Un nuovo sito per i “Teatri del Sacro”

24 Maggio 2013

tds_lucca2013.jpgÈ online da qualche giorno il sito ufficiale della terza edizione della rassegna “I Teatri del sacro” (www.iteatridelsacro.it): venti nuovi spettacoli in scena a Lucca per la prima volta, dal 10 al 16 giugno 2013. Una proposta ideata e realizzata dalla Federgat e dalla Fondazione Comunicazione e Cultura, in collaborazione con il Servizio Nazionale per il Progetto Culturale, l’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI e l’Acec. Rispetto ai primi due appuntamenti, che si tennero nell’autunno 2009 e 2011, “Abbiamo scelto di anticipare i Teatri del Sacro a giugno – spiega Fabrizio Fiaschini, Direttore Artistico del Festival – a seguito di una riflessione sul difficile momento del teatro italiano: in questo modo infatti aiutiamo le compagnie a proporre in tempi utili gli spettacoli per la prossima stagione teatrale, favorendo la sinergia fra l’evento lucchese e la successiva circuitazione degli spettacoli. Una scelta che va nella direzione del sostegno agli artisti, specie i più giovani: è questo, insieme alla coproduzione, uno degli obiettivi fondamentali che rende il nostro Festival unico nel panorama nazionale” conclude Fiaschini.

I Teatri del Sacro confermano la loro vocazione di apertura verso il pubblico offrendo, oltre a una programmazione di prosa di altissimo livello, anche un appuntamento dedicato ai ragazzi con Colpo di… Grazia, il primo ludodramma del teatro italiano dove i piccoli spettatori saranno coinvolti in numeri di magia. L’antica cinta muraria, vanto della città toscana, si trasformerà, in occasione dei 500 anni dalla Fondazione, nella tappa di un pellegrinaggio contemporaneo sulla via Francigena, grazie allo spettacolo itinerante “Dio e la manutenzione dell’asina”: un attore in viaggio (e in dialogo) con la sua asina Geraldina tra aneddoti e consigli per una vita più a contatto con la natura.

In programma anche un’opera lirica originale scritta appositamente per il debutto lucchese: Ildegarda Von Bingen, la luce dei secoli bui con orchestra dal vivo e corpo di ballo; un’altra intrigante novità è lo spettacolo Labirinto della giovane compagnia Teatri 35, in cui i capolavori pittorici dell’arte sacra si materializzeranno in tableaux vivants per gli spettatori e poi ancora performance, spettacoli musicali, installazioni artistiche: una proposta che viene incontro a tutti i tipi di pubblico, per un teatro che sia luogo d’incontro e di riflessione e anche momento di divertimento e coinvolgimento per tutti.

I Teatri del Sacro non è solo una rassegna di spettacoli, ma anche l’occasione per dialogare con la città, per cogliere il suo respiro, lasciando che il sacro, grazie al teatro, si faccia corpo, materia illuminata, tra visibile e invisibile. Proprio per questa sua vocazione comunitaria il Festival intende quest’anno valorizzare soprattutto il pubblico con due laboratori, distinti ma complementari per lo spettatore: il primo (Visioni e Condivisioni) vedrà un gruppo di spettatori che, guidati da esperti, assisteranno a tutti gli spettacoli del Festival, riflettendo sui contenuti degli spettacoli, sui linguaggi della scena e sul loro personale incontro col sacro; il secondo, concepito come laboratorio diffuso aperto alla città, offrirà ai cittadini percorsi guidati di visione, momenti di approfondimento e incontri con gli artisti in scena, dando la possibilità ai partecipanti di condividere e di esprimere punti di vista, riflessioni ed emozioni con l’utilizzo dei network e dei new media (recensioni, videocommenti postati sul web…). Un’attenzione particolare, in questo percorso, sarà poi riservata alle nuove generazioni e alle scuole, a quei giovani che, già in ricerca intorno al Teatro o al Sacro o a entrambi, vogliano accettare l’avventura di condividere questa ricerca intorno al fuoco di un’esperienza di visione comune. La partecipazione ai laboratori è gratuita; informazioni e adesioni a teatridelsacro@gmail.com.

