Fede e scienza dentro il tunnel

27 Gennaio 2012

cern-comitato-progetto-culturale-cei.jpgPeter Higgs, che ha ‘inventato’ l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino ‘la particella di Dio’, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’univer­so, molto parla del Creatore. A mag­gior ragione da quando il centro eu­ropeo di ricerca nucleare è diventa­to la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto. «Per tanto tempo, la Chiesa è stata alma mater della scienza – raccontava il cardi­nale Camillo Ruini uscendo dal tun­nel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è regi­strato un grave ritardo, ma nel con­trapporre scienza e fede c’è stata u­na forzatura, sottolineando le di­stanze e non le sinergie».

Se si consi­dera che il sincrotrone di 27 chilo­metri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica del­le particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo ‘esplo­rativo’ di una certa importanza. E suggestivo: «In questi grandi labora­tori – ha commentato monsignor I­gnazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’espe­rienza di tanti giovani di tante na­zionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commo­vente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso se­gno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e que­sto ci dice che i ragazzi hanno anco­ra il senso del rischio legato alla pas­sione per il sapere. Dobbiamo in­contrarli dove vivono i loro interes­si ».

Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il ‘fluido perfetto’ e rilevato­ri in grado di scattare ad ogni secon­do milioni di fotografie alle particel­le elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsi­gnor Fiorenzo Facchini e il demo­grafo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicolo­gia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il diret­tore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturali­smo, interrogandone la struttura an­cipite. A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fonda­zione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ul­timo nato è il centro Idra pediatri­co): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusiva­mente attraverso il dato naturale, re­legando l’uomo in un ruolo margi­nale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’esse­re la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione u­mana che è abitata dal libero arbi­trio e dall’anima. Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra so­cietà è imbevuta di questo naturali­smo che afferma che tutto è solo na­tura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal».

Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta di­scutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di liber naturae e di liber scripturae – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconosce­re la presenza di Dio dal creato». Il porporato ha parlato anche di un ‘ripensamento’ teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risul­tati che queste scienze ci danno; di­versamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta fa­cile », giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione di­versa. Tommaso d’Aquino introdus­se il concetto di media via per risol­vere la grande questione del rappor­to tra il cristianesimo e il pensiero a­ristotelico. Tommaso è ancora attua­le. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza u­mana, come mi insegnava Bernard Lonergan». A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Berto­lucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».

Paolo Viana – Avvenire, 27 gennaio 2012

Come rendere Gesù ”contemporaneo” dei ragazzi?

24 Gennaio 2012

don-armando-matteo.jpgGesù è “contemporaneo” dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a don Armando Matteo, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, tra i relatori dell’omonimo evento internazionale che si svolgerà a Roma, dal 9 all’11 febbraio, per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale (Dossier SIR sull’evento: clicca qui).

I giovani di oggi sono “più vicini” o “più lontani” da Gesù?

“Se facciamo riferimento ai dati delle indagini più recenti, bisogna riconoscere che nei giovani tra i 20 e i 30 anni esiste, in generale, un atteggiamento di estraneità alla fede cristiana. Ciò non esclude, tuttavia – come si può riscontrare nelle nostre associazioni ecclesiali – che ci sia una percentuale significativa di giovani con un forte slancio verso la fede cristiana, vissuta all’insegna della centralità del Vangelo e della preghiera, anche se si tratta di un numero che tende a diminuire. Ciò che accomuna, comunque, tutti i giovani – come ci dice anche l’analisi del Papa – è il fatto che in loro sia presente un’inquietudine molto profonda per come è strutturata la società di oggi, in cui c’è poca speranza, manca il futuro: in questo, c’è una certa contemporaneità con Gesù, preoccupato di rivolgere uno sguardo di maggiore attenzione soprattutto a chi è povero e sfortunato. E tra i ‘nuovi poveri’, oggi, sicuramente bisogna aggiungere i giovani”.

