Un progetto culturale nel nome del Crocifisso

15 Aprile 2014

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Una bella testimonianza del fecondo rapporto tra arte e fede è quella offerta dai crocifissi lignei presenti nelle chiese della Diocesi di Ischia. Recentemente restaurati, essi affermano il valore della memoria, si offrono alla contemplazione dello spirito e nutrono la preghiera del credente anche molti secoli dopo la loro realizzazione.

A sottolinearlo è un bel volume sulle pregevoli opere di scultura lignea presenti nell’isola ischitana, curato da Serena Pilato, docente dell’Istituto Europeo del Restauro - Isola d’Ischia e direttore dell’Ufficio diocesano del Progetto Culturale. Le opere presentate, corredate di schede di restauro e suggestive immagini, sono il “Cristo Nero” della Cattedrale di Santa Maria Assunta, il crocifisso della chiesa di Santa Maria del Soccorso a Forio, entrambi di autore ignoto, e il crocifisso della chiesa della SS. Trinità del Cretaio, opera di Gaetano Palatano.

“Un progetto culturale che parte nel nome del Crocifisso”. Così esordisce il prof. Agostino Di Lustro, direttore dell’Archivio Storico Diocesano, nella presentazione del volume, realizzato in collaborazione con l’Istituto Europeo del Restauro. “Può sembrare un fatto devozionale – prosegue Di Lustro – frutto della spiritualità di certi ambienti pietistici di movimenti di base di sapore ancora medievale e di ispirazione francescana. Si tratta, invece, dell’avvio di un itinerario culturale nel senso pieno della parola che parte dalla teologia per finire alla pietà popolare attraverso la sublime espressione dell’arte, questa volta della scultura in modo particolare”.

Queste sono le linee ispiratrici dell’impegno condotto dalla dottoressa Pilato, “attraverso la proposta di un filone di ricerca nuovo per la nostra isola considerato che quanto è stato scritto sui Crocifissi presenti sul nostro territorio non supera lo spazio di una paginetta”. Gli studi che sono stati condotti sui tre crocifissi più famosi e venerati dell’isola d’Ischia “hanno dato un contributo notevole per una più approfondita conoscenza del nostro patrimonio artistico e religioso. Attraverso lo studio del Crocefisso del Cretaio abbiamo assistito al risveglio anche ad Ischia dell’interesse per i fratelli Gaetano e Pietro Patalano per cui possiamo ben dire che la loro patria non li ha dimenticati, anzi è fortemente interessata ad approfondire, eventualmente, qualche altra loro opera esistente e dimenticata in qualche chiesa della nostra Isola”.

“Lo studio attento ed entusiasmante della dott.ssa Pilato sul Crocifisso del Cretaio – conclude lo studioso –  posto accanto a  quello di Cadice di Gaetano Patalano, è certamente di grande portata scientifica perché ci permette di approfondire l’opera dei due scultori lacchesi ed eventualmente riconoscere altre opere da loro realizzate e ancora conservate nelle nostre chiese”.

Contro la crisi ci vuole resilienza

15 Aprile 2014

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Pubblichiamo alcuni passi del volume di Simone Morandini “Custodire futuro: etica del cambiamento”. Il libro, in uscita per Albeggi (pagine 148, euro 15,00) è stato presentato lunedì scorso a Roma presso Shenker Culture Club. L’autore, teologo e fisico docente nelle Facoltà Teologiche di Venezia e Padova, riflette sul fatto che siamo le persone che siamo anche grazie a quanto riceviamo dalle generazioni precedenti e che il nostro agire è determinante per coloro che verranno dopo di noi. È, questa, la sua visione di “sostenibilità”, l’intreccio tra due dimensioni di giustizia: un’attenzione per le generazioni future e un’istanza di tutela dei beni comuni, fondamentale per il nostro essere “assieme di umani su un pianeta delicato”.

Custodire è un verbo da articolare al fu­turo (nel segno del progetto e del sogno) e al plurale (nel segno della relazionalità e dell’attenzione per la complessità) […]: tante sono le realtà da custodire, tute­landole contro un vento fatto di merci­ficazione disgregante, contro una cul­tura che non sa accogliere l’alterità.

