È stata l’occasione per un grande riconoscimento alla persona di Benedetto XVI lo scoprimento, ieri, del busto che lo rappresenta nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze. Papa Francesco ha messo in luce la figura eminente del suo predecessore, come teologo, il suo amore per la verità che non si è limitato alla teologia o alla filosofia e si è aperto alla scienza. Ma la circostanza è stata anche occasione per alcune considerazioni sulla creazione e la scienza. All’inizio e nella parte finale dell’intervento del Papa c’è una osservazione: il progresso scientifico deve essere portato avanti, ma finalizzato all’uomo, a preparare il suo futuro, a eliminare i rischi dell’ambiente sia naturale che umano, cioè a costruire un mondo umano; e deve essere finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita della gente, specialmente dei più poveri. Un riferimento molto concreto che comprendiamo bene in un Papa che continuamente manifesta la sua sollecitudine per gli ultimi, i marginali, i senza potere, i periferici.

Papa Francesco non è entrato nel tema dell’evoluzione del concetto di natura, che viene affrontato nella riunione della Pontificia Accademia delle Scienze, ma ha dato quasi le premesse soffermandosi sul concetto di creazione che implica un rapporto del mondo con il Creatore non solo agli inizi del tempo, ma costante. Ricordando le parole di Paolo nell’Areopago – «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» – ha affermato: «Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti nella natura». La creazione non va vista come una magia con cui Dio fa esistere le cose. «Ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che ha dato a ognuno». Ciò a partire dal Big Bang che oggi si pone all’origine del mondo. «Esso non contraddice, l’intervento creatore divino, ma lo esige».

L’evoluzione della natura non contrasta con la nozione di creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. L’evoluzione manifesta le potenzialità della creazione. «Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato autonomia agli esseri dell’universo… E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti». Papa Francesco riprende e ribadisce con grande chiarezza un concetto che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in varie occasioni avevano espresso. Teilhard de Chardin diceva: «Dio non fa le cose, fa in modo che si facciano». E il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che Dio è «la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde» (n.308). La grande sfida che la fede lancia alla scienza è la scoperta delle leggi che regolano le trasformazioni del mondo, che solo in parte conosciamo.

Ma per quanto riguarda l’uomo il Papa ricorda che Dio dà all’essere umano un’autonomia diversa da quella della natura, quella della libertà, rendendolo responsabile della creazione, «perché domini il creato e lo sviluppi fino alla fine dei tempi». E qui Francesco fa appello non solo alle responsabilità nel preservare la creazione, ma alla ricerca per scoprire le potenzialità della natura: «Lo scienziato deve essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore». Riemerge implicitamente il concetto espresso all’inizio del discorso: costruire un mondo umano. «Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale».

Ma, aggiunge il Papa, «è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia, distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. È il peccato contro Dio Creatore». Oltre alla preoccupazione dell’ambiente, su cui in varie occasioni il Papa ha richiamato l’attenzione, viene ripreso un concetto espresso all’inizio del discorso: la finalizzazione del progresso della scienza a realizzare un mondo umano, a migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di alcuni privilegiati. E questo è il punto.

Fiorenzo Facchini – Avvenire, 28 ottobre 2014

tv“Oggi diamo inizio a un cantiere, a un viaggio. Siamo a un inizio carico di attese”. È il “cantiere” l’immagine che il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha utilizzato per definire Tv2000, oggi a Milano alla presentazione del nuovo palinsesto. “Una novità – ha precisato – che deve avere la caratteristica di una svolta, per valorizzare al massimo tutto quello che abbiamo tra le mani e nel cuore”.