Benedetto XVI, nei suoi recenti interventi, dà loro molto spazio, sottolineando come siano i giovani a pagare i costi più alti della crisi, che non è solo economica…

“La crisi che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi di fiducia umana. Nel nostro Paese, c’è una sorta di eterna giovinezza che però si traduce in ‘giovanilismo’, in una grande fiducia nelle potenzialità della giovinezza intesa in senso astratto. Tutti vogliono restare giovani, ma in realtà gli adulti non fanno spazio alle nuove generazioni: ‘Essere sempre giovani’, per i nostri adulti, significa mantenere posizioni di potere, di prestigio, spendere 36 milioni di dollari in creme antiage, come è accaduto in America… Il mito dell’eterna giovinezza sottrae spazio proprio ai giovani, ci impedisce di fare spazio a chi viene dopo, e di questo i giovani risentono tantissimo. Manca la fiducia umana nella vita, nella bellezza delle sue tappe, e uno sguardo capace di andare oltre: ci si attacca a questa vita con i denti, a discapito di chi viene dopo”.

Soprattutto dall’adolescenza in poi, molti giovani percepiscono Gesù, e la Chiesa in particolare, come qualcosa che non appartiene più ai loro orizzonti di vita: si può, e come, superare questa frattura?

“Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, rimane trent’anni in silenzio e vive la vita dei suoi futuri discepoli, lavorando, ascoltando, entrando dentro il cuore dell’uomo. I giovani nati dopo il 1981, come è ormai assodato da tutte le ricerche, sono diversi da quelli che li hanno preceduti. La ‘generazione facebook’ è fatta di pochi giovani, più coccolati dai loro genitori: spesso sono figli unici, vengono molto influenzati dai media e vivono in un ambiente multiculturale e multireligioso. I giovani soffrono di una doppia ingiustizia: da una parte, il mito del giovanilismo, dall’altra, gli adulti che ‘non se ne vanno’… Il rischio è il ripiegamento su se stessi, il nichilismo. Se il futuro non incide come motivazione, allora posso fare qualsiasi cosa: se il futuro è così buio, decido sulla base di ciò che sento oggi”.

Il successo che continuano a registrare le Gmg è un chiaro indicatore del bisogno di religiosità, anche inespresso, presente nei giovani. Basta per “rianimare” la vita delle nostre comunità?

La Gmg ha 25 anni, ma non ha fatto ancora ‘scuola’ all’interno delle diocesi e nelle parrocchie: la pastorale giovanile è rimasta un po’ in disparte, rispetto alle indicazioni e allo sviluppo che prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno dato a quest’ormai tradizionale appuntamento dei giovani, che continua a riscontrare un enorme successo. Sono tre, a mio avviso, le caratteristiche della Gmg che dovremmo ‘importare’ nelle nostre comunità: il numero delle energie messe a disposizione (a Madrid c’era l’1% della popolazione giovanile italiana, ma accompagnata dal 50% dei vescovi e dal 12% del clero); la possibilità di entrare in contatto con la Bibbia (da sempre le catechesi della Gmg sono esplicitamente bibliche, a differenza di quelle nelle parrocchie, a volte troppo ‘moralistiche’). Infine, dalle Gmg occorre apprendere che il codice unificante di questa esperienza è la gioia: anche il Papa, di recente, ha messo in guardia i cristiani dalla tristezza. Le nostre comunità fanno fatica ad essere gioiose, spesso sono più interessate alla quantità delle messe e delle preghiere, e meno alla qualità. Per stare con i giovani, bisogna riscoprire il codice elementare della festa, della gioia, che è proprio innanzitutto della liturgia”.

Il linguaggio dei giovani di oggi è molto diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto: da dove partire, per parlare loro di Gesù?