La fede è creatività

21 Maggio 2013

salone-torino-13.jpg“La fede è il più grande movimento creativo”, in un percorso che si snoda dallo “stupore del visibile” alla “ricerca dell’invisibile”. All’interno del tema generale, “Dove osano le idee”, è questo l’itinerario scelto quest’anno dall’Associazione Sant’Anselmo, su incarico del Progetto Culturale della Conferenza episcopale italiana, per l’edizione 2013 del Salone internazionale del Libro di Torino. Ne parliamo con Andrea Gianni, responsabile dell’Associazione, spigolando tra le proposte dello stand, organizzato in collaborazione con l’arcidiocesi di Torino, l’Unione editori e librai cattolici italiani, il Consorzio editoria cattolica, l’Associazione bibliotecari ecclesiastici italiani. La prime due iniziative, nella giornata iniziale della kermesse torinese, sono state la presentazione di “La porta stretta”, il volume che raccoglie le prolusioni del cardinale Angelo Bagnasco nel suo primo quinquennio di presidenza della Cei, e il dialogo a due voci tra monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, e la scrittrice Maria Pia Veladiano, sul tema “A che cosa serve la fede?”.

La fede è “andare oltre”. La questione della fede, la novità introdotta dal Concilio Vaticano II e il tema della libertà religiosa, in relazione all’Editto di Costantino, di cui ricorrono i 1700 anni. Sono i tre pilastri attorno ai quali si snoda il tema della “creatività della fede”, che - ci spiega Gianni - “non è mai un patrimonio acquisito una volta per tutte, ma trasforma la vita e ci spinge a continuare a cercare, ad andare oltre anche dopo aver trovato”. Se ne parla durante l’incontro su “Il mio libro della fede”, il referendum promosso dalla trasmissione di RaiUno “A sua immagine”, e nelle presentazioni dei libri di Benedetto XVI e di Papa Francesco, ma anche in un incontro che presenterà gli scritti inediti del cardinale Michele Pellegrino e in un altro dedicato alla Beata Maria degli Angeli, molto popolare a Torino e nel Piemonte, “una carmelitana informatissima sull’attualità - ci racconta Gianni - e che grazie alla sua impronta mistica e alle sue preghiere è riuscita a far finire la guerra con la Francia, proprio nel giorno per cui lei aveva intensamente pregato che finisse”.

Mafia, punto e a capo. Un dibattito con gli studenti delle scuole superiori, con l’intervento di una “boy band” molto seguita soprattutto dagli adolescenti: i Sohnora. È l’incontro che prende spunto dal libro di Massimo Savastano, “La mafia ha paura di te”: un viaggio dal Nord al Sud per dimostrare - ma soprattutto per imparare dagli occhi dei ragazzi - che la mafia non è invincibile, come ha dimostrato don Pino Puglisi, sulla cui esperienza di “primo martire della mafia” qui a Torino, sempre allo spazio Sant’Anselmo, sono stati presentati due volumi. “Non so quanto sia credibile un insegnante del Nord che va a parlare di mafia a degli studenti del Sud”, scrive Savastano: “Ma almeno so di averlo fatto perché ci credo. Credo alla verità che la mafia non è imbattibile. E credo nella forza delle parole, non parole a vuoto ma parole performative, una per una, in grado di smuovere le coscienze”. Così, da Shakespeare, che era convinto che “le colpe, anche se mute, parlano, parlano in qualche modo prodigioso”, si arriva a Ligabue: “Ho perso le parole/eppure ce le avevo qua un attimo fa/dovevo dire cose, cose che sai/che ti dovevo, che ti dovrei”. Canzone dedicata, dall’autore, agli alunni dell’Istituto Majorana di Gela. “Eccomi davanti ai ragazzi del Majorana di Gela. Non mi sento accolto in sala ma dentro i loro occhi. Occhi sospettosi. Occhi accoglienti. Occhi attenti. Occhi in ascolto. Tocca a me”. Erano stati loro a scrivere sul gruppo di Facebook del libro precedente di Savastano, “Il sangue non sporca i giusti”: “Grazie per l’incontro di questa mattina. Ci ha fatto sentire tutti un po’ meno soli… Lei ha ragione quando afferma che si può e si deve sconfiggere la mafia. Mi spieghi però come è possibile che la mia famiglia debba lasciare la Sicilia, dato che i miei genitori non ce la fanno più con la loro attività commerciale, costretti come sono a pagare il pizzo”. Occhi che prendono l’iniziativa. Occhi esigenti. Occhi che chiedono una risposta.