È allora tempo di chiederci cosa significhi disegnare politiche della custodia in questa nostra Italia, in que­sti giorni feriti dall’incertezza. Di domandarci quali fronti impegnino le parole che abbiamo evocato, pa­role pesanti, parole generatrici di pratiche. Rispon­dere a tali interrogativi significa individuare alcune urgenze primarie del bene comune in questo tempo […]; esso viene incontro quasi naturalmente a chi sa ascoltare il grido di un Paese diviso che ha visto anzi crescere in questo tempo di crisi la distanza tra grup­pi diversi, con l’impoverimento di vaste fasce della popolazione. È una distanza fatta certo di reddito – si pensi alla crescita continua del rapporto tra i com­pensi dei manager delle grandi aziende e i salari dei dipendenti – ma anche di ga­ranzie, di accessibilità a beni e servizi, di opportunità lavora­tive. C’è, insomma, una dise­guaglianza crescente che si e­stende fino al livello di quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capabi-­lities: sono ormai profonda­mente diversi gli insiemi del­le scelte di vita accessibili ad esempio a una giovane precaria del Sud o a un pensionato al minimo rispet­to a quelli di un lavoratore stabile di una regione del Nord o, a maggior ragione, di uno dei succitati mana­ger. Non si tratta qui di fare l’apologia di forme di e­gualitarismo distratte nei confronti del talento indi­viduale, ma di richiamare – con una prospettiva ana­loga a quella indicata da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz – i drammatici costi che un simile eccesso di diseguaglianza impone alle vite delle persone. Non è certo casuale che a esso corrisponda anche un trend demografico discendente, che pone pesanti interro­gativi al sistema-Paese […].

Quando sembra che le fondamenta stesse del­la civitas siano erose, appare difficile persino custodire se stessi: difficile mantenere quell’affidabilità su cui altri possono contare; dif­ficile mantenersi responsabili in quelle scelte nelle quali ogni giorno diamo forma alla nostra identità, ma anche alle comunità in cui viviamo, alla città che abitiamo, alla complessa rete delle relazionalità. In tempi così critici, in effetti, persino le scelte quotidia­ne possono diventare logoranti, specie quelle più de­licate ci mettono in gioco profondamente, ci fanno pressione, ci costringono a bruciare energie che tal­volta è faticoso ricostituire, mettendo a rischio il no­stro stesso coraggio di essere. Eppure proprio esse so­no il luogo in cui possiamo superare – sia pur local­mente, in tempi e spazi limitati – quell’ambivalenza che abbiamo segnalato. È in esse che possiamo rea­lizzare quella ripresa a un livello più alto che abbia­mo visto così rilevante per le relazioni interpersona­li,  così come per la vita della comunità e quella della civitas. È in esse – e negli stili di vita che esse genera­no – che diamo corpo a un’identità capace di soste­nere buone pratiche, operando efficacemente per la custodia e per il rinnovamento, mantenendosi sal­da anche nel mutamento e attraverso di esso.

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Riabilitare Gioacchino da Fiore: poco profeta, ma ortodosso

14 Aprile 2014

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Un asceta, uomo di penitenze durissime, versato nelle Scrit­ture e la cui vita emanava una luce di santità. Questo è il ri­tratto che fece di Gioacchino da Fio­re l’arcivescovo Luca di Cosenza, già suo «scriba», poco dopo la morte del­l’abate calabrese avvenuta nel 1202. E otto secoli dopo è sempre l’arci­diocesi di Cosenza-Bisignano a te­nere viva la fama di santità di Gioac­chino, con il processo di beatifica­zione che ha avviato. Tra questi due attestati di grande tempra cristiana si distendono però 800 anni di presenza gioachimita nel­la Chiesa (e non solo) che costitui­scono uno dei capitoli più contro­versi della spiritualità occidentale.