“Dall’atteggiamento dei primi discepoli, che nell’annunciare il Vangelo si sono resi conto che era necessario – perché più efficace – passare dall’aramaico al greco. Hanno abbandonato le parole originali, mostrando così che l’inculturazione è fin dall’inizio centrale per il cristianesimo. È quello che il Papa chiama ‘fedeltà creativa’, che esige da una parte una maggiore conoscenza dell’universo giovanile, dall’altra la capacità di sintonizzarsi, di volta in volta, sulla lunghezza d’onda del destinatario”.

M.Michela Nicolais – Sir, 23 gennaio 2012

Il filo dell’etica

19 Gennaio 2012

bagnasco-nov-11.jpg“Etica della vita ed etica sociale” è il titolo dell’incontro che si è svolto ieri sera a Genova nella cattedrale di San Lorenzo. Ne hanno parlato il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita, e il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio. Presente anche l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che ha concluso l’incontro spiegando che “l’etica sociale non è una scoperta di questo tempo” ma che, “in questo momento, l’accentuazione, la ripresa, l’insistenza da parte della Chiesa sull’etica della vita è dovuta al fatto che l’etica della vita e della famiglia è messa fortemente in discussione, è a rischio, soprattutto in certi Paesi europei”.

Contrastare la cultura dominante. Il card. Angelo Bagnasco ha commentato la notizia diffusa nei giorni scorsi secondo cui in Danimarca presto nascerà l’ultimo bambino affetto dalla sindrome di Down. “Certamente – ha detto il porporato – è un atteggiamento contro l’uomo quello che è stato annunciato dalla Danimarca, sembra con molta fierezza, come una conquista di civiltà. Questo è grave per la cosa in sé, perché evidentemente è un’operazione eugenetica, ma è ancora più grave per l’eco trionfale con cui si annuncia un programma, un obiettivo, una meta, una società di sani a prezzo dei morti”. Il cardinale ha poi parlato di “imperialismo ideologico” propagandato da una certa stampa e da una certa cultura che vuole che “l’uomo sia solo” perché “più l’uomo è solo, più lo si può manipolare come si vuole”. Tra i vari dogmi della cultura dominante, ha poi citato quello del rischio legato all’aumento della popolazione e alla diminuzione delle risorse del pianeta. “Ci parlano di bomba demografica – ha affermato – ci dicono che non c’è terra per tutti, che moriremo tutti gli uni sopra gli altri” e che per evitare questo rischio “bisogna ridurre la natalità”. Citando alcuni dati pubblicati recentemente proprio da “Avvenire”, il cardinale ha quindi ricordato come “negli ultimi cento anni la popolazione si è duplicata mentre le risorse si sono triplicate”. “Questo – ha proseguito – è un dato documentato e dimostra chiaramente come, non di rado, s’inventano delle bombe mediatiche per terrorizzare e, soprattutto, per interessi di altra natura”. Nel caso specifico, quindi, “il problema non sono le risorse semmai la giustizia nella distribuzione delle risorse stesse”.

Su “etica della vita” non possiamo tacere. “La società riflette la vita delle persone e quindi, quando la persona è ferita o soppressa, tutta la società è scossa nella sua radice”, ha affermato il card. Elio Sgreccia. Parlando di “etica della vita”, ha aggiunto, “intendiamo il rispetto della vita, e innanzitutto, il rispetto della vita che non è ancora nata, poi l’accoglienza dei figli e la loro educazione e formazione, perché il capitale umano è il primo capitale da coltivare”. Parlando di etica della vita non si può non parlare di “etica della morte”. Si tratta, infatti, di due concetti strettamente collegati l’uno all’altro perché “per rispettare la vita si deve rispettare anche il morente” in quanto “il momento della morte è uno dei più sacrosanti della vita umana”. Su certi temi, ha aggiunto, “non mi sento di stare zitto” così come “non possiamo non denunciare certi fatti” come “i cinque milioni di persone che adesso sarebbero con noi” e che non sono nate dopo l’approvazione della legge 194. “Purtroppo – ha aggiunto – dagli anni Sessanta nel mondo vige la biopolitica dell’antinatalità in base alla quale continenti e nazioni hanno organizzato campagne e conferenze internazionali. Oggi è il momento della riflessione – ha sottolineato – perché noi, che stiamo vivendo l’inverno demografico, soffriamo di mancanza di forza lavoro e di sviluppo culturale”.

