In dialogo, cercando il dio nascosto

9 Marzo 2010

atrio-gentili-5.jpgÈ essenziale per i cristiani aprire un nuovo cortile dei Gentili, davanti al Tempio, come auspicato da papa Benedetto XVI. Uno spazio interrogativo e di preghiera aperto a tutti coloro che siano alla ricerca di Dio pur non trovandolo, per chi lo avvicini come sconosciuto, ignoto, straniero. Non soltanto un luogo di dialogo fra religioni, ma anche fra credenti e non-credenti, accomunati dalla ricerca. Gesù stesso indicò tale via, quando scacciò quanti riducevano l’atrio dei Gentili del Tempio di Gerusalemme a mero luogo di commercio, auspicando che diventasse casa di preghiera per tutte le genti. Con tale gesto con cui avviò il suo ministero a Gerusalemme, Gesù squarciò infatti il velo di ipocrisia che vorrebbe distinguere, laicisticamente, una sfera religiosa da coltivare in templi ben reclusi e una sfera mondana priva di ricerca di Dio e dedita ai mercimoni più arbitrari. Tale distinzione, spesso di moda, malgrado la parvenza irenica e tollerante sta di fatto alla base delle più coriacee idolatrie e ideologie, con tutte le violente conseguenze che comportano. Destina infatti i credenti a identificare una volta per tutte il proprio Dio con spazi, nomi, dottrine ben circoscritti, riducendolo di fatto a misure umane, immagini antropomorfiche assolutizzate, idolatriche, facilmente assurgibili a strumenti di violenta omologazione etica e normativa. Lasciando i non credenti preda di proprie miopi ideologie, frutto della pretesa validità universale di prospettive finite, umane, non aperte a interrogativi che travalichino il mero scambio utilitaristico, infine prevalente attraverso la legge della forza e sopraffazione. Ma allora un nuovo cortile dei Gentili non potrà essere inteso soltanto come spazio di possibile accesso alla fede da parte di atei, agnostici, non-credenti che credano almeno nella ricerca: presupponente in quanto tale un ricercato, un senso supremo, un Dio ignoto, l’’ágnostos theós’ dell’ara scorta da san Paolo nell’Areopago ateniese. Bensì anche come necessità per gli stessi credenti, pena l’idolatricizzazione dei propri sancta sanctorum, di confrontarsi incessantemente con la mera ricerca laica, sapendo presupposta alla propria fede, sempre, l’ignoranza di Dio, la dotta ignoranza dell’uomo che non può non riconoscere apofaticamente come il Dio unico, onnipotente e rivelato, sia un Dio nascosto. «Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele salvatore» (Isaia, 45 15). Ciò che davvero accomuna credenti e non credenti, se saggiamente dotti sui limiti della propria comune natura umana, è la comprensione dell’incomprensibilità di Dio con le misure umane. Il Dio nascosto è lo spazio di ricerca di Dio, continuamente, inesauribilmente aperto anche attraverso lo stesso Dio rivelato, incarnato, come mostra il mistero trinitario, la divino-umanità di Gesù Cristo nell’incarnazione e resurrezione; aperto anche per la ricerca atea, senza Dio al cospetto silenzioso di Dio. Solo di fronte al Dio nascosto è possibile dialogo fra credenti e non-credenti, fra credenti di diverse religioni, agnostici di svariate posizioni, senza violenze o sopraffazioni, umane mediazioni, riduzioni, violazioni. Perché il Dio nascosto è l’esperienza di trascendenza essenziale ad ogni uomo, esperienza dei propri limiti costitutivi: finiti eppure anche esposti, aperti a qualcosa di più grande benché indeterminato. E in tale esperienza comune a tutti gli uomini risiede anche l’autentica possibilità di credere all’unico vero Dio che si riveli.

Francesco TomatisAvvenire, 9 marzo 2010

Sos educazione, strategie di riscossa

8 Marzo 2010

bambini-scuola.jpgUna famiglia debole, un contesto so­ciale e politico privo di spinta pro­pulsiva e un mondo dell’informa­zione poco attento ai valori. È lo scenario dentro il quale Dario Antiseri, filosofo e docente ordinario all’Università Luiss di Roma, colloca l’emergenza educativa, che mai come in questi ultimi anni si è impo­sta nel dibattito culturale del Paese. Un tema sul quale la Chiesa italiana ha deci­so di puntare nel prossimo decennio, of­frendo come contributo il Rapporto- pro­posta intitolato « La sfida educativa » , che sarà al centro di un incontro martedì 9 marzo a Genova, a cui prenderà parte an­che il cardinale Angelo Bagnasco, presi­dente della Cei e arcivescovo del capo­luogo ligure.

