La grande domanda

12 Marzo 2010

presentazione-libro-dio-oggi.jpg“Si può discutere sull’esistenza o sulla non esistenza di Dio, ma non si può non convenire che con Lui o senza di Lui cambia tutto, perché senza Dio l’uomo sembra smarrire il senso di se stesso”. Lo ha detto il card. Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, intervenuto nel pomeriggio dell’11 marzo alla presentazione a Roma del volume “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”, edito da Cantagalli e frutto dell’omonimo convegno internazionale che si è svolto nella capitale dal 10 al 12 dicembre 2009 per iniziativa dello stesso Comitato. Il libro raccoglie gli interventi tenuti nelle quattro sessioni plenarie dell’evento. “Occorre parlare di Dio se vogliamo parlare dell’uomo - ha affermato Sergio Belardinelli, sociologo dell’Università di Bologna introducendo l’incontro -, e si tratta di un tema certamente decisivo in un tempo ‘spaesato’ quale il nostro”.

Quale atteggiamento verso l’uomo? “Non ci sono né possono esserci vie scientifiche che conducono a Dio – ha osservato ancora il card. Ruini -; al tempo stesso non ve ne sono a sostegno della Sua negazione”, e se i cosiddetti “maestri del sospetto (Feuerbach, Marx, Nietzsche e Freud) hanno ricondotto Dio ad una proiezione del nostro desiderio”, quest’ultimo si può interpretare come “indizio” dell’apertura dell’uomo verso l’unico “Assoluto in grado di colmare la sua non autosufficienza”. “Qual è oggi lo stato di salute o il grado di infermità della fede in Dio?” si è quindi chiesto il porporato, secondo il quale “credere o non credere costituiscono due possibilità tra le quali chiunque è chiamato a scegliere, anche il sacerdote”, ma “l’opzione vera” riguarda “la fede in un Dio infinitamente superiore all’uomo” dinanzi al quale “ha un senso inginocchiarsi”. La fede, in altri termini, “non è solo credere che Dio esista, bensì credere che Dio si è rivolto personalmente a me”. Se invece con la parola “Dio” intendiamo “genericamente una realtà originaria – ha precisato il presidente del Comitato Cei – non si può più parlare di fede; tutti sono costretti ad ammetterne l’esistenza giacché dal nulla non può provenire nulla”. La “grande domanda – ha concluso – non è dunque quella sull’esistenza di Dio, ma quella sul Suo atteggiamento verso l’uomo”.

I “cinque volti” di Dio. E un’altra “grande domanda” è: “Quale Dio?”. A porla è mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, secondo il quale “la presenza di Dio all’interno della società contemporanea è molto più attestata di quanto si immagini”, ma si tratta di un Dio “dai cinque volti”. Anzitutto “quello che l’Esodo chiama ‘il Dio d’oro’, che si impersona nei diversi idoli che fanno da sfondo ai nostri giorni, indifferenti e in fondo non particolarmente incisivi”. Ma vi sono anche “quello che Paolo definisce ‘il Dio sconosciuto’, il Dio oscuro dell’esoterismo e della New Age”; e “il Dio nascosto” di Isaia, “tanto caro a Pascal, che racchiude in sé una profonda carica di metarazionalità”. Per quest’ultimo, ha precisato mons. Ravasi, “non si possono impiegare le categorie della filosofia” ma occorre “un altro canale di conoscenza, quell’intelligenza più ampia che è il canale di conoscenza della fede”. Un passo ulteriore conduce al “Dio che è luce” della Prima Lettera di Giovanni: un Dio che, spiega il presidente del dicastero vaticano, “si rende visibile attraverso l’analogia con la bellezza e la grandezza del mondo” o quella “con la Parola che diventa lo strumento fondamentale che Egli adotta per svelarsi”. Infine il “Dio che è amore”, della stessa Lettera giovannea, sottolinea “in modo particolare - avverte mons. Ravasi -, la dimensione della personalità di Dio come di un interlocutore che entrando in dialogo con le creature diventa sempre più un volto”.