La generazione non nata. Di “generazione non nata” ha parlato anche il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio. “Stiamo parlando – ha aggiunto – di problemi molto concreti: dei figli che non abbiamo e del fatto che non riusciamo a pagare le pensioni”. Nel suo intervento, Tarquinio ha ricordato che tra pochi giorni la Chiesa italiana celebra la “Giornata per la vita” e che il messaggio di quest’anno “è rivolto soprattutto ai giovani”. “Chi vuol farsi padrone della vita invecchia il mondo”, ha detto ancora citando il messaggio della Cei per la Giornata. Infatti, “questo mondo modernissimo appare decrepito come non mai nel momento in cui perde il senso profondo della vita e di ogni vita”. Il nostro è un mondo “decrepito” che vive una crisi di valori prima ancora che economica, una crisi che “produce frutti precisi e tra questi i posti di lavoro distrutti”. Tutto questo deve far riflettere sul fatto che “c’è qualcosa su cui non si negozia” perché “solo così possiamo tornare ad avere un po’ più di speranza per dire ai nostri figli che aprirsi alla vita significa che non siamo soli, che non siamo un accidente, non siamo il frutto di una scelta di autodeterminazione, ma siamo dentro a un progetto più grande”.

Sir, 19 gennaio 2012

La verità in cammino

18 Gennaio 2012

image_3-pascal.jpgAll’insegna di un similcrociano «Perché non possiamo non dirci antirelativisti», Francesco D’Agostino sabato 7 gennaio firmava una ri­flessione su “Avvenire”, replicando a un articolo di Dario Antiseri del 30 dicembre 2011 uscito sulle pagine del “Corriere della sera” nel quale si sosteneva, sulla scorta di una tesi di Karl Heim (teologo, morto nel 1958, già allievo di Bonhoeffer e per molti anni docente di dog­matica all’Università di Tubinga), che i cattolici dovrebbero appoggiare coloro che «relativizza­no il mondo e l’uomo». A sua volta Antiseri ora replica qui a D’Agostino, che gli risponde.

 

Antiseri: «Il Vangelo cura l’uomo dall’idolatria della razionalità»

Solo qual­che do­manda a Francesco D’A­gostino: un cri­stiano ciò che è Bene e ciò che è Male lo sa dal Vangelo o dalla ragione? Da quale ragione? E poi se fosse davvero l’umana ragione a stabilire, in maniera assoluta, ciò che è Bene e ciò che è Male, indipendente­mente e al di fuori della Rivelazio­ne, il messaggio etico del Vangelo non verrebbe trasformato, dal più al meno, in una specie di strofi­naccio dell’argenteria di Aristote­le, di Grozio o di qualche altro fi­losofo? Se la ragione umana fosse in grado di offrire fundamenta in­concussa di un’etica, non sarem­mo caduti nella tentazione del serpente «eritis sicut dei, cogno­scentes bonum et malum»? D’al­tro canto, è chiara l’inconsistenza dell’idea di relativismo inteso nel senso che ogni eti­ca sia uguale all’al­tra; la realtà è che ogni etica è diver­sa dall’altra. Ma quale etica è razio­nalmente fondabi­le in maniera ulti­ma e definitiva?