Laicità come “stile di vita”. ”Credere è reato?” recita, in modo volutamente provocatorio, il libro a cura di Luigi Berzano, oggetto di un incontro su “Libertà religiosa e vera laicità”. Sottotitolo: “Libertà religiosa nello Stato laico e nella società aperta”. “Da tema politico tipicamente moderno - scrive il giurista Francesco D’Agostino in uno dei contributi raccolti nel volume - quello della libertà religiosa si trasforma nell’epoca postmoderna in tema antropologico”, e in questa prospettiva “va considerata, prima ancora che un diritto civile, un’istanza fondamentale”. “La laicità - puntualizza il sociologo Sergio Belardinelli - non è soltanto un modo di concepire i rapporti tra Stato e Chiesa, ma uno stile di pensiero, uno stile di vita ispirato certo alla fermezza delle proprie convinzioni, ma soprattutto al rispetto e all’apertura nei confronti delle convinzioni, delle ragioni e della religione degli altri. È di questa laicità che abbiamo bisogno per consentire un pacifico pluralismo”.

M. Michela Nicolais – Sir, 20 maggio 2013

Arte da salotto, fede pret a porter: apocalittici e disintegrati

20 Maggio 2013

raul-gabriel-mag-2013.jpgDa quando quella che in una intervista recente ho definito conversione, mi ha portato a dedicarmi totalmente all’arte, tante sono state le domande, le riflessioni, gli incontri e gli scontri. Ma un unico principio mi è stato sempre ineludibilmente chiaro, indisponibile alla contrattazione: fare arte che abbia un senso non significa aggiungere altri oggetti da salotto o da caminetto, o anche da cappella. Non significa dare forma ad una accettabile, moderatamente originale, accuratamente furba versione delle declinazioni del gusto corrente. Non significa certo épater le bourgeois ma neanche offrire il conforto di una mediocre confezione di confini sui quali ci si muove facendo attenzione a non oltrepassare il limite di guardia del gusto corrente. Non significa fare nulla che non abbia in sé l’ambizione nativa ( che costantemente viene giocoforza tradita dalla splendida limitatezza umana) di cambiare se stessi e il mondo. Altrimenti non ha senso fare arte. E chiamarla arte. Si farà, al più, della creativa produzione di oggetti, scenografie, divertissement da comodino o da salotto buono. La scala dimensionale in termini fisici o di evento non conta. Ci possono essere salotti buoni di enormi dimensioni. Ma rimangono ciò che sono: una perdita di tempo ed occasione per chi cerca il significato di una esistenza troppo breve per baloccarsi in trastulli mondani.

Ancora una volta la fede mi mostra una attinenza diretta con l’arte. Ha senso avere fede per alimentare una pratica quotidiana di dettami morali ed “accettabili” che semplicemente non importunino troppo la normalità del vivere comune? Che fede è quella che si preoccupa della confezione, che si dimentica nel suo stesso manifestarsi del perché esiste ? Che languisce per assomigliare al mondo dei gentili verso cui ha una sudditanza psicologica atavica come le preghiere dei farisei, da occultare per esempio costantemente la parola liturgico (quando leitourghia non giustifica timidezze anche in chi paluda la propria identità) nel timore di qualche mal di pancia ?

No, non ha senso. Diventa uno dei tanti abiti da indossare per recitare un ruolo da comprimari in questa parata del nulla che giova solo a chi in questo nulla ha affondato le radici di un trionfo economico e di potere. La capacità di compromissione oggi è talmente povera da farmi apparire la categoria dei farisei come dei veri e propri William Wallace dell’epoca antica. Arte è accettazione della ineliminabile “offesa” dell’alterità, è scandalo alle proprie abitudini mentali e fisiche, arte è un incidente cu cui andiamo a sbattere. Come la fede.

