Dentista. Estrazione di un molare, aroma di disinfettante, quintessenza olfattiva della tensione anestetica dell’occidente dalla chimica dolciastra e accattivante, gorgoglìo dell’aspiratore, il sibilo del trapano e il lavoro corposo delle pinze che colpo dopo colpo minano le resistenze di relitti odontoiatrici. Il suono di un corpo che cade nella ceramica bianca del piccolo minimale lavabo a fianco della sedia dallo scarico cromato e discreto, quasi a dissimulare la sua esistenza. Il corpo caduto è il mio dente con qualcosa in più: un lembo di gengiva che non si è rassegnato al distacco dal suo vicino.

Cerco tra le reazioni istintive… fastidio, rabbia, insofferenza, riflessioni sulla urgenza della igiene dentaria, anche un minimo di disgusto e cosi via. Ma nulla. Sono attraversato (non senza qualche resistenza) da qualcosa di inaspettato: un senso di profonda tenerezza. Quel minimo frammento di gengiva mi ha generato tenerezza, sorprendendo me per primo. Questa piccola carne così inerme e così vera, attraverso cui posso esistere e tentare l’eternità.

Ho avuto la forte percezione di una integrità del corpo non interrotta, a dispetto dell’apparenza. La integrità del corpo che non è la sua integrità “geometrica” ma la comunione che attraverso la carne si riesce ad avere con la realtà. Quel lembo di gengiva non era integrità interrotta ma veicolo attivo di una integrità di relazione. Ho realizzato che non sono stato mai in contatto con quella carne come quando la ho vista nella ceramica minimal-asettica del dentista. Quella carne era me e al tempo stesso non era solo me. Quella carne, strumento e sostanza. Punto di contatto e divisione, mezzo di incontro e di separazione. Strumento di coscienza. O forse soggetto di coscienza. E immediatamente mi è apparsa chiara la inversione e perversione che pratichiamo nell’involucro del nostro quotidiano grossolano e indurito.

Sembra follia la tenerezza per la propria carne macerata costantemente alle fatiche dei giorni, la tenerezza per la sofferenza che sembra nemica e invece è lì attaccata alle ultime radici della nostra vitalità, la follia della tenerezza infine per noi stessi. Nessuno insegna questo: la tenerezza per la carne. Ci insegnano la brama, la lotta, la contrapposizione, il rifiuto, l’opposizione e a guardare bene tutto quello che si insegna si riconduce la maggior parte delle volte all’oggetto di quella grande domanda in “Jesus Christ Superstar” che recita“why are you obsessed with fighting”. Quel fighting a cui siamo cosi saldamente avvinghiati non sposta di un millimetro la nostra condizione, e nessuno si sogna di insegnare veramente il possibile ribaltamento della questione.  Perché l’idea della lotta, o almeno quella idea della lotta che era di Giuda come degli oppositori di Gandhi, è confortante, ed è un potente succedaneo alla completezza dell’esistenza.

Per poter accedere al significato di pietà, misericordia, umanità,  e tanti bei valori troppo spesso etichetta vuota di un perbenismo di maniera, o di una religiosità di facciata è necessario sentire altro. Questo sorprendente senso di tenerezza per quella porzione di gengiva mi ha fatto intravedere una strada differente.

 L’azzardo di provare per quel brandello di carne la tenerezza, di provare tenerezza e non opposizione e guerra per il dolore proprio e dell’altro, fa paura, è come un salto nel vuoto senza rete, ma potrebbe segnare una via di  riconciliazione. Entrare nel viaggio piuttosto che rifiutarlo significa una completa rivoluzione di prospettiva. E a dispetto di quel che potrebbe sembrare molto più aderente alla realtà del costante rifiuto di ciò che siamo.  Quella tenerezza non assomigliava a nulla di nostalgico o sentimentale, assomigliava invece a immedesimazione, condivisione, affidamento. E anche accettazione, non passività, ma attesa dell’oltre per cui l’accettazione può rappresentare una potente scorciatoia.

Se sparisce l’opposizione e la schiavitù dall’impossibile pareggio dei conti, l’oltre si mostra immediatamente presente visibile, tangibile esperibile. Come la metamorfosi incredibile di quel piccolo frammento di carne. Tutto questo è stata una sorpresa, inaspettata, un incontro. E ho subito pensato che incontro forse è proprio questo: non le meccaniche relazionali e gli studi comportamentali per apparire “social” e acquisire consensi in stile auditel. Incontro è rientrare nella carne. In molte forme di ricerca mistica molto spesso cannibalizzate dal radical chic “illuminato” e modaiolo, si usa dire  che si “esce dal corpo”. Che uscire dal corpo è condizione e viatico per la trascendenza. Io dico che invece la strada è entrare nel corpo, incontrare la carne, amare quella carne anche quando sembra che tutto faccia per farsi detestare. Ma non è una operazione di ragionamento o di sillogismo. E’… un incontro. E l’incontro non si può progettare. Ci si può solo predisporre. Perché l’incontro è dono, sorpresa, svolta. Uscito dal dentista, la sensazione forte di essere fatti di una unità che nulla, neanche il bisturi può interrompere.