Aprendo il suo intervento, Galantino ha chiesto provocatoriamente: “Perché un vescovo alla presentazione del palinsesto?”. Rappresentando l’editore, ossia la Cei, la sua presenza, ha spiegato, è segno della “voglia di far parte di questo progetto”, del “desiderio dell’editore di sentirsi parte di una realtà”, che assieme alla Tv vede “Avvenire, l’Agenzia Sir, Radio In Blu”. “Non esiste solo la Chiesa in uscita, ma anche la Tv in uscita”, ha aggiunto il segretario della Cei, chiedendo all’emittente di “stare sulla strada, vedere cosa c’è di bello e pure di problematico, farlo nostro e presentarlo nella maniera dovuta”. L’obiettivo dev’essere “raccontare il mondo, girando le telecamere per vedere il mondo con gli occhi del Vangelo”, il che “non significa fare una televisione bigotta”.

Tutt’altro. Galantino ha chiesto “una tv che provochi di più”, che non sia “una nicchia comoda ma residuale”, “un orto chiuso per i credenti o, ancor più, per i praticanti”. Al contrario, “dev’essere un luogo attivo, vivo, una tv di tutti e per tutti e non per pochi eletti”, che sia “interessante anche per chi non crede e persino per chi ha sempre rifiutato di credere”. Insomma, ha concluso, “una sorta di Giovanni Battista capace di stare sul territorio e dire la sua parola con passione”.

“Una Tv in uscita, che racconta il mondo, che lo ascolta, che lo vede”, ha confermato Paolo Ruffini, direttore di rete: “Non presentiamo un lavoro, ma un work in progress” per “condividere una tv di qualità, piantata sul presente”. L’emittente della Cei, ha illustrato Ruffini, ha una media di 70mila telespettatori, che arrivano a un milione considerando i telespettatori che l’hanno vista per almeno mezz’ora; 0,7% è lo share medio. “La religione – ha aggiunto Ruffini – non è per Tv2000 un anestetico, un modo per chiudere gli occhi sulla realtà”; quest’ultima, piuttosto, è protagonista della programmazione, a partire dalla Messa quotidiana, per la quale “ogni giorno porteremo le telecamere nelle comunità, dal rione Sanità di Napoli a Lampedusa. Uscire dallo studio – ha concluso – sarà una costante del nostro palinsesto”.

I programmi

Una nuova edizione del Tg alle 12, che si aggiunge a quella delle 18.30 (che durerà mezz’ora), e la conferma del “Tgtg” come terzo appuntamento con l’informazione. Questa la novità negli spazi informativi di Tv2000, a partire dal prossimo 3 novembre, annunciata da Lucio Brunelli, direttore delle testate giornalistiche dell’emittente.  Brunelli ha così declinato l’identità degli spazi informativi: “Non vogliamo essere la brutta copia dei tg esistenti, ma cerchiamo una nostra fisionomia”.  No, quindi, al pastone politico, “formula sempre più stantia e vuota”. Piuttosto, “vogliamo raccontare la politica senza condizionamenti di palazzo”, con “un taglio di servizio, per spiegare i provvedimenti politici nella misura in cui impattano su di noi cittadini”. Spazio anche per la vita della Chiesa “senza retoriche e senza reticenza”. “Abbiamo un editore – ha ricordato Brunelli – che ci invita a essere più giornalisti e meno bigotti”.

E mentre i 23 milioni di visualizzazioni su YouTube in un anno “sfatano l’idea che il nostro pubblico sia composto solo da anziani”, il direttore generale Lorenzo Serra ha annotato che non cambierà il budget stanziato per l’emittente, ma “è attraverso il cambiamento del modo di lavoro che riusciremo a dare una linea diversa”.

Alessandro Sortino, ex Iena e ora vice di Ruffino, ha parlato di tre direttrici di lavoro: “Attualità, prossimità e dialogo”. “Farò la Iena ma con la speranza”, ha sintetizzato, parlando di un linguaggio in cui non prevalga più l’indignazione, ma la sorpresa per il modo positivo che ha questo Paese di reagire alla crisi. Un linguaggio moderno, ironico, “serio ma non serioso”.