L’accettabilità sociale del Cristo, e degli apostoli che si è scelto, è uguale a zero. Anzi è negativa. Infinitamente negativa. Nessun salotto avrebbe accolto degli stranieri sudati e polverosi che dicevano parole così strane. Neanche in versione di giullari. Perché il giullare comunque è quello che in un titolo di una mostra romana pubblica era stato perfettamente definito : “apocalittico e integrato”. Così l’accettabilità dell’arte al sistema. Il Vangelo ha nelle sue figure sostanziali e sostanzianti falegnami, pescatori, ladroni e prostitute. Molto più rari gli impiegati e i buoni borghesi. Quelli in genere vanno a lavarsi dopo aver incontrato il Cristo o gli apostoli. In arte i ragionieri della produzione, congruenti al consumer friendly col bollino, al radical chic, o per converso alle stramberie dei ricchi, molto di rado hanno portato a qualche risultato che facesse procedere verso un umanesimo rinnovato e un avanzamento nel cammino perenne e periglioso delle comunità.

Un breve aneddoto personale. I miei studi sono rinomatamente impraticabili, perigliosi, freddi (climaticamente parlando). Ho mietuto vittime tra i completi haute couture e pret a porter qui e a Londra. Ricordo un importante gallerista di Milano che ha definito uno di questi il posto peggiore di Milano. Forse esagerava ma è uno che se ne intende. E quindi il consiglio di renderli più accessibili, magari offrendo un tè alle cinque. Non ci penso nemmeno. Vedere arte deve essere faticoso, deve essere difficile, rischioso. Non faccio quel che faccio per rendere la vita lieta. Faccio quel che faccio per renderla inquieta, e quindi… smuoverla. Come la mia è stata smossa.

Non si addomesticano arte e fede. Diversamente è inutile preoccuparsi di giovani che non lavorano e non studiano, di disoccupati e di un crescente disagio che chiamerei sindrome del nulla: preferiscono di gran lunga l’eutanasia della prassi rispetto alla fatica che costa diventare altre comparse in un mondo di figuranti. Il mondo intero, la società civile oggi, ma sempre, ha bisogno di speranza, ha bisogno di testimonianza, ha bisogno di vedere oltre, e la fede e l’arte rappresentano gli unici portali per questa possibilità. Ma la speranza passa per la ferita, passa per la fatica, passa per la vitalità del dolore che inevitabilmente l’alterità porta con sé.

La Parola del Cristo cosa aveva di differente dalle parole di Caifa? O degli studiosi del tempio? Non si preoccupava certo di essere forbita, articolata, capziosa o dotta. Non era questo il piano dello scontro epocale. Era invece come il Pane e il Vino. Anzi… era il Pane e il Vino. Era vita. La discriminante è che Fede e Arte sono potenti per l’uomo se sono vere, e Verità, in qualunque cultura, si accosta sempre ad una diretta, semplice, devastante forza. Uno shock scabro e così vicino da non poterlo ignorare. Su questo si deve concentrare un artista, senza preoccuparsi che questo sia popolare o meno. Oppure che smetta di chiamarsi artista. In moderazione e disciplina, credo che quando fede e arte non hanno la forza dello scandalo di quella polvere, di quel sudore, e invece passano da un centro di estetica (o di esercizio estetico… come sono argute le parole…) per rendersi “presentabili”, per farsi il lifting, per farsi le unghie, eliminare il “fastidio”, il disturbo, allora arte e fede sono morte, piu morte di quella razza di vipere che per lo meno un veleno potente ce lo aveva.

Raul Gabriel

Ma a cosa serve oggi la fede?

16 Maggio 2013

fisichella-veladiano.jpgSono molti gli appuntamenti promossi dall’Associazione Sant’Anselmo e dal Servizio nazionale della Cei per il Progetto culturale al Salone del Libro di Torino che si inaugura oggi al Lingotto. ‘Stupore del visibile, ricerca dell’invisibile’, lo slogan scelto per lo stand, con una mostra del libro sull’Anno della fede e una serie di incontri. Oggi pomeriggio, alle 17.30 in Sala Rossa, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, dialogherà con la scrittrice Mariapia Veladiano sul tema ‘A che cosa serve la fede?’. Qui pubblichiamo una sintesi dei loro interventi.

