Al Festival Biblico «Dio e l’uomo si raccontano»… anche sul fiume

24 Aprile 2014

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Dieci anni può essere un traguardo. Si possono assaporare i risultati rag­giunti, ma senza mai smettere di volgere lo sguardo in avanti, a cer­care nuova linfa. Così, quest’anno la Bib­bia non si accontenta più di piazze, strade e teatri, ma sale addirittura… in canoa. Suc­cede a Verona, dove, sabato 24 maggio, chi vorrà, potrà solcare l’Adige, accompagna­to da brani del Libro dei Libri. ‘ Le Scrittu­re. Dio e l’uomo si raccontano ‘: è questo il tema-icona dell’edizione 2014 del Festival Biblico (dal 22 maggio al 2 giugno), pro­mosso dalla Diocesi di Vicenza con la So­cietà San Paolo (che quest’anno celebra an­che il centenario), presentato ieri a Vicen­za alla presenza del vescovo Beniamino Piz­ziol, dei due presidenti del Festival don Ro­berto Tommasi e don Ampelio Crema.

«Due – ha sottolineato monsignor Pizziol – sono i protagonisti del testo biblico: Dio e l’uomo. Il loro è un dialogo schietto, since­ro, ma fatto anche di rimproveri, di silenzi, di momenti drammatici e conflittuali. Ed è proprio questo il dialogo che il Festival bi­blico cerca di narrare. Lo fa a cielo aperto; il che significa fuori dal tempio, ma anche fuori dalla ’solita cerchia’, perché si rivol­ge a tutti, a quanti sono entrati in crisi con Dio, così come a chi appartiene ad altre fe­di religiose. È importante perché ci abilita a un dialogo schietto tra di noi. Ci insegna a entrare in relazione con l’altro, con il no­stro cuore, i nostri sentimenti, le nostre e­mozioni, e anche i nostri limiti, compresa l’incapacità di dialogare». Quest’anno, il Fe­stival Biblico vedrà impegnate ben quattro città, con altrettante diocesi: Vicenza con 10 cittadine del territorio, Verona, Padova, e la new entry, Rovigo. Ad aprire ufficial­mente gli eventi sarà la prolusione che il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, terrà nel­la cattedrale della città palladiana, il 22 maggio, alle 21. Per l’occasione, in Duomo risuonerà la musica inedita, creata apposi­tamente dal compositore argentino Jorge A. Bosso. Nei giorni 23-24-25 maggio pro­tagoniste saranno Verona, con la lectio ma­gistralis del biblista Gregorio Vivaldelli; Pa­dova, dove Giovanni D’Ercole, vescovo e­letto di Ascoli Piceno, si occuperà di ‘Nar­rare la Scrittura nella televisione contem­poranea’; Rovigo, con l’apertura affidata al giornalista Gianni Riotta e al monaco ca­maldolese Franco Mosconi.

Vicenza entrerà nel vivo, a partire dal 30 maggio, quando si susseguiranno tavole ro­tonde, presentazioni di libri, incontri con fi­losofi, sociologi e scrittori (fra cui Edgar Mo­rin, Michela Murgia, Silvano Petrosino, E­raldo Affinati, Mauro Magatti e Duccio De­metrio), proiezioni cinematografiche. «Sul­la scia di papa Francesco», anche il festival andrà alle periferie, toccandone una in par­ticolare, quella terra dei fuochi dove la te­matica ecologica ha portato allo scoperto un mondo fatto di corruzione, speculazio­ne e morte. Ne discuteranno il critico Gof­fredo Fofi e don Maurizio Patriciello, balzato agli onori della cronaca per la sua battaglia contro lo smaltimento illegale dei rifiuti in Campania, in un dibattito promosso da Av­venire moderato da Alessandro Zaccuri sul tema ‘Terra promessa, terra dei fuochi’.

Non solo, periferie geografiche, ma anche esistenziali, con appuntamenti dedicati al carcere, alla povertà e all’alzheimer. E poi laboratori per i ragazzi, mostre, concerti, spettacoli e rappresentazioni teatrali, per una manifestazione che, nel 2013, ha regi­strato 45 mila presenze. Il programma com­pleto è consultabile sul sito www.festival­biblico. it.

Romina Gobbo - Avvenire, 24 aprile 2014

Brague: l’Europa antica come futuro

24 Aprile 2014

brague.jpgSi è da poco concluso a Parigi un ciclo di incontri tenuti del professor Rémi Brague, filosofo francese, per la Cattedra di Metafisica Étienne Gilson presso l’Institut Catholique. Brague è considerato uno dei massimi pensatori contemporanei. Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università di Monaco di Baviera (dove ricopre la cattedra di Weltanschauung che fu di Romano Guardini), ha ricevuto nel 2012 il premio Ratzinger. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul rapporto fra bene e male oggi e sulla questione dell’umanesimo in pericolo.