Forse nessuno avrebbe mai immagi­nato, infatti, che dai ritiri di Gioac­chino a Casamari e in altri luoghi di contemplazione, mentre si immer­geva nello studio e nella dettatura delle sue esegesi bibliche, sarebbe ve­nuta una scossa alla cristianità di ta­le portata. La sua profezia dell’av­vento di un’età dello Spirito, dopo quella del Padre e del Figlio, avrebbe infiammato il francescanesimo ma anche alimentato una miriade di gruppi ereticali, avrebbe incontrato il favore di Dante così come la cen­sura netta di san Tommaso, e avreb­be influenzato teologi, filosofi e rifor­matori fino al ‘900 inoltrato. In mez­zo anche una condanna della dottri­na trinitaria di Gioacchino al Conci­lio Lateranense IV. Chi fu dunque l’abate di Fiore real­mente: uno spirito incandescente scivolato nell’eresia o un mistico pie­namente cattolico, solo incompreso o tradito dai suoi seguaci? Una nuo­va fase di studi gioachimiti negli ul­timi 40 anni ha in gran parte riabili­tato la sua figura, grazie anche agli apporti della filologia e delle medie­vistica, a partire dalla sua rocciosa fe­deltà e docilità alla sede apostolica, testimoniata da papi e vescovi. Ora u­no dei più profondi conoscitori di Gioacchino in Italia, il teologo e ve­scovo di Noto Antonio Staglianò, in­terviene con un saggio prefato dal cardinale Gianfranco Ravasi e con u­na postfazione di monsignor Piero Coda, per incardinare meglio due a­spetti chiave del problema.

Il primo è la fede trinitaria dell’aba­te, di cui Staglianò mostra con eru­dizione e acribia la piena ortodossia, nel suo ribadire senza confusione l’u­nità della natura divina e la triplicità delle persone divine. Per cui quella del Concilio Lateranense sarebbe da leggersi come una condanna delle metafore e delle analogie “di gruppo” che Gioacchino usò per descrive l’u­nità delle persone divine, immagini tali da poter far pensare a una unità “collettiva e similitudinaria” ma non reale. Il secondo aspetto è appunto la fede trinitaria come matrice della sua teologia della storia e non viceversa. Con due conseguenze: l’inscindibi­lità dello Spirito e del Figlio, che ren­derebbe impossibile pensare a un’età dello Spirito contrapposta a quella precedente, con una Chiesa pneu­matica non più «dogmatica» o priva della sua struttura gerarchica voluta dal Signore. Per Gioacchino due e so­lo due restano i Vangeli, mentre tre sono i tempi della storia, riflesso del­la pericoresi trinitaria. In secondo luogo, per Staglianò l’età dello Spiri­to, letta nella sua luce autentica, sa­rebbe congruente con l’escatologia cristiana, come espansione dell’a­zione della terza persona della Tri­nità nel dischiudere i tesori della sal­vezza realizzata dal Figlio. Gioacchi­no fallì nel calcolare date e nel voler “storicizzare” eccessivamente la sua profezia, ma questa, nel suo cuore, resterebbe ancora valida e feconda.

Andrea Galli - Avvenire, 11 aprile 2014

Altro che ”oscurantisti”, i cattolici italiani dalla parte delle famiglie

14 Aprile 2014

settimana-sociale-finale.jpg“La famiglia costituita da un padre, una madre e dei figli non è omologabile a nessun altro tipo di unione”: con queste parole monsignor Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari e presidente del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, ha presentato oggi (11 aprile) a Roma il documento conclusivo dell’ultima edizione, quella di Torino del settembre 2013. Titolo del testo: “La famiglia fa la differenza. Per il futuro, per la città, per la politica”. Sono passati solo pochi mesi da quando, nell’autunno scorso, si è tenuto il raduno di 1.300 delegati da ogni parte d’Italia per pensare alle sfide odierne poste alla famiglia. Ma da allora sono emerse molte novità e richieste in nome di presunti nuovi “diritti” da ottenere ad ogni costo. Basti pensare alle richieste per il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, oppure ai matrimoni “gay”. E anche alla recente decisione della Corte Costituzionale (mercoledì 9 aprile) in materia di fecondazione medicalmente assistita, che di fatto ha aperto le porte alla sua forma eterologa, precedentemente vietata.