Rino Fisichella: Creatività e bellezza per fermare il fattore «crisi»

Viviamo un periodo di crisi della fede. L’osservazione è tanto evidente quanto ovvia. Eppure, fermarsi alla sola statistica impedirebbe di accedere a una visione più ampia del fenomeno. Cogliere la ricchezza della fede, infatti, equivale ad andare oltre i freddi numeri, frutto delle cicliche indagini sociologiche, per percepire la sua vitalità e freschezza che si esprime nella vita quotidiana di milioni di persone. Che l’Occidente in generale viva una drammatica crisi di fede è vero. Che nello stesso Occidente vi siano segni reali di una entusiasmante ripresa della testimonianza di fede è altrettanto evidente. Sarebbe sufficiente comporre il lungo elenco di nuove realtà ecclesiali sorte in questo ultimo decennio per mostrare con altrettanta evidenza che la crisi non è tutto. D’altronde, si può e si deve pensare positivamente anche in un periodo buio come quello della crisi. Così come si può e si deve vivere l’esperienza quotidiana con lo sguardo puntato al futuro e carico di speranza. Fermarsi al fattore crisi non aiuterebbe a percepire la profondità della fede né a verificare la potenza che essa possiede nel trasformare il cuore e la mente delle persone.

Un primo fatto di autentica creatività che la fede produce, comunque, è il cambiamento di vita. Non si crede per rimanere gli stessi. Si compie un atto di abbandono in Dio e ci si affida a lui solo se si è disposti a cambiare vita. La conversione è un elemento essenziale per la vita di fede, non un suo accessorio opzionale. La predicazione di Gesù di Nazareth è cristallina da questa prospettiva. Il binomio convertirsi e credere si coniuga con quello di credere e amare, non esiste alternativa. La fede quindi crea una condizione di vita nuova che trova nel battesimo il suo punto di partenza visibile e di perenne riferimento. Dio a quanti si affidano a lui, credendo nel nome del Figlio, offre la sua stessa vita. La veste bianca che il neofita indossa è segno di questa nuova creazione che si è compiuta.

L’inserimento nell’ottavo giorno, oltre il tempo della storia, è ciò che tangibile fin d’ora la vita eterna. È per questo che Paolo può scrivere nella sua lettera ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio» (Gal 2,20). Prendere seriamente questa nuova condizione di vita, comporta sviluppare un’esistenza alla luce dell’amore. Ciò significa che la fede crea la condizione per amare come ama Dio, dando tutto se stesso senza nulla chiedere in cambio. Più essa cresce in noi e maggiormente il credente crea condizioni di vita sempre nuove. L’amore come la fede non conosce monotonia né noia alcuna. Non è forse l’atto del perdono espressione di una creatività tale che permette di ricominciare tutto daccapo con la piena disponibilità di continuare ad amare? Parole dure nel contesto odierno. Eppure, è qui che si gioca la verità della fede.

La fede, inoltre, non consente di essere presente nel mondo con la nostalgia di chi si rivolge solo al passato né di quanti sognano ad occhi aperti un’utopia irrealizzabile. Essa, piuttosto, impone di guardare al presente con il realismo di chi comprende che solo vivendo intensamente questo tempo si scopre l’agire della grazia e la realizzazione della storia della salvezza. Pensare che tutto fosse migliore nei tempi passati o, al contrario, che tutto cambierà nel futuro, può essere utile per cullarsi nei propri pensieri e adagiarsi in una situazione di rassegnazione. Tutto ciò, però, contraddice l’impegno della fede. La vera creatività equivale ad accettare la sfida di parlare di Dio al mondo di oggi e di renderlo credibile con la semplicità della propria testimonianza. Certo, in un periodo di cultura digitale diventa urgente anche per la fede trovare spazi e modalità per un nuovo linguaggio che si faccia carico di rendere intellegibile il mistero. La bellezza della fede, comunque, non si lascia intimorire dalla fredda logica della tecnica. L’uomo sarà sempre rapito a contemplare ciò che è bello. Per questo, è importante suscitare nel nostro contemporaneo stupore e meraviglia. Ciò consentirà di aprire spazi di infinito e nuova conoscenza che affascinano e provocano a tal punto da compiere la scelta più libera e creativa che l’uomo conosca: credere.

