero in buona fede – da una parte o dall’altra finendo con il diventare megafoni di posizioni politiche precostituite. Non si fatica a cogliere perfino nella critica che si leva da parte di alcuni opinion maker alla figura del Papa una preoccupazione a monte che non è ecclesiale, ma politica. Alla fine si finisce per essere sempre debitori di categorie estranee al Vangelo e per fare il gioco di altri, che ben poco hanno a cuore l’umano. Mi auguro che ci si possa serenamente confrontare sulle sfide del presente, senza scomunicarsi a vicenda. Pietro e la sua autorità al servizio dell’unità farà il resto. Senza che ci sia necessariamente qualcuno che voglia fare il papalino… più del Papa al punto da decidere dove dovrebbe collocarsi e perfino che cosa dovrebbe dire”.

Cosa si augura per la Chiesa italiana nel 2015? Quale augurio si sente di rivolgere al popolo italiano?

“Mi auguro che ciascun membro della Chiesa cresca nell’esperienza personale di gustare l’amicizia e il messaggio di Gesù Cristo. Per giungere a questa conclusione: non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non averlo conosciuto, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Così mi sento di augurare alla Chiesa italiana sulla scorta di ‘Evangelii gaudium’ (266)”.

Domenico Delle Foglie

La prolificità del pensiero occidentale è stata enorme in termini di produzione e azioni, pagando anche un prezzo incalcolabile a questo moto costante nei suoi conflitti. Questa prolificità al momento sembra non sia piu possibile gestirla. Mancano gli strumenti per una sintesi della proteiforme differenziazione e frammentazione del pensiero, che risente delle enormi acquisizioni in termini di conoscenza e comunicazione che sono avvenute negli ultimi anni. Baumann ha definito a suo tempo la società liquida, prima intuizione che qualcosa stava cambiando nello scambio delle informazioni-gesti-relazioni.

In realtà la sua metafora è efficace ma estremamente romantica e generosa, poichè liquido porta in sè la categoria della fluidità, di una continuità che a mio parere è persa da tempo. Io definirei la società odierna liofilizzata, polverosa più che liquida, perchè la congruenza delle varie parti si è completamente disgregata. Lo spezzettamento infinitesimale delle cognizioni, delle teorie, delle derive, ha fatto completamente dimenticare la necessità di una qualche visione di insieme, della osmosi che giocoforza esiste tra le branche del sapere e della conoscenza. In questo gioca un fatto che è a mio parere devastante. Il senso frainteso del “nuovo”. Questa ossessione della necessità del nuovo come categoria, non ha nulla a che vedere con la fondamentale caratteristica dell’ ulisse umano, la curiosità che spinge oltre. E’ il senso che giorno dopo giorno si distrugge quello che c’è prima a favore di qualcosa di escatologicamente nuovo, come nato ex nihilo che dovrebbe rimpiazzare il vecchio.

Questa solenne idiozia della conoscenza è uno dei mali piu profondi della società occidentale di oggi. Poichè il nuovo tout-court non esiste per definizione. Qui si è incorsi nell’errore: la confusione tra quello che è un effetto dell’indagine dell’esistente (il nuovo, la novità) e la ipotetica nascita dal niente di una creazione, quasi la rinata mitologia di una generazione spontanea della conoscenza.

Il posthuman, le prefiche della AI, le recenti dichiarazioni apocalittiche di Hawkings, hanno la stessa funzione di quelle mosche che si pensava nascessero dal nulla in un recipiente chiuso. Per mostrare come la tematica sia trasversale passo per un momento ad un altro campo che ha forti attinenze con arte, sociale, politica, ecc: l’architettura. In un intervento nell’ambito di un convegno del Politecnico di Milano dal titolo “Le arti per l’architettura, la città, i paesaggi” ho fatto il punto su una tendenza metodologica molto diffusa: il fatto che si trova a tavolino una soluzione, si va in un posto, e la si “applica”.

La formula di intervento non si basa quasi mai sul riconoscimento, ma sulla imposizione del modello che trova punti di forza e giustificazione più o meno validi nella complessità, nella tecnologia, nella “novità” e cosi via. Voglio fare un esempio: se si va in nelle favelas, negli slums, nelle township a seconda delle aree geografiche, la mentalita è che bisogna ri-urbanizzare quindi fare tabula rasa e ricostruire. In questo processo ormai totalmente automatico si dimentica intanto di conoscere, di incontrare. Ognuno di questi luoghi ha in sè un microcosmo, una micro e macro urbanistica autogenerata, vera, essenziale. Tutti i luoghi del sociale esistono anche in ognuno di questi luoghi marginali ed emarginati. Non è solo una idea : esiste una città con tutte le sue istanze. Poi sicuramente queste si possono migliorare, rendere vivibili. Ma senza dimenticare e senza stravolgere i fulcri che già ci sono. Ecco io credo che sia il momento in cui al principio di applicazione va sostituito quello di individuazione. La novità sta proprio nel ricollegare gli elementi, i linguaggi le istanze e non nel bypassarle fino a brutalizzarle.

La utopia del nuovo è falsa in sé. Non c’è nulla di nuovo, di nuovo c’è la lettura dell’esistente che non cambia la sostanza. La evoluzione della conoscenza non è chimera del nuovo, ma scoperta dei legami non ancora visti tra ciò che è esistente. Se una retta è curva, questo era vero anche un miliardo di anni fa. Solo che come nel labirinto del conoscere, la curiosità dell’ ulisse ci ha messo del tempo per arrivare a intravedere altre relazioni come le matematiche non euclidee.

Ciò che si modifica è solo la nostra capacità di individuare altre relazioni tra i sistemi. Ma quelle già esistono nella incredibile perfezione inquieta e dinamica dell’universo. Anche la complessità tecnologica, che per molti svolge la funzione delle perline colorate, un attrattivo epidermico che solletica la noia intellettuale e la ricerca di risposta, è una falsa mitologia. La complessità non è una novità, la complessità è insita nell’esistenza stessa dell’universo. Il fatto che noi possiamo produrre tecnologie estremamente articolate e complesse non significa che stiamo aggiungendo qualcosa. significa che stiamo tracciando mappe di sistemi che tentano di avvicinarsi alla complessità di un protozoo o di un sasso di un miliardo di anni fa ad esempio. Senza per questo scalfirla. Quel sasso e quel protozoo hanno già tutta la complessità possibile. La identificazione della possibilità di creazione di una nuova complessità con il progresso umano è fuorviante senza appello. La vera sfida dell’uomo è comprendere quale relazione ha con quella complessità che lo ha generato e che lo circonda.

Questo riporta ad una idea del tutto, e ad una fondamentale ricomposizione del sapere, una visione organica prodroma al rinnovato umanesimo di cui tanto si parla a sproposito.

Raul Gabriel