Raul Gabriel

C’è molto della visuale interpretativa sulle domande radicali di senso sulla vita e sulle cose ultime di Paul Ricoeur e di Emmanuel Lévinas nell’ultimo saggio del filosofo Armando Rigobello. Un libro che rappresenta soprattutto un bilancio e una sintesi per il filosofo cattolico, classe 1924, sui suoi tanti studi dedicati nel corso della sua lunga vita accademica: da Mounier ad Kant, da Bergson al suo antico maestro Luigi Stefanini. Un piccolo volume che ci permette soprattutto di ripercorrere i temi cruciali della filosofia del Novecento: di quella che Rigobello chiama «l’età ermeneutica della ragione»: dalla sofferenza nel mondo al male, dalla schiavitù alla morte. Il filosofo conferma in questo saggio una verità spesso ribadita in precedenza: il differente percorso tra il mondo dell’ermeneutica e quello della fenomenologia.

Rigobello non dimentica, nel suo articolato ragionamento, il difficile rapporto a volte spesso conflittuale tra filosofia e scienza e indirettamente tra fede e ragione; tanti, a questo proposito, i rimandi di Rigobello a Gadamer per il suo “metodo ermeneutico” e ovviamente a Popper per la filosofia della scienza. L’autore indica però una strada di uscita a tutto questo: ripartire idealmente dal discorso di Ratisbona di Benedetto XVI del 2006. «L’“ampliamento della ragione” di cui parla Benedetto XVI – scrive – potrebbe essere quindi il ritorno a una nozione “forte” di ragione, che non si isoli nell’analitica del fenomeno, ma colga la dialettica che muove la stessa ricerca analitica». Rigobello si affida al grande teologo bavarese Ratzinger per trovare quindi, grazie a un “allargamento della ragione”, un fecondo e possibile dialogo tra la fede, la cultura e la scienza.

L’anziano professore di filosofia morale nelle pagine conclusive del suo saggio ripercorre, quasi in una galleria ideale, i pensatori che più hanno inciso sulla sua personalità di accademico da Gadamer a Marcel a Vico all’importanza di recuperare i principi più attuali dell’intuizione intellettiva di san Tommaso. Ma è al professore di Oxford, ex anglicano e poi sacerdote oratoriano e cardinale Newman, e alla sua Grammatica dell’assenso, che sono dedicate le ultime pagine di questo saggio.

Rigobello individua in questo pensatore di razza e padre nobile del “primato della coscienza” il punto di snodo per riscoprire la modernità del pensiero cristiano e vedere in lui il più autentico anticipatore di una «cultura cattolica aperta».

Filippo Rizzi – Avvenire, 5 marzo 2015

Lo Spirito è estatico, non statico, produce estasi, non stasi, induce all’azione non all’ebetudine. Cogliendo appieno questa verità e coniugandola con le sempre più impellenti necessità del teatro di ricercare nelle inquietudini quotidiane una spiritualità incarnata e con quelle dello spettatore ormai da tempo bisognoso di confrontarsi con spettacoli che vadano oltre il gesto estetico e creino condivisione e relazione, facendo quindi interagire queste concomitanti e confluenti spinte, un festival è riuscito negli ultimi anni per tre volte a trasformare “la città delle cento chiese”, Lucca, in un grande palcoscenico e a realizzare «un’avventura dello Spirito».

È I Teatri del Sacro che prima di proporre la sua quarta edizione che si terrà, sempre nella cittadina toscana, dall’8 al 14 giugno, ripresenta quattro spettacoli, vincitori dell’edizione 2013, in una rassegna, Tra Cielo e Terra, ospitata dal Teatro di Roma all’interno del suo funzionale e suggestivo spazio scenico del Teatro India. Si va da “Paranza, Il Miracolo” di Katia Ippaso e Clara Gebbia (10-15 marzo) a “Storie del Buon Dio” con Danilo Nigrelli e Laura Nardi (17-19 marzo), per poi proseguire con “In Canto e In Veglia” di Elena Bucci (20-22 marzo) e chiudere con “Clarel” portato in scena da Valter Malosti (27-29 marzo). Raggiunto pertanto uno degli obiettivi de I Teatri del Sacro, ovvero «il superamento da parte dei teatri nazionali – come ci confida il direttore artistico del festival Fabrizio Fiaschini – di una sorta di stigma culturale che guardava con diffidenza un certo tipo di ricerche teatrali legate alla spiritualità connotandole pregiudizialmente in senso confessionale ».

Non c’è, infatti, nulla di agiografico, devozionale o contemplativo nelle quattro messinscene tutte invece impegnate in un “corpo a corpo” dello spirito in cui crisi, dubbio e speranza sono motori di azioni e reazioni epifaniche. È il caso innanzitutto di Clarel, il colossale poema in diciottomila versi e 150 canti di Melville, abilmente sintetizzato e trasformato da Valter Malosti in un «concerto per voce e musica elettronica». La ricerca, che spinge il giovane studente di teologia in crisi, Clarel, verso i luoghi dove la fede ha origine, ha provocato nello stesso Malosti evidenti trasalimenti: «L’immagine del sepolcro e del deserto – ci svela il regista e attore – e quella finale del protagonista che da teologo si fa pellegrino e prende la sua piccola croce per unirsi alla processione sono le visioni che animano e vivificano tuttora il mio percorso di uomo e di artista».

Michele Sciancalepore – Avvenire, 8 marzo 2015