Professor Antiseri, ma a che punto siamo con l’emergenza educativa?

« L’emergenza continua a esserci, ed è im- portante che la Chiesa si stia impegnan­do, anche se non bisogna dimenticare che la sorgente educativa è sempre la fami­glia. Ma quest’ultima non possiamo na­scondercelo si è indebolita, anche perché immersa in un ambiente ricco di modelli non esemplari »

Per esempio?

«La televisione, che Karl Popper definì ‘u­na cattiva maestra’ e che per Hans Georg Gadamer ha portato ‘ alla fine dell’espe­rienza del dialogo’. Ma anche Giovanni Paolo II mise in guardia dagli aspetti ne­gativi che ‘ questo elettrodomestico’ può avere nei confronti dei più giovani. Ma an­che la politica sta dando cattivi esempi. E in questo quadro le nostre istituzioni for­mative sono prive di ossigeno e anche realtà professionali e culturali come Aimc, Uciim o la Fuci sembrano aver perso un po’ di smalto, anche se continuano a es­sere una presenza importante » .

La Chiesa ha lanciato la sua sfida educa­tiva. Come pensa debba attuarla?

« Difendendo il concetto della scuola libe­ra, che non è una battaglia per la scuola cattolica, ma per tutto il sistema. Del re­sto il Cristianesimo ha portato valori e cul­tura al nostro pensiero occidentale. ‘ Se il cristianesimo se ne va- disse Thomas Eliot -, se ne va tutta la nostra cultura, se ne va il nostro stesso volto’. E poi la battaglia per la libertà è fondamentale. Ritrovare il valore della persona, che oggi è messo in pericolo dalla televisione, dai mezzi d’informazione, che non aiutano affatto a far sorgere quella coscienza critica indi­spensabile per ogni essere umano » .

La Cei ha scelto la via della presentazio­ne capillare del Rapporto- proposta con incontri nelle singole realtà. Cosa ne pen­sa di questa scelta?

« È un bene, perché in questo modo si rie­scono a coinvolgere in modo capillare davvero tutte le realtà interessate al fron­te dell’educazione: docenti, genitori, o­peratori dell’informazione, educatori. E poi mettere intorno allo stesso tavolo tut­ti i soggetti permette un confronto più am­pio » .

Secondo Lei quali sono i punti essenzia­li per vincere questa sfida educativa?

«È la difesa della scuola libera, di una scuo­la capace di competere, al di là della tipo­logia di gestione ( statale o paritaria), per­ché la competizione è condizione per ri­sollevare l’intero sistema della scuola pub­blica. Penso al buono scuola, cioè una do­te di cui ogni studente è depositario. Uno strumento che non è contro la scuola sta­tale, che deve essere salvata dallo statali­smo. La parola chiave è libertà, quella che, come diceva Davide Hume « è raro che si perda tutta in una volta». Ma il compito del cristiano, aggiungeva Luigi Sturzo è di di­fenderla per tutti e per sempre. E come hanno insegnato tanti maestri della cul­tura cattolica, a iniziare da Tocqueville, passando per Frédéric Bastiat e Antonio Rosmini, fino a don Sturzo, il prezzo del­la libertà è l’eterna vigilanza. E vigilare sul­l’esperienza educativa è fondamentale » .

Enrico Lenzi – Avvenire, 7 marzo 2010

 

L’APPUNTAMENTO MARTEDÌ A GENOVA L’INCONTRO CON BAGNASCO GLI INTERVENTI DI FALCHI PELLEGRINI E SCABINI

Un vero e proprio giro d’Italia quello che il Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana sta compiendo per presentare il Rapporto- proposta, « La sfida educativa » . Da Nord a Sud del Paese questo volume è stato offerto all’analisi e alla discussione di coloro che hanno a cuore il tema dell’educazione e intendono raccogliere la sfida per rilanciarla e poter così uscire dall’emergenza educativa nella quale stiamo vivendo. Martedì prossimo, 9 marzo, questo tour farà tappa a Genova e sarà al centro dell’incontro promosso presso la Sala Quadrivium, in piazza Santa Marta, a partire dalle ore 16.45. La presentazione dei contenuti e delle finalità del Rapporto è affidata a due relatrici: Antonietta Falchi Pellegrini, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova e ordinario di Storia delle dottrine politiche; ed Eugenia Scabini, preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ordinario di Psicologia sociale della famiglia. All’incontro interverrà anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Genova. ( E. Le.)