Il “Cortile dei Gentili”. “Dio si fa carne in Cristo, cioè uomo che soffre e sperimenta la lontananza e il silenzio di Dio; diventa così l’anti-Dio assoluto – osserva il relatore -, e non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua impotenza”. Questo Dio, sottolinea mons. Ravasi, “è forse un po’ meno ‘morto’ di quanto si sia a lungo creduto”. Per questo il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura rilancia il progetto di costituzione della Fondazione “Il Cortile dei Gentili”, ispirato allo spazio del tempio al quale avevano accesso tutti i popoli, non solo gli Israeliti, per pregare il loro Dio, e “auspicato” da Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia romana in occasione degli auguri per lo scorso Natale. Con questa iniziativa, “che dovrebbe debuttare dopo l’estate, probabilmente a Parigi”, intendiamo “avviare un dialogo serio e articolato con il mondo della non credenza”, un universo “dalle mille iridescenze e dalle profonde attese”, anch’esso “alla ricerca di senso” spiega mons. Ravasi. Citando al riguardo gli accorati versi del poeta non credente Giorgio Caproni, scomparso nel 1990: “Ah, mio dio, mio Dio, perché non esisti?”, il passaggio “dalla d minuscola alla D maiuscola – conclude l’arcivescovo – sembra sottolineare la necessità dell’esistenza di Dio”.

Sir - 12 marzo 2010

Il Rimosso ritorna e interroga la cultura

12 Marzo 2010

copertina-dio-oggi.jpgNon solo Dio c’è, ma si è rivolto a noi. Con «atteggiamen­to di amore totale » . È pro­prio in questa « manifesta­zione di Dio a noi» che si ri­trova il senso della religione cristiana. Lo ha sottolineato ieri a Roma, al Palazzo We­dekind, il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comi­tato per il progetto cultura­le della Cei, alla presenta­zione del volume Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cam­bia tutto , edito da Cantagal­li e frutto del Convegno In­ternazionale celebrato a Ro­ma dal 10 al 12 dicembre dell’anno scorso. «Gli ebrei, i cristiani e i mu­sulmani - ha detto Ruini, do­po aver presentato i contenuti del libro - sia pure in ma­niera differente, credono che Dio abbia preso gratuitamente e liberamente l’ini­ziativa di entrare in rappor­to con noi. I cristiani credo­no che Dio abbia voluto farsi uno di noi e che questa manifestazione di Dio sia an­che una realtà verificata nel­la storia». Una questione, quella della fede, che nella società di oggi, ha ribadito il porporato, non è affatto secondaria. «Charles Taylor ­ha infatti ricordato Ruini - ha mostrato che la fede in Dio è tutt’altro che scomparsa e non è in via di scomparire». Il punto, però, che pone dei problemi, è semmai il rapporto tra scienza e fede, co­me ha sottolineato Roberto Maiocchi, docente di Storia della Scienza dell’Università Cattolica di Milano. «È un errore contrapporre l’analogia dei teologi e quella del me­todo scientifico - ha ribadito Maiocchi - . Questo non vuol dire che siano la stessa cosa. Le analogie scientifiche, infatti, prima o poi cadono, sono soggette alla critica». La domanda da porsi è semmai: «Come mettere d’accordo i contenuti scientifici con la teologia?». L’accordo tra ciò che dice la scienza e la religione, «va ricercata nella nozione di Dio onnipotente». Ma per il docente della Cattolica, resta il dubbio della ‘compatibilità’ della teoria dell’evoluzione con un Dio onnipotente. «Troppo facile - conclude Maiocchi - dire che qualsiasi cosa la scienza dice a noi vada bene e non vedere invece il contrasto tra verità religiosa e scientifica». Una risposta a questo dubbio è arrivata dall’intervento di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Ponti­ficio Consiglio della Cultura. «Oggi - ha subito premesso ­la presenza di Dio è molto più attestata di quanto im­maginiamo ». Rispetto invece al dialogo tra scienza e fede, «dobbiamo riconoscere che esso non ha più quelle tensioni che si hanno a livel­lo nazional popolare. Abbiamo due magisteri - ha detto Ravasi - che non sono sovrapponibili, e quindi hanno percorsi non conflittuali ». Come è scritto nel libro di Giobbe, ha spiegato, fino a quando si usano le categorie della filosofia e della scienza per parlare di Dio, ci saranno tante assurdità. C’è però una «via di conoscenza che riporta su un altro disegno, più ampio. Per questo - ha ribadito Ravasi - è necessario avere un canale di conoscenza che ti permette di scoprire una metarazionalità, che è quella del Dio nascosto. Ed è appunto il canale della fede».

