parronchiVincenzo Arnone parlerà di Alessandro Parronchi (nella foto) sabato al Convegno scrittori di ispirazione cristiana di Perugia, dedicato a “La teologia della poesia”. Gli incontri inizieranno domani presso la Sala del Dottorato della curia con Salvatore Ritrovato, Giorgio Tabanelli, Gianni Mussini, Gianfranco Lauretano, Paolo Iacuzzi e Floriana Calippi. Sabato, nella Sala de’ Notari del Comune, dopo il saluto del cardinale Gualtiero Bassetti, parleranno Daniele Piccini, Silvia Chessa, Donatella Bisutti, Vincenzo Arnone e Carlo De Biase; nel pomeriggio, nuovamente presso la curia, si confronteranno Vincenzo Arnone, Melo Freni, Paola Severini Melograni, Francesco Diego Tosto, Luca Nannipieri, , Maurizio Tarantino, Giorgio Tabanelli, Donatella Bisutti, Daniele Piccini e Salvatore Ritrovato. Domenica la chiusura, con la Santa Messa celebrata dal vescovo ausiliare ela presentazione del nuovo periodicoSulle tracce del frontespizio.

Parronchi, lettere di viaggio

Per capire la personalità e la poesia di un autore, non di rado gli epistolari privati e familiari racchiudono una importanza non indifferente; tra le loro righe si nascondono le premesse culturali e poetiche di ciò che in futuro si svilupperà in maniera aperta e forte. Quel che oggi sembra scomparso con l’avvento di internet e degli sms – nella loro immediatezza e, quindi, poca riflessione –, in passato costituiva un ricco repertorio critico-letterario nei rapporti tra gli scrittori e i loro amici e familiari. Il poeta e critico d’arte Alessandro Parronchi – di cui si ricorda il prossimo 26 dicembre il centenario della nascita –, autore di raccolte poetiche come Prime e ultime, Diadema, Climax, Carmi novecenteschi,già nella sua giovinezza nutriva idealità e sogni che si orientavano all’arte e alla letteratura. In tal senso fece alcuni viaggi durante i quali scrisse lettere alla madre: ventidue lettere inedite che abbiamo avuto per gentile concessione della moglie Nara. Lettere familiari, così come un giovane tra i venti e i venticinque anni poteva scrivere alla madre. Lettere scritte da Berlino nel 1936 – l’anno delle Olimpiadi –, da Dresda, da Mantova e Vicenza, dalla Sicilia nel 1938, da Cortina d’Ampezzo nel 1940 e nel 1941 da Camaldoli. Un arco di tempo di cinque anni in cui il giovane poeta si andava formando alla scuola del Frontespizio e nell’iniziale amicizia con Giovanni Papini, Piero Bargellini, Carlo Betocchi, Nicola Lisi.

In tali lettere non ci sono accenni evidenti e chiari sulla situazione politica della Germania o dell’Italia, sul nazismo o fascismo; come interessi forti non rientravano nella personalità di Parronchi, anche se durante la guerra prese posizione contro «un giro di vite della campagna razziale» e invitò e ospitò per vario tempo, nella sua casa di campagna vicino a Greve Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda e Luigi Russo.

Il giovane Parronchi era molto legato alla madre, le scriveva quasi ogni giorno e le confidava sentimenti, impressioni e pensieri che andavano prendendo forma nella sua giovinezza a cominciare dall’amore per l’arte e la pittura. Da Dresda il 21 agosto 1936 scrive tra l’altro: «Stamani era bel tempo e anche alla Galleria la penombra era diradata. Ma per vedere tutto bene mi ci vorrà qualche giorno. Oh santi primitivi! qui sono tutti pittori dal ’500 in giù e lo studiarli non è così semplice e bisogna essere buon naviganti per avventurarsi in quelle tempeste. Comunque Dresda si fa sempre meglio (più bella) e comincia a sorridere… ieri sentii Don Giovanni. In Germania le pause non sono lunghe e iersera erano brevissime, casomai certe scene erano un po’ trasandate. I cantanti erano buoni, le donne non erano grasse, l’interprete non raggiungeva Pinza, pur avendo un’ottima voce. Il teatro è assai bello, soprattutto giustissimo di dimensioni e negli intervalli si esce nella piazza che è buona davvero… se si pensa a una città come Firenze si capisce bene che non ci sono soltanto gli Uffizi. Ma qui a Dresda sai c’è la Galleria, e poi c’è la Galleria e poi la Galleria, ma poi c’è poco più».