Ma chi sono davvero gli “oscurantisti” oggi? Proprio da questo pronunciamento ha mosso, nell’introduzione alla conferenza stampa presso Radio Vaticana, il sottosegretario monsignor Domenico Pompili, ricordando come “all’indomani della doppia dichiarazione della presidenza della Cei, l’una sulla trascrizione a Grosseto di un matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’altra sulla decisione della Corte Costituzionale”, venga presentato il documento conclusivo delle Settimane Sociali. “La Chiesa italiana non manca di offrire un’interpretazione globale del momento sociale - ha proseguito - a partire dalla famiglia che resta la ‘differenza fondamentale’ tra una società aperta alla relazione plurale e una società chiusa in un individualismo autosufficiente”. Mons. Pompili ha voluto reagire a un editoriale del “Corriere della Sera” dove si parla di “scontro fra cosiddetti amanti del progresso e cosiddetti oscurantisti”, sottolineando che la Chiesa ha “due persuasioni programmatiche”, la prima è che “l’etica sociale non è mai separata da quella individuale” ed esiste “un nesso decisivo tra scelte personali e ricadute pubbliche”. La seconda è che “laici, uomini e donne, con le loro scelte di vita quotidiane e con i loro progetti di famiglia, sono i protagonisti di un cambiamento che può andare ben al di là di certe rituali polemiche ideologiche”. Su tutto - ha ricordato - domina “la drammatica crisi demografica che è la più grande sfida per un Paese che fatica a rialzarsi”, dovuta anche a “logiche ripiegate sull’individuo che non portano da nessuna parte”.

Anno dell’Onu, incontro a Madrid, Sinodo. La famiglia “disprezzata e maltrattata”, parole usate dal cardinale Angelo Bagnasco, è “nel cuore della Chiesa, che vuole essere vicina a tutte le sue sofferenze”: così monsignor Miglio è entrato nel vivo della presentazione del documento. Ne ha delineato i contenuti e quindi ha richiamato gli appuntamenti dell’anno in corso attorno alla famiglia che sono rilevanti: il 2014 è stato proclamato dall’Onu “Anno internazionale della famiglia”; a Madrid, nel prossimo settembre, si terrà la “Settimana sociale europea” sempre sulla famiglia e a cura delle Chiese di Europa; in ottobre si terrà il primo dei due Sinodi indetti dal Papa, ancora sulla famiglia e sulle istanze che si levano dalla società. Da ultimo, mons. Miglio ha voluto richiamare anche l’imminente appuntamento del 10 maggio, quando una moltitudine di genitori e figli raggiungerà piazza San Pietro per ritrovarsi assieme al Papa nella giornata per la scuola. “Sarà una manifestazione per la scuola, statale e paritaria insieme, per il suo grande significato formativo - ha detto -. Ma dentro la problematica della scuola si trova la libertà di scelta educativa, che è anch’essa un tema centrale”. “Vorrei ricordare a tutti che la famiglia non è un ‘problema’ che riguarda l’ambito religioso, ma coinvolge tutta la società e se la famiglia non viene sostenuta, in quanto pilastro del bene comune, ne soffre la società intera”.

Prossima “Settimana” nel 2017. Ridare dignità all’istituto familiare, chiedere meno tasse per le famiglie, specie le più numerose, organizzare un welfare più favorevole verso le famiglie che farebbe innalzare anche la natalità: sono queste le “ricette” pro-famiglia individuate dal sociologo Luca Diotallevi, vice-presidente delle Settimane Sociali. Sono concetti presenti nel documento che chiede tra l’altro di ridurre il debito pubblico, riformare la spesa pubblica e offrire una fiscalità “equa”, eliminando “i costi e i privilegi ingiustificabili del ceto politico e quelli per una dirigenza pubblica nell’uno e nell’altro caso minimamente giustificati dai risultati”. Le Settimane Sociali non guardano solo dentro la comunità cristiana ma parlano a tutti e toccano tasti “dolenti”, come quelli che al momento preoccupano per la tenuta economica e sociale del nostro Paese. L’annuncio finale è che la prossima Settimana Sociale sarà nell’anno 2017. Il tema non è ancora stato individuato.

Luigi Crimella - Sir, 11 aprile 2014