Graziella Melina – Avvenire, 12 marzo 2010

Il «post-umano»? È nato da tre mamme…

12 Marzo 2010

uomo-robot.jpgL’Antipinocchio è una figura del post-umano e il post-umano è la corrente culturale che ha inaugurato il terzo millennio e promette di accompagnarlo per un po’. A tagliare il nastro filosofico del ‘900 fu la sentenza del «Dio è morto»; nel 2000, l‘atto è stato compiuto da un altro annuncio sensazionale, quello per cui «l’uomo è antiquato». La morte di Dio non equivaleva ad eresia o ateismo. L’eresia si è estesa fino al Medioevo, epoca in cui si poteva avere un’idea maldestra di Dio, ma non si poteva non averne idea. L’ateismo è una «invenzione» dei secoli successivi, per chi nega, sì, Dio, ma continua a confrontarsi con Lui. «Dio è morto», invece, segna un tempo in cui una persona può trascorrere tutta una vita intera senza mai considerare con serietà l’idea di Dio. Similmente, il post-umano non è una presa di posizione pro o contro l’uomo, piuttosto la salda convinzione che «sta per uscire un nuovo modello» e, come per tutti i prodotti, quello vecchio, presto, non interesserà più a nessuno. Non è solo una cesura culturale; perfino la continuità filogenetica sarà compromessa, perché il post-umano non eredita i geni, li fabbrica in laboratorio. Il post-umano è l’uomo che sta cambiando pelle, e non in senso metaforico. L’indagine genealogica sul post-umano fa emergere un dato singolare: per la prima volta nella storia, i padri fondatori di una filosofia, in realtà, sono tre - «madri». Chi altri avrebbe potuto concepire un nuovo uomo? La prima è stata Donna Haraway, docente di Storia della scienza all’Università di Santa Cruz e autrice, nel 1991, del manifesto del post-umano. Propriamente, il titolo è Manifesto Cyborg, ma le aree semantiche di «cyborg» e «post-umano» si sono presto fuse per indicare l’ontologia di un essere umano che è «chimera, mosaico, ibrido di macchina e organismo - prole illegittima spesso esageratamente infedele alle proprie origini - che trae godimento dalla confusione dei confini». Quindi, Katherine Hayles, docente di Letteratura alla Duke University, che nel suo Come siamo diventati post-umani del 1999, pur non condividendo del tutto il piacere di Haraway, si trova costretta a documentare che «l’uomo sta per essere riconfigurato, al fine di integrarsi perfettamente con le macchine intelligenti». La terza è Natasha Vita-More, al secolo Nancie Clark, che nel 2004 ha presentato Primo Post-umano. The New (human) Genre, prototipo artistico-scientifico di «uomo» che ha per pelle una elastica guaina sensibile, contiene nano-robot collegati al cervello negli organi interni, ha opzioni di sessualità multiple e ripara immediatamente i danni provocati da agenti esterni o endogeni. Non occorrono oracoli per questo destino, osserva la tecno-artista: il nuovo territorio è già stato scoperto e, si sa, agli scienziati piace investigare, ai tecnici inventare, ai giovani sperimentare, anche sui propri corpi. L’identificazione dell’io con la sola mente e l’indipendenza di quest’ultima dal corpo (l’informazione è distinta dai supporti materiali che la veicolano) sono forse le due connotazioni maggiori di questa post-antropologia. Una conclusione quasi beffarda per la teologia cristiana. Dopo secoli trascorsi a parteggiare per l’anima in perenne competizione contro «fratello asino», la teologia, da un tempo relativamente breve, era pervenuta ad una concezione unitaria e integrale della persona. Si era appena riallineata con la cultura antropologica contemporanea ed ecco che quest’ultima produce un ulteriore scatto, per una posizione nuovamente divergente, dualistica e di liberazione dalla materia. Una sfida, ma anche una stimolante occasione per i teologi per far vibrare ancor più il messaggio evangelico, «traducendolo» in sempre diversi linguaggi.