Professor Brague, all’interno della storia del pensiero, dall’antichità sino ad oggi, il tema del bene è stato lungamente analizzato. Se nel medioevo il bene era considerato un trascendentale, oggi è soggetto a svariate letture. Per quale motivo si è scelto di dedicare attenzione a questo tema? Quale la rilevanza a livello storico?

«Mi sembra che in fondo oggi si parli più del male che del bene. È giusto scandalizzarsi del male. Ma è come se il bene vada per conto suo. Boezio ha perfettamente ragione nel rispondere al famoso dilemma di Epicuro (”Se Dio esiste, da dove viene il male?”) ribattendo: “E se non esiste Dio, da dove viene il bene?” (De consolatione philosophiae, I, prosa 4). Perché oggi ci si interessa al Bene? Perché noi abbiamo bisogno di spiegare perché è un bene che ci siano degli uomini sulla terra».

Il tema del bene è oggi al centro di molti dibattiti. Vi sono azioni che possono essere fatte in nome di ciò che si ritiene essere il bene altrui, a partire dal proprio bene. Questo talvolta può comportare decisioni legislativi assai discutibili, come nel caso recente del Belgio. Dove l’errore?

«Mi chiedo se le persone che promuovono queste leggi si preoccupino ancora veramente del bene comune, e anzi del bene in generale. Le persone più consapevoli lo sanno, e l’ho appreso dalla bocca di un ministro francese: non cerco il bene, ciò che mi interessa è la giustizia. Dopo Saint-Just, altri dicono: la felicità. Altri: l’uguaglianza. E chi parla di libertà intende con questa ciò che si lascia cadere ai propri capricci, anche quelli più irrazionali e suicidari».

Come lei ha osservato viviamo in un’epoca del “pensiero debole”. Oggi la società promuove versioni “deboli” del bene, per le quali il linguaggio popolare internazionale ha inventato differenti espressioni molto rivelatrici: cool, fun, OK, eccetera. L’idea del “valore” è, tra le diverse figure del Bene debole, la più forte. Quale linguaggio crede si debba utilizzare? In base a che cosa? Esiste forse ancora una tradizione?

«Non dobbiamo rifiutare il “pensiero debole”. Piuttosto dobbiamo chiederci in quali casi esso sia sufficiente, e in quali insufficiente, così come è necessario mentre si guida cambiare la marcia. È pericoloso ricorrere a un pensiero “forte” laddove un pensiero “debole” è sufficiente, per esempio per trovare delle soluzioni ai problemi sociali. Il problema dei valori è che sono necessariamente deboli, poiché essi sono istituiti per un soggetto, il quale è dunque più forte di essi. E siccome essi sono deboli, devono compensare la loro debolezza con la violenza. Dal momento che essi sono incapaci di convincere per il loro peso intrinseco, sono costretti a fare pressione. Se si ha bisogno di ricorrere ai manganelli, ai carri armati, ai gulag, questo è un segno di debolezza. Ricorrere a un Bene forte è al contrario indispensabile quando ne va della legittimità dell’uomo».

Nel saggio “Les Ancres dans le ciel” (2011) lei ripercorre le tappe principali della storia del pensiero per infine mostrare la convenienza per l’umanità nella conservazione della specie. Crede che per questo sia necessaria una prospettiva di carattere metafisico?

«Sì, certamente. La questione dell’Essere e del Nulla è la questione metafisica per eccellenza. Ora, essa riguarda un aspetto concreto, poiché il problema “essere o non essere” è divenuto collettivo e del tutto pratico. Oggi si dispone di tecniche per porre fine all’avventura umana, brutalmente tramite le armi atomiche, discretamente attraverso l’inquinamento del pianeta, e più semplicemente, pacificamente, con la contraccezione. L’estinzione dell’umanità è oramai una possibilità reale, vale a dire che le sue cause, anche se non agiscono ancora, esistono già».

Lei è autore di due recenti saggi: “Le propre de l’homme. Sur une légitimitée menacée”, Flammarion (2013) e “Modérément moderne”, Flammarion (2014). Parafrasando Schopenhauer che apriva il suo saggio sulla morale affermando che «predicare la morale è facile, difficile è fondarla», lei afferma che «predicare l’umanesimo è facile, difficile è fondarlo». Per quale motivo oggi parlare di umanesimo non è facile? Che cosa s’intende oggi con l’espressione “umano”?