Da Camaldoli, dove è stato dieci giorni nell’agosto 1941, il giovane poeta scrive alla madre con i sentimenti di un giovane di venticinque anni che si trova tutto a un colpo in un luogo bello, ma troppo isolato. «E così eccomi qui – scrive il 10 agosto – costretto a un silenzio che non posso interrompere. La vita fiorentina, che per tutto l’anno è la stessa, vedo che mi logora e ora questa solitudine è tanta che me ne sento la testa assolutamente spenta e incapace di pensare e di ricordarmi. Solo camminando… mi ritrovo a pensare come d’abitudine ». E due giorni dopo aggiunge: «Ho visto tutto il visibile, e me ne è rimasto tempo per leggere. Con domani sarà una settimana precisa che sono a Camaldoli, e non dovrai lamentarti se giovedì mi troverai in casa… naturalmente non verrò a Terreno [una casa di campagna nei pressi di Greve, ndr],vuoi che uscendo di qui abbia ancora voglia di star solo? Ma questo è uno di quei soggiorni di cui si comincia a godere non appena si abbandonano».

E il 24 agosto 1940 da Cortina d’Ampezzo scrive tra l’altro: «Nel mentre ti scrivevo è sopraggiunto Mario – che m’aveva scritto ieri l’altro, vedi dunque che la posta tra me e te oltre che la distanza Greve-Terreno deve valicare anche l’altra Cortina-Campo». E Mario Luzi aggiunge un p.s.: «Cara signora, aggiungo i miei saluti. Ho trovato Sandro molto contento d’essere qui. Spero di trovarmi bene anch’io». Avevano ambedue ventisei anni e si apriva per loro una luminosa carriera letteraria, oltre le cime di Cortina.

Vincenzo Arnone – Avvenire, 20 novembre 2014

volume adozione affidoÈ appena giunto in libreria dall’editore “Vita e Pensiero” il volume “Allargare lo spazio familiare: adozione e affido”, curato da Eugenia Scabini e Giovanna Rossi e promosso dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta spontanea del sociale al bisogno di ‘cura’ dei bambini privi di un contesto familiare adeguato e al tempo stesso una espressione del desiderio ‘generativo’ e prosociale delle famiglie. Si tratta di due istituti giuridici che meritano di essere rilanciati, sottolineandone le potenzialità e riscoprendone la più autentica natura. Infatti sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del famigliare, essenziali oggi, forse più che in passato, per riflettere sul significato dell’essere genitori e dell’essere figli.

Adozione e affido si collocano nel punto di intersezione tra familiare e sociale e ne rivelano la profonda interconnessione: anche il sociale, perciò, è chiamato ad assumere una specifica responsabilità nel sostenere le famiglie attraverso le diverse tappe del percorso dell’adozione e dell’affido.

La trattazione congiunta delle tematiche relative all’adozione e di quelle relative all’affido, nei risvolti di somiglianza e di distinzione, e il respiro interdisciplinare e internazionale che attraversa i contributi presentati qualificano in modo peculiare questo volume, che si rivolge a studenti, a professionisti e a operatori del settore impegnati nell’accompagnamento delle famiglie adottive e affidatarie.

Il volume esce all’interno della collana “Studi interdisciplinari sulla famiglia” del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il Centro, che opera dal 1976, si occupa di ricerca scientifica sulla famiglia e di formazione di alto livello rivolta a professionisti che lavorano con e per le famiglie. Il 13 e 14 febbraio 2015, il Centro promuoverà su queste tematiche un importante convegno internazionale, in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della CEI. Saranno presenti relatori di fama internazionale, fra cui J. Palacios (Università di Siviglia, Spagna) e W. Tieman (Università di Rotterdam, Paesi Bassi). Per informazioni sull’evento si veda qui.

È stata l’occasione per un grande riconoscimento alla persona di Benedetto XVI lo scoprimento, ieri, del busto che lo rappresenta nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze. Papa Francesco ha messo in luce la figura eminente del suo predecessore, come teologo, il suo amore per la verità che non si è limitato alla teologia o alla filosofia e si è aperto alla scienza. Ma la circostanza è stata anche occasione per alcune considerazioni sulla creazione e la scienza. All’inizio e nella parte finale dell’intervento del Papa c’è una osservazione: il progresso scientifico deve essere portato avanti, ma finalizzato all’uomo, a preparare il suo futuro, a eliminare i rischi dell’ambiente sia naturale che umano, cioè a costruire un mondo umano; e deve essere finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita della gente, specialmente dei più poveri. Un riferimento molto concreto che comprendiamo bene in un Papa che continuamente manifesta la sua sollecitudine per gli ultimi, i marginali, i senza potere, i periferici.