Roma, un patto educativo per dare speranza alla città

8 Marzo 2010

roma-convegno-educazione.jpgServe una «nuova alleanza» per fare fronte all’emergenza educativa. Un «patto» tra la famiglia, le istituzioni scolastiche, la società. Per questo potrebbe essere utile la creazione di un «laboratorio», di un «gruppo di lavoro» permanente che si occupi della questione. La proposta arriva dal cardinale vicario Agostino Vallini durante il convegno “Progettare la vita. La Chiesa di Roma incontra la città per un rinnovato impegno educativo”, organizzato dalla diocesi dell’Urbe e svoltosi ieri alla Pontificia Università Lateranense. Oltre un migliaio i partecipanti – tra genitori, insegnanti, animatori – coinvolti nel pomeriggio in quattro laboratori focalizzati su quattro diverse fasce d’età. L’iniziativa – promossa a due anni dalla lettera di Benedetto XVI sul «Compito urgente dell’educazione» e a un anno da quella del cardinale Vallini «Educare con speranza» – è «nata con l’ambizione di provare a riflettere insieme e l’intento di compiere un piccolo passo in avanti nell’impegno al servizio dei ragazzi e dei giovani», sottolinea il porporato. «L’impegno educativo per le nuove generazioni – afferma – è una priorità indifferibile da assumere per il bene comune. Abbiamo la consapevolezza che in questa materia nessuno ha strategie risolutive», ma «non vogliamo abbandonarci a un fatalismo rassegnato, perché il nostro compito è quello di donare speranza». Ridefinendo, innanzitutto, il concetto stesso di «processo educativo», che «non può essere inteso – osserva il cardinale Vallini – come semplice procedimento di trasmissione di valori, ma piuttosto come il cammino della persona verso lo sviluppo integrale». In questo percorso è fondamentale la «relazione educativa», quello speciale rapporto che si instaura tra maestro e allievo, professore e studente. Ma anche con i genitori e gli animatori. La formazione, infatti, «non è opera di singoli individui – dice il vicario del Papa per la diocesi di Roma – ma frutto di un’alleanza, di un patto di cooperazione tra i diversi soggetti coinvolti». Ne è convinto anche Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa e moderatore della giornata di ieri. «La questione educativa – spiega – non può essere risolta da un unico soggetto. Serve una rete tra società ecclesiale e società civile. Ed è importante anche l’apporto che le università possono dare in questo processo». Proprio dal mondo accademico proviene Ina Siviglia, docente presso la Facoltà Teologica della Sicilia. «Serve un patto educativo – chiarisce – perché quello dell’educazione è un tema pubblico, che appartiene a tutti. Mettere insieme soggetti diversi consente una maggiore capacità di diagnosi, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di personalità equilibrate». Per riuscirci non può mancare un ingrediente fondamentale: l’amore. «Don Bosco – ricorda la teologa – diceva: ‘L’educazione è un affare di cuore’. Ed è vero. Ha a che fare con il donare agli altri, è un farsi dono per dare forza». Ed è un «processo permanente, che dura tutta la vita», aggiunge Ferdinando Montuschi, professore all’Università di Roma Tre. «L’educatore – nota il pedagogista – deve aiutare la persona a costruire la sua identità personale. Altrimenti non si realizza pienamente la vita, ma ci si ritrova semplicemente a esistere, a sopravvivere». All’appuntamento di ieri è intervenuto anche il sindaco Gianni Alemanno. «Dobbiamo rieducare Roma con speranza», ha esortato.

Giulia Rocchi – Avvenire, 7 marzo 2010

Leggi qui e qui gli articoli pubblicati su “RomaSette”.