«La risposta è nella sua ultima domanda. Noi sappiamo molto bene che cosa è l’uomo e che cosa lo rende umano. Si parla con enfasi dei diritti dell’uomo e della dignità umana, ma non si dice perché l’uomo abbia dei diritti e una dignità. Nessuno oggi oserebbe scrivere il De dignitate hominis di Gianozzo Manetti (1453). Al contrario, vorrebbero farci credere che ci distinguiamo a malapena dalle grosse scimmie che come noi hanno una vita sociale, un linguaggio rudimentale, e forse dei sentimenti morali. Se fosse così, perché preferire la specie umana alle altre, che d’altronde essa minaccia…».

Lei ha affermato che in fondo oggi parlare di umanesimo significa dire “anti-anti-umanesimo”. Potrebbe spiegare il senso di tale affermazione?

«Molti filosofi autoproclamati declamano con convinzione contro i pensatori che vengono qualificati degli anti-umanisti. Poche persone invece spiegano perché esattamente dovrebbero difendere l’uomo. In fondo, molte persone difendono l’umanesimo perché hanno paura delle conseguenze del suo abbandono. Un umanesimo positivo suppone che si creda che l’uomo è voluto da Dio. Altrimenti possiamo arrangiarci tra di noi salvandoci gli uni gli altri. Ma non abbiamo il diritto di perpetuare l’esistenza della nostra specie».

In “Modérément moderne” lei si chiede se l’Europa possa sopravvivere alla modernità e chiude il libro con un capitolo intitolato “Ricostruire”. Crede che l’Europa possa farsi carico della trasmissione dell’eredità antica? Che cosa la motiverebbe?

«Ho dimenticato la mia sfera di cristallo e non ho alcuna visione chiara del futuro. Mi chiedo se, come motivazione, sia ancora sufficiente il desiderio di sopravvivere. Può essere che il desiderio di trasmettere sia ancora più necessario. Si deve avere ancora qualcosa da trasmettere, sentirsi ereditari e responsabili di un qualcosa più grande che se stessi… Cominciamo dunque con l’avere verso il nostro passato un comportamento intelligentemente critico, senza sputare sui nostri antenati».

Elisa Grimi - Avvenire, 23 aprile 2014

Un progetto culturale nel nome del Crocifisso

15 Aprile 2014

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Una bella testimonianza del fecondo rapporto tra arte e fede è quella offerta dai crocifissi lignei presenti nelle chiese della Diocesi di Ischia. Recentemente restaurati, essi affermano il valore della memoria, si offrono alla contemplazione dello spirito e nutrono la preghiera del credente anche molti secoli dopo la loro realizzazione.

A sottolinearlo è un bel volume sulle pregevoli opere di scultura lignea presenti nell’isola ischitana, curato da Serena Pilato, docente dell’Istituto Europeo del Restauro - Isola d’Ischia e direttore dell’Ufficio diocesano del Progetto Culturale. Le opere presentate, corredate di schede di restauro e suggestive immagini, sono il “Cristo Nero” della Cattedrale di Santa Maria Assunta, il crocifisso della chiesa di Santa Maria del Soccorso a Forio, entrambi di autore ignoto, e il crocifisso della chiesa della SS. Trinità del Cretaio, opera di Gaetano Palatano.

“Un progetto culturale che parte nel nome del Crocifisso”. Così esordisce il prof. Agostino Di Lustro, direttore dell’Archivio Storico Diocesano, nella presentazione del volume, realizzato in collaborazione con l’Istituto Europeo del Restauro. “Può sembrare un fatto devozionale – prosegue Di Lustro – frutto della spiritualità di certi ambienti pietistici di movimenti di base di sapore ancora medievale e di ispirazione francescana. Si tratta, invece, dell’avvio di un itinerario culturale nel senso pieno della parola che parte dalla teologia per finire alla pietà popolare attraverso la sublime espressione dell’arte, questa volta della scultura in modo particolare”.

Queste sono le linee ispiratrici dell’impegno condotto dalla dottoressa Pilato, “attraverso la proposta di un filone di ricerca nuovo per la nostra isola considerato che quanto è stato scritto sui Crocifissi presenti sul nostro territorio non supera lo spazio di una paginetta”. Gli studi che sono stati condotti sui tre crocifissi più famosi e venerati dell’isola d’Ischia “hanno dato un contributo notevole per una più approfondita conoscenza del nostro patrimonio artistico e religioso. Attraverso lo studio del Crocefisso del Cretaio abbiamo assistito al risveglio anche ad Ischia dell’interesse per i fratelli Gaetano e Pietro Patalano per cui possiamo ben dire che la loro patria non li ha dimenticati, anzi è fortemente interessata ad approfondire, eventualmente, qualche altra loro opera esistente e dimenticata in qualche chiesa della nostra Isola”.