Oggi alla locuzione ‘identità personale’ possono essere attribuiti vari significati, che ruotano tutti attorno a un unico denominatore: l’identità umana è la formula che riassume ciò che rende una persona quella che è; il ‘chi sono io’ è diventato sinonimo di ‘che cos’è l’umano’. Tale ‘questione’ assume oggi in particolare un peso notevole in rapporto all’ostentato dominio della scienza e della tecnica, che intendono costituirsi come paradigma unico e universale nel farsi dell’umano, proprio della post- modernità. In questo contesto i diversi saperi si sentono impegnati a pronunciarsi autorevolmente intorno alla questione seducente dell’identità umana, e tra questi non manca di farlo la teologia con uno stile di confronto dialogo con quanti intendono dire l’humanum dell’uomo, che si traduce nella molteplicità delle esperienze.

Analizzare il rapporto tra identità e corpo significa in primo luogo chiarire cosa s’intende quando si parla d’identità personale, visto che l’identità personale non rinvia a una questione unica ma a una serie di interrogativi e di perplessità metafisiche che possono di volta in volta essere più o meno chiaramente formulate. La questione dell’identità dell’uomo è un fenomeno polivoco, che coinvolge, cioè, aspetti, dimensioni e piani diversi, creando imbarazzo proprio per questo tutte le volte che si tenta di fare una trattazione unitaria. L’uomo, dal dato rivelato, è creato a immagine e somiglianza di Dio, pertanto Dio entra nella sua auto-comprensione, perché è proprio la dimensione teologica della persona che impedisce che l’uomo sia considerato solo nella sua sfera biologica. Nessuna legge fisica o chimica, nessun sapere filosofico o psicologico, riuscirà mai a spiegare compiutamente perché una persona dica a a un’altra persona ‘io ti amo’, e con questa affermazione riveli la sua identità e il mistero profondo che lo abita.

La concezione dell’uomo come immagine di Dio, proposta dall’antropologia cristiana e contestata dall’antropologia laica, se correttamente intesa e articolata è in grado di garantire e difendere l’humanum dell’uomo, poiché «il rapporto con Dio conforma la nostra identità e viceversa ». L’ecce homo della cultura postmoderna e post-umana si ferma all’apparenza, il cristianesimo è religione dell’evento di un Dio fattosi carne. In quanto tale è al servizio dell’intento profondo dell’Incarnazione, cioè la salvezza integrale dell’uomo, la cui verità umana è mostrata senza equivoci nel Verbo Incarnato, l’uomo vero: Ecce homo.

La specificità della riflessione bioetica auspica di porre sempre attenzione all’insorgere di nuovi paradigmi antropologici che interpellano ed esigono risposte nuove, perché sono nuovi gli interrogativi morali ed etici posti in gioco alla nostra riflessione bioetica che non rinuncia, sempre e comunque, a sostenere un’interpretazione sostanzialista della persona. Le scoperte più importanti aprono nuove direzioni di ricerca e nuove attività culturali, filosofiche e scientifiche. Esse servono come locus anthropologicus quando generano questioni fondamentali sull’origine, lo status, la struttura, il comportamento, l’identità, i limiti e il destino degli esseri umani.

La ricerca di un fondamento teologico non è da intendersi come qualcosa di nuovo rispetto a quanto già l’antropologia teologica non abbia fatto, individuare invece un fondamento teologico della bioetica significa muoversi su un terreno completamente diverso, poiché siamo dinanzi a un problema specificamente ontoteologico, iscritto nello statuto epistemologico della bioetica stessa. Per questo la bioetica o, meglio ancora, una bio-onto-etica, può assolvere un ruolo essenziale nell’opera di custodia della verità dell’uomo, tenuto conto di come in essa venga a costituirsi uno speciale crocevia dove scienza- teologia- tecnica-antopologia si incontrano.

Mons. Antonio Staglianò

Avvenire, 16 ottobre 2014