Kelsen sarebbe nel torto se tu, caro Francesco, potessi essere in grado di riuscire nell’im­presa di invalidare la legge di Hu­me, dove viene stabilita l’impossi­bilità logica di dedurre prescrizio­ni da asserti descrittivi. Da tutta la scienza non è estraibile un gram­mo di morale. E inevitabile resta la scelta responsabile di principi etici invece che altri, perché ine­vitabile resta il pluralismo in eti­ca. È poi tanto difficile ammettere che la legge di Hume costituisce la base logica della libertà di co­scienza? Penso sia nel giusto Pop­per quando scrive che la divisione tra fatti e decisioni «non sia in al­cun modo contraria ad una reli­gione fondata su un’idea di re­sponsabilità personale e di libertà di coscienza». Nessuno, ovvia­mente, nega la funzione storica del giusnaturalismo nel limitare i poteri del principe. La questione è, però, un’altra: quella della fon­dabilità razionale o meno di que­sto o quel principio etico. E la leg­ge di Hume è legge di morte per qualsiasi proposta volta in tale di­rezione. Ancora Pascal: «Ho tra­scorso molto tempo della mia vita credendo che ci fosse una giusti­zia, e non mi ingannavo, dacché ce n’è una, secondo a Dio piacque di rivelarcela. Ma non la intende­vo così, e in ciò sbagliavo: perché credevo che la nostra giustizia fosse per essenza giusta e mi sti­mavo capace di conoscerla e di giudicarne. Sennonché mi sono trovato tante volte senza un retto criterio di giudizio che, alla fine, ho preso a diffidare di me e poi degli altri. Ho veduto tutti i paesi e gli uomini cambiare[…] Tre gra­di di latitudine sovvertono tutta la giurisprudenza; un meridiano de­cide della verità. Singolare giusti­zia che ha come confine un fiu­me! Verità al di qua dei Pirenei e errore di là». Conclusione: «Nulla, in base alla pura ragione, è per sé giusto; tutto muta col tempo» – e tutti i nostri ‘lumi’ potranno solo farci conoscere che noi non trove­remo «né la verità né il bene».

Chiedo a D’Agosti­no: Pascal è un ‘decisionista’ per­ché disprezza la ragione o perché è un iperrazionalista che scruta i limiti della ragione? In effetti, è proprio in un mondo lacera­to dalla dispera­zione, alla ricerca di un bene assoluto non costrui­bile da mani umane, che risplen­de il messaggio cristiano nel suo significato sia esistenziale che po­litico, in relazione alla storia dell’Occidente. Da qui la validità, contestata da D’Agostino, dell’i­dea Karl Heim, per il quale «i cri­stiani contemporanei dovrebbero dare il loro sostegno a coloro che relativizzano il mondo e l’uomo».

Per il cristiano solo Dio è assoluto e tutto ciò che è umano è storico, contestabile, perfettibile, insom­ma non assoluto. La fede cristia­na – che essendo appunto fede, viene abbracciata e va testimo­niata, proposta non imposta – li­bera l’uomo dall’idolatria, anche dall’idolatria nei confronti di pro­dotti presunti assoluti di una ra­gione, esplicitamente o inconsa­pevolmente concepita come Dea-Ragione.

Dario Antiseri

 

D’Agostino: «La legge morale naturale è scritta dentro di noi»

La domanda che Antiseri mi pone è semplice e linea­re: «Un cristiano ciò che è bene e ciò che è male lo sa dal Vangelo o dalla ragione»? La risposta è altrettan­to semplice e lineare: dalla ragione. Ma, allora, a che serve il Vangelo, in­calza Antiseri. Non serve certo a farci conoscere l’insegnamento morale (sia pur nobilissimo) di un «Socrate ebreo» di nome Gesù. Lo scopo del Vangelo non è quello di trasmetterci un inse­gnamento, ma quello di darci una buona novella: Dio a tal punto ci ama e vuole salvarci che suo figlio è morto per noi sulla croce.