Andrea Vaccaro – Avvenire, 11 marzo 2010

La scelta dell’essenziale

12 Marzo 2010

bagn-mag-09.jpg“La responsabilità dell’educazione è di trasmettere alle persone la consapevolezza delle proprie radici, di fornire punti di riferimento che consentano di definire la propria personale collocazione nel mondo, d’insegnare il rispetto delle altre culture, per guardare oltre l’esperienza individuale ed immediata, per accettare le differenze e scoprire la ricchezza della storia degli altri e dei loro valori, a partire dalla consapevolezza della propria”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, intervenuto nei giorni scorsi all’appuntamento “Pasqua della scuola”, organizzato dalla diocesi genovese per gli operatori del mondo scolastico, alunni e genitori. Una vera integrazione, ha spiegato il cardinale, è la via da percorrere affinché “il multiculturalismo possa diventare un interculturalismo e, quindi, un dialogo rispettoso e reciproco di tutti e di ciascuno”. Per arrivare ad una vera integrazione, però, “è necessario non perdere l’identità cristiana ed umanistica della nostra cultura perché sembra in atto un progetto preciso, quello di lasciare cadere nell’oblio le origini cristiane della nostra storia”. In quest’ottica, ha sottolineato il card. Bagnasco, si comprende come “il ruolo dell’insegnamento della religione cattolica è quello di fornire consapevolezza delle proprie radici storiche e culturali”. Sull’argomento il cardinale, citando Antonio Gramsci, ha poi affermato che “il vuoto del presente nasce dalla svalutazione del passato”.

Cattiva antropologia. Sul rapporto tra la cultura e il sentimento religioso, il card. Bagnasco ha ribadito il primato della cultura nell’agire umano perché “non esiste cultura senza dimensione religiosa e la cultura si costruisce attorno alla dimensione religiosa, dimensione che può essere accolta o rifiutata ma che costituisce un termine di paragone con cui vedere la realtà e quindi l’uomo”. Inoltre, ha proseguito il porporato, “l’impulso religioso è l’essenza dell’uomo e della sua vita ed è testimoniato continuamente nella storia. Infatti, ogni volta che le istituzioni religiose sono soppresse e i credenti ridotti a cittadini di seconda classe, le idee religiose riemergono sempre, prima o dopo, in un modo o nell’altro”. Questo processo è “un dinamismo inevitabile che nella storia ricorre continuamente: quanto più si cerca di far sprofondare il fatto religioso, tanto più questo, prima o poi, riemerge più vigoroso”. In questo senso, il cardinale ha voluto evidenziare il primato della cultura nell’operare e nell’agire dell’uomo e l’importanza del fatto religioso all’interno della cultura stessa. La cultura sta alla base anche di scelte economiche e politiche e, a questo proposito, l’arcivescovo ha menzionato la fine del comunismo e del socialismo reale culminato con la caduta del muro di Berlino nel 1989: “L’errore fondamentale del socialismo - ha precisato - non era di tipo economico ma antropologico. Il comunismo, infatti, non è caduto per una cattiva economia ma per una cattiva e disumana antropologia”.

Il fondamento dei valori. Il mestiere dell’insegnante, ha spiegato l’arcivescovo, è “allo stesso tempo privilegiato e di grande responsabilità” perché “non deve essere autoreferenziale ma si deve porre in ascolto delle domande di fondo, esistenziali ed eventualmente provocarle”. Quanti hanno responsabilità educative e culturali, dunque, devono suscitare le domande di senso che si possono riassumere in un solo interrogativo: “Se vi sia qualcosa per cui valga la pena morire e, quindi, vivere”. Si tratta di un punto fondamentale, ha aggiunto il cardinale, perché “quando un popolo non è più disposto a morire per qualcosa, non ha più niente per cui vivere e questo è segno di una decadenza terribile nel segno dell’individualismo più bieco e più mortificante”. Tuttavia, “vivere senza senso non è possibile e, allora, ognuno si costruisce un senso, si sceglie una menzogna, quella per lui più accattivante”. Per questo è necessario invitare le persone, e soprattutto i giovani, ad “aprire gli spazi alla ragione riscoprendo la ragione contemplativa, recuperando una ragione metafisica”. La scuola deve aiutare l’alunno “a fare sintesi del cumulo delle conoscenze apprese per superare la frammentazione” di fronte al rischio di “un sapere enciclopedico e frammentato, la dispersione psicologica e lo smarrimento interiore”. In conclusione, il card. Bagnasco ha ricordato che l’”umanesimo ateo” è “un umanesimo disumano perché un umanesimo senza dimensione religiosa non ha fondamento”; “oggigiorno facciamo puro nominalismo parlando di etica senza affrontare il problema del reale fondamento dei valori” e il fondamento di tali valori non può certo essere affidato alle maggioranze o alle sole procedure democratiche che, per quanto nobili, “non sono però costitutive del fondamento valoriale”.

Adriano Torti – Sir, 10 marzo 2010