«Servire l’incontro tra fede e cultura»

8 Marzo 2010

galantino-nunzio.jpg«Pensare in grande». È questo il compito a cui sono chiamati gli Isti­tuti superiori di scienze religiose per affrontare le sfide poste dall’armo­nizzazione europea dell’istruzione superiore, partita nel 1999 con la Dichiarazione di Bologna . Ma an­che per entrare, con il loro bagaglio di fede e ragione, nell’«areopago culturale contemporaneo». Uno sforzo non solo organizzativo, che richiede teste «disposte a scom­mettere e allenate al rigore proget­tuale ». È l’immagine con cui don Nunzio Galantino – responsabile del Servi­zio nazionale della Cei per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze re­ligiose – illustra gli scenari che que­sti centri di formazione hanno da­vanti. Bilanci e prospettive saranno affrontati dai presidi delle Facoltà teologiche e dai direttori degli Issr nel loro secondo convegno nazio­nale, che si tiene martedì e merco­ledì a Roma. I partecipanti saranno oltre 150, in rappresentanza di una realtà che coinvolge circa 2.500 do­centi (con vari profili) e oltre 10mi- la studenti (ai quali vanno aggiunti i quasi 4mila delle Facoltà teologi­che). Dal primo appuntamento, ce­lebrato nel 2008, sono intervenute alcune novità, apportate da un’I­struzione della Congregazione per l’educazione cattolica e una Nota della Cei.

Cosa hanno introdotto?

La seconda adegua alla situazione italiana alcune determinazioni affi­date dalla prima alle Conferenze e­piscopali nazionali. Tra queste, la denominazione dei titoli – laurea in Scienze religiose e laurea magiste­riale in Scienze religiose – e la ne­cessità che ciascun Issr si colleghi alla Facoltà teologica del territorio. Per creare una rete, un efficace in­terscambio tra soggetti deputati al­la formazione sia del clero che dei laici.

Insomma è stata fatta un po’ di chiarezza normativa.

E non è poco per strutture che in al­cuni casi hanno sofferto per una ge­stione non sempre condivisibile, ad esempio, nella determinazione dei piani di studio, con relativa attribu­zione dei crediti, o nella gestione dei passaggi tra percorsi o istituti.

Dunque, sono state poste le basi per proiettarsi nel futuro. Cosa vi aspetta?

È il momento di spendersi in ma­niera decisa. Affinché gli Issr pos­sano assolvere al compito ricono­sciuto loro dal ‘Processo di Bolo- gna’, per la creazione del cosiddet­to ‘Spazio europeo dell’istruzione superiore’. E possano essere punti di riferimento affidabili per la co­munità ecclesiale e l’areopago cul­turale contemporaneo.

Come?

Certamente non bastano le regole, l’attenta formulazione dei piani di studio e l’indicazione dei testi di ri­ferimento. C’è bisogno di teste che sappiano ‘pensare in grande’, di­sposte a scommettere e allenate al rigore progettuale. Sia per la gestio­ne, sia per il servizio alla fede e alla cultura.

 Gli ultimi due Papi hanno spesso esortato al servizio della carità in­tellettuale e a rendere ragione del­la fede. Gli ‘Orientamenti’ Cei per il decennio insistono sull’emer­genza educativa. C’è, poi, il cantie­re del Progetto culturale. Come vi sentite interpellati?

Mi sembra si stiano aprendo sce­nari di azione particolarmente fe­condi. Aggiungerei il recente docu­mento sulla Chiesa e il Mezzogior­no Per un paese solidale. Alcuni pas­saggi, a mio parere, interpellano di­rettamente gli Issr e contengono proposte in linea con la loro natu­ra e finalità.

Ad esempio?

I vescovi affermano che «i veri atto­ri dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone», che vanno formate. Ciò richiede impe­gno per una «nuova proposta» at­traverso una rigenerazione degli ambiti educativi. E, poi, che l’allar­gamento del concetto di ragione è indispensabile per la soluzione dei problemi socio-economici.

Un compito difficile.

Certo. Occorre reagire a una certa «tendenza al ribasso» della qualità dei percorsi formativi – lamentata dai vescovi – promuovendo la ca­pacità di guardare oltre certi mo­delli di modernizzazione per anda­re «al versante invisibile della realtà». Insomma, non credo che ce la si possa cavare aggiungendo qualche corso opzionale che evo­chi nel titolo il Mezzogiorno o l’e­mergenza educativa. Sarebbero pannicelli caldi di fronte a una de­vastante bronchite.

Con quale intenzione vi riunite do­podomani?

Quella di lavorare insieme per dare agli Issr un’identità più definita e u­na struttura capace di reggere al li­vello accademico richiesto. Il cam­mino non è facile. Perché si tratta di passare da una gestione basata essenzialmente sul volontariato – che ha lodevolmente retto nel pas­sato – a una che richiede un note­vole investimento di risorse perso­nali ed economiche.

Gianni Santamaria – Avvenire, 7 marzo 2010