Mons. Rino Fisichella

Mariapia Veladiano: Una storia di libertà e gratuità capace di accogliere l’altro

La fede è una storia. Dicono che sempre si parla di fede dal luogo in cui abitiamo. Da dentro, ad esempio. Il dire deciso di chi sa i confini del mondo. E anche dell’oltremondo. Sicuro di conoscere la sintassi dello spirito. Oppure da fuori. Ostili, o curiosi, o indifferenti, o sarcastici, a guardare i creduli, che roba mai è, nel ventunesimo secolo cercare Dio. Oppure si parla di fede dal luogo del dubbio. E son pochi, ci dicono. Il dubbioso è oggi quasi un caso pastorale felice. E allora questo abitare di necessità un nostro luogo, renderebbe il parlarci straniero. Babele di lingue senza Pentecoste. Così dicono. Ma non è così. E se lo abbiamo lasciato credere, va a nostra accusa. La fede è una storia. Con Dio. E nel tempo di una storia ne capitano di cose! Chi crede ha conosciuto Dio. La presenza e l’assenza. Vicino Lui, o chissadove, a volte limpidamente dialogante, a volte silenzioso come un dolore che non si può dire. Si crede e insieme non si crede, sempre. Abitare il confine è la condizione della nostra comune umanità. Ed è un bel luogo questo, da cui dialogare. Guardando le terre dell’altro. Nostre terre, basta muovere un passo. O anche no. Basta la vertigine del contemplare, se solo non ci siamo dati alla fatica di alzare muri che rubano lo sguardo. La nostra fede è la storia di noi che diventiamo quello che siamo, nel tempo. Si dice ‘perseverare’ nella fede. Ma è una parola che un po’ non sa dell’amore.

Nel Vangelo di Giovanni si dice ‘rimanere’ nella fede. Bellissimo, è lo stesso verbo con cui Gesù all’inizio invita i due discepoli a rimanere con lui. Rimanere. Così si può parlar di fede come un parlare d’amore: restare davanti a Dio anche quando ci sentiamo soli, perché senza sapere e volere il confine lo abbiamo passato e abbiamo paura, ci sembra di non credere più. Ma restiamo perché abbiamo una storia con Lui. Come sempre quando si ama. E non si abbandona il proprio bene perché arriva il tempo del silenzio, e chissà se è suo o nostro questo non saper trovare più le parole. Poi ci sono le opere. Il nostro poter creare i giorni che ci sono dati. Vengono dalla fede, si dice. E lo sperimentiamo. Amati e infinitamente capaci di amore. Ma capita che il sentimento non ci sia (più?) verso chi amiamo, e anche verso Dio a volte ci pare, e intanto però si continua a fare, fedeli a una storia che è nostra e ci ha rovesciato la vita, il mondo. Per sempre. Pur nel dubbio a volte, di un’illusione vissuta, di un umano tradire avvenuto, di una storia che sembra finire, finita. Di una nostra impensata nuova incapacità di sentire. Lo conoscono anche i mistici, questo luogo. «Mi son detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere», scrive Teresa di Lisieux in una pagina in cui racconta l’avversione potente per una consorella con «il talento di dispiacermi in tutto». Perché la bufera che capovolge i sentimenti può arrivare ma intanto la vita va accudita, le parole vanno dette, i bambini a scuola vanno presi, i clienti in ufficio ascoltati, il pranzo preparato. Per noi e per loro. E i poveri sfamati, i malati curati, i disperati accompagnati. C’è un fare che è fede comunque. Nella vita. Nell’uomo. In Dio.

Ci son tante storie di fede quanti noi siamo. Diverse e raccontabili alcune, ed è bello ascoltarle. Qualche volta son solo nostre, segrete. E come si giudica la storia di un altro? La fede è anche questa bella libertà. Placata la furia di giudicare noi e il mondo, libertà che lascia esistere, e che sollievo questo sguardo nostro ospitale. Accolti e amati, sguardo suo che ci basta, a cui non si può rinunciare, perché lo abbiamo ricevuto. Tocco che abbiamo sentito, come un camminare vicini. Felicità avuta, di cui esser grati, ricordata quando arriva la bufera. La fede è storia di un amore che trasforma la storia. In cui, come nelle storie d’amore, quel che è più prezioso è gratuito ma niente è a poco prezzo. Dove la gratuità è la fiducia che si dà. Piccola beatitudine. Consegna di sé. Prima Lui. Per sempre. Poi anche noi. Per quel che possiamo. E anche più di quel che possiamo. Senza misura coraggiosi, sorpresa per noi. In Lui. A che cosa serve la fede. A che cosa serve l’amore.

Mariapia Veladiano

Avvenire, 16 maggio 2013