È un messaggio che è nello stesso tempo di salvezza e di a­more e dato che l’amore è incompati­bile con la superbia, l’invidia, l’ira, l’ac­cidia, l’avarizia, la gola, la lussuria, dal messaggio evangelico segue inevita­bilmente un’etica, che corrisponde a­deguatamente a quella elaborata dal­la saggezza morale dei pagani. Replica ancora Antiseri: in tal modo tu, e tutti colo­ro che la pensano co­me te, cadete nella tentazione del ser­pente; pretendete, cioè, di avere la co­noscenza del bene e del male, che è riser­vata solo a Dio! No, non è così. La ragione morale natura­le insegna sì all’uomo ciò che è bene e ciò che è male, ma essa non è in gra­do, da sola, di orientare l’uomo verso il bene e di trattenerlo dall’operare il male. Il suo è un insegnamento a­stratto e formale e di conseguenza del tutto astratta e formale è la conoscen­za del bene e del male che la ragione è in grado di fornirci. Il bene, però, non si accontenta di essere riconosciuto in astratto, ma esige di essere praticato in concreto. Nessuna forza umana, sen­za la grazia di Dio, è in grado di ope­rare questo passaggio. Non la teoria del bene, ma la sua praticabilità (fino al sacrificio di sé) costituisce lo speci­fico insegnamento etico del Vangelo.

Antiseri ama evocare la «legge di Hu­me» e insiste nel dire che «da tutta la scienza non è estraibile un grammo di morale». Ha perfettamente ragione: la scienza, infatti, è per sua natura a­stratta e formale e costituisce un ben mediocre fondamento per l’etica. Ma se le cose stanno così è perché la scien­za, nessuna scienza, è in grado di e­saurire la comprensione della realtà. Dobbiamo allenare la nostra ragione a usare le sue potenzialità per andare al di là dei meri giudizi (scientifici) «di esistenza» (giustamente ritenuti da Hume incapaci di fondare giudizi eti­ci), per formulare giudizi «di essenza», che sono anche essi «oggettivi», ma da cui, a differenza di quelli di esistenza, è ben possibile dedurre giudizi mora­li. Se dico che A è madre di B, non mi limito a un mero giudizio di fatto, per­ché per l’essere umano la maternità, oltre ad essere un fatto, è un valore in­trinseco: se so che A è madre di B, so nello stesso tempo che A ama e deve amare B. I filosofi parlano al riguardo di una «legge morale naturale» nella quale si riassume l’orizzonte etico del­l’uomo e che, tra mille altre cose, in­duce appunto i genitori ad amare i fi­gli.

Il senso comune può anche ignorare cosa sia la legge morale naturale, ma ne conosce spontaneamente, in buo­na sostanza, tutti i precetti, come di­mostra il fatto che considera «snatu­rata » una donna che, senza rimorsi, abbandoni il proprio figlio. Qui non c’è spazio alcuno per il relativismo, che tan­to suggestiona Anti­seri. Ciò che (per u­sare le parole di Anti­seri) è storico, conte­stabile, perfettibile, insomma non asso­luto, non è l’amore e il dovere morale di a­mare, ma le forme di espressione cul­turale che l’amore umano assume nel tempo e nello spazio. Possono esiste­re culture nelle quali è interdetto alle madri coccolare i loro figli o che im­pongono di essere a tal punto esigen­ti nei loro confronti da meritarsi l’ap­pellativo paradossale di ‘madri-tigri’, ma non esistono culture che non ri­conoscano che il vincolo tra la madre e il proprio figlio è la forma espressiva più semplice e assieme più profonda della nostra comune natura umana.

Il relativista etico è paragonabile a chi, conoscendo solo la sua lingua e non volendo ammettere che ciò che egli dice lo si possa tradurre, sia pure con fatica, in mille altre lingue, si chiude nel ristretto orizzonte del suo lin­guaggio e magari arriva a costruirsi un linguaggio tutto suo, un linguaggio ‘privato’, che lo porta lentamente, ma inesorabilmente, a una totale e tristis­sima incomunicabilità.

Francesco D’Agostino