“Lo studio attento ed entusiasmante della dott.ssa Pilato sul Crocifisso del Cretaio – conclude lo studioso –  posto accanto a  quello di Cadice di Gaetano Patalano, è certamente di grande portata scientifica perché ci permette di approfondire l’opera dei due scultori lacchesi ed eventualmente riconoscere altre opere da loro realizzate e ancora conservate nelle nostre chiese”.

Contro la crisi ci vuole resilienza

15 Aprile 2014

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Pubblichiamo alcuni passi del volume di Simone Morandini “Custodire futuro: etica del cambiamento”. Il libro, in uscita per Albeggi (pagine 148, euro 15,00) è stato presentato lunedì scorso a Roma presso Shenker Culture Club. L’autore, teologo e fisico docente nelle Facoltà Teologiche di Venezia e Padova, riflette sul fatto che siamo le persone che siamo anche grazie a quanto riceviamo dalle generazioni precedenti e che il nostro agire è determinante per coloro che verranno dopo di noi. È, questa, la sua visione di “sostenibilità”, l’intreccio tra due dimensioni di giustizia: un’attenzione per le generazioni future e un’istanza di tutela dei beni comuni, fondamentale per il nostro essere “assieme di umani su un pianeta delicato”.

Custodire è un verbo da articolare al fu­turo (nel segno del progetto e del sogno) e al plurale (nel segno della relazionalità e dell’attenzione per la complessità) […]: tante sono le realtà da custodire, tute­landole contro un vento fatto di merci­ficazione disgregante, contro una cul­tura che non sa accogliere l’alterità.

È allora tempo di chiederci cosa significhi disegnare politiche della custodia in questa nostra Italia, in que­sti giorni feriti dall’incertezza. Di domandarci quali fronti impegnino le parole che abbiamo evocato, pa­role pesanti, parole generatrici di pratiche. Rispon­dere a tali interrogativi significa individuare alcune urgenze primarie del bene comune in questo tempo […]; esso viene incontro quasi naturalmente a chi sa ascoltare il grido di un Paese diviso che ha visto anzi crescere in questo tempo di crisi la distanza tra grup­pi diversi, con l’impoverimento di vaste fasce della popolazione. È una distanza fatta certo di reddito – si pensi alla crescita continua del rapporto tra i com­pensi dei manager delle grandi aziende e i salari dei dipendenti – ma anche di ga­ranzie, di accessibilità a beni e servizi, di opportunità lavora­tive. C’è, insomma, una dise­guaglianza crescente che si e­stende fino al livello di quelle che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capabi-­lities: sono ormai profonda­mente diversi gli insiemi del­le scelte di vita accessibili ad esempio a una giovane precaria del Sud o a un pensionato al minimo rispet­to a quelli di un lavoratore stabile di una regione del Nord o, a maggior ragione, di uno dei succitati mana­ger. Non si tratta qui di fare l’apologia di forme di e­gualitarismo distratte nei confronti del talento indi­viduale, ma di richiamare – con una prospettiva ana­loga a quella indicata da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz – i drammatici costi che un simile eccesso di diseguaglianza impone alle vite delle persone. Non è certo casuale che a esso corrisponda anche un trend demografico discendente, che pone pesanti interro­gativi al sistema-Paese […].

Quando sembra che le fondamenta stesse del­la civitas siano erose, appare difficile persino custodire se stessi: difficile mantenere quell’affidabilità su cui altri possono contare; dif­ficile mantenersi responsabili in quelle scelte nelle quali ogni giorno diamo forma alla nostra identità, ma anche alle comunità in cui viviamo, alla città che abitiamo, alla complessa rete delle relazionalità. In tempi così critici, in effetti, persino le scelte quotidia­ne possono diventare logoranti, specie quelle più de­licate ci mettono in gioco profondamente, ci fanno pressione, ci costringono a bruciare energie che tal­volta è faticoso ricostituire, mettendo a rischio il no­stro stesso coraggio di essere. Eppure proprio esse so­no il luogo in cui possiamo superare – sia pur local­mente, in tempi e spazi limitati – quell’ambivalenza che abbiamo segnalato. È in esse che possiamo rea­lizzare quella ripresa a un livello più alto che abbia­mo visto così rilevante per le relazioni interpersona­li,  così come per la vita della comunità e quella della civitas. È in esse – e negli stili di vita che esse genera­no – che diamo corpo a un’identità capace di soste­nere buone pratiche, operando efficacemente per la custodia e per il rinnovamento, mantenendosi sal­da anche nel mutamento e attraverso di esso.

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