Al centro della domenica
16 Maggio 2012
“La domenica è la nostra linea Maginot: se la perdiamo, scompariremo”: sono le parole usate da mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, durante
Domenica da “ri-comprendere”. Nelle parole del vescovo Brambilla, la domenica non va intesa come tempo libero tra le “fatiche del lavoro”, “passata in modo travolgente tra gli outlet e i mercatoni”, ma occorre che sia “ri-compresa” come momento rigenerante, nel quale “l’uomo si ritrova ad essere persona capace di relazioni vere con gli altri, a partire dalla relazione fondante. Quella con l’Altro, Dio, che in Gesù, il Figlio per eccellenza, consente a ciascuno di ritrovarsi e ritrovare il senso dell’essere e dell’operare”. Per il vescovo, quindi, al centro della domenica, c’è la messa, atto culmine e fonte della comunità cristiana, che – ha ricordato – è “famiglia di famiglie”. Nella liturgia eucaristica “i doni della fatica e del lavoro quotidiano nell’admirabile commercium, lo straordinario scambio tra la povertà dell’uomo e la grandezza di Dio, sono restituiti in abbondanza non con la soddisfazione semplice dei bisogni (la salute, le realizzazioni personali, il lavoro gratificante, e via …), ma con il dono per eccellenza che è Dio. Appunto, Colui che – ricco – si dona in cambio della ‘povertà’ dell’uomo”.
Come si vive il lavoro. La riflessione di mons. Brambilla ha riguardato in maniera approfondita il tema del lavoro, in chiave pastorale e spirituale. Se è vero – ha notato – che “il lavoro serve per vivere” è altrettanto certo che il modo con cui la coppia “vive il lavoro” sia uno dei luoghi più forti con cui oggi “si dà volto allo stile di famiglia e, di conseguenza, con cui la società lo plasma o lo deforma. Ha indicato, a questo riguardo, due fenomeni: il primo è il fatto che la famiglia moderna abbia bisogno del lavoro di entrambi i coniugi per poter vivere. “Questo – ha sottolineato mons. Brambilla – ha un’incidenza decisiva sul modo di vivere la famiglia da parte di marito e moglie, perché soprattutto la donna deve fare la spola affannosa tra casa e lavoro, che incide sulla figura stessa del suo essere donna, prima che moglie e madre. Ciò comporta che il lavoro dell’uomo non sia più inteso come l’unico sostentamento della famiglia, e questo dato sociale si riflette pesantemente sulle relazioni familiari”. C’è poi un secondo livello del problema, forse ancora più profondo: “Il lavoro con le sue possibilità, le scelte dei livelli professionali per la donna e per l’uomo fanno fatica a entrare nel progetto e nel vissuto di una famiglia. Eppure – ha osservato mons. Brambilla – esso incide in modo considerevole sulla vita di casa. Soprattutto emerge nei periodi di crisi, sotto la forma di risentimento che l’uno avanza nei confronti dell’altro, quando uno dei due, soprattutto la donna, ha dovuto rinunciare ad avanzamenti di carriera per poter sostenere la vita familiare”.
La “Prospettiva
Sir, 14 maggio 2012