Papa Francesco non è entrato nel tema dell’evoluzione del concetto di natura, che viene affrontato nella riunione della Pontificia Accademia delle Scienze, ma ha dato quasi le premesse soffermandosi sul concetto di creazione che implica un rapporto del mondo con il Creatore non solo agli inizi del tempo, ma costante. Ricordando le parole di Paolo nell’Areopago – «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» – ha affermato: «Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti nella natura». La creazione non va vista come una magia con cui Dio fa esistere le cose. «Ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che ha dato a ognuno». Ciò a partire dal Big Bang che oggi si pone all’origine del mondo. «Esso non contraddice, l’intervento creatore divino, ma lo esige».

L’evoluzione della natura non contrasta con la nozione di creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. L’evoluzione manifesta le potenzialità della creazione. «Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato autonomia agli esseri dell’universo… E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti». Papa Francesco riprende e ribadisce con grande chiarezza un concetto che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in varie occasioni avevano espresso. Teilhard de Chardin diceva: «Dio non fa le cose, fa in modo che si facciano». E il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che Dio è «la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde» (n.308). La grande sfida che la fede lancia alla scienza è la scoperta delle leggi che regolano le trasformazioni del mondo, che solo in parte conosciamo.

Ma per quanto riguarda l’uomo il Papa ricorda che Dio dà all’essere umano un’autonomia diversa da quella della natura, quella della libertà, rendendolo responsabile della creazione, «perché domini il creato e lo sviluppi fino alla fine dei tempi». E qui Francesco fa appello non solo alle responsabilità nel preservare la creazione, ma alla ricerca per scoprire le potenzialità della natura: «Lo scienziato deve essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore». Riemerge implicitamente il concetto espresso all’inizio del discorso: costruire un mondo umano. «Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale».

Ma, aggiunge il Papa, «è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia, distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. È il peccato contro Dio Creatore». Oltre alla preoccupazione dell’ambiente, su cui in varie occasioni il Papa ha richiamato l’attenzione, viene ripreso un concetto espresso all’inizio del discorso: la finalizzazione del progresso della scienza a realizzare un mondo umano, a migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di alcuni privilegiati. E questo è il punto.

Fiorenzo Facchini – Avvenire, 28 ottobre 2014

tv“Oggi diamo inizio a un cantiere, a un viaggio. Siamo a un inizio carico di attese”. È il “cantiere” l’immagine che il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha utilizzato per definire Tv2000, oggi a Milano alla presentazione del nuovo palinsesto. “Una novità – ha precisato – che deve avere la caratteristica di una svolta, per valorizzare al massimo tutto quello che abbiamo tra le mani e nel cuore”.

Aprendo il suo intervento, Galantino ha chiesto provocatoriamente: “Perché un vescovo alla presentazione del palinsesto?”. Rappresentando l’editore, ossia la Cei, la sua presenza, ha spiegato, è segno della “voglia di far parte di questo progetto”, del “desiderio dell’editore di sentirsi parte di una realtà”, che assieme alla Tv vede “Avvenire, l’Agenzia Sir, Radio In Blu”. “Non esiste solo la Chiesa in uscita, ma anche la Tv in uscita”, ha aggiunto il segretario della Cei, chiedendo all’emittente di “stare sulla strada, vedere cosa c’è di bello e pure di problematico, farlo nostro e presentarlo nella maniera dovuta”. L’obiettivo dev’essere “raccontare il mondo, girando le telecamere per vedere il mondo con gli occhi del Vangelo”, il che “non significa fare una televisione bigotta”.

Tutt’altro. Galantino ha chiesto “una tv che provochi di più”, che non sia “una nicchia comoda ma residuale”, “un orto chiuso per i credenti o, ancor più, per i praticanti”. Al contrario, “dev’essere un luogo attivo, vivo, una tv di tutti e per tutti e non per pochi eletti”, che sia “interessante anche per chi non crede e persino per chi ha sempre rifiutato di credere”. Insomma, ha concluso, “una sorta di Giovanni Battista capace di stare sul territorio e dire la sua parola con passione”.

“Una Tv in uscita, che racconta il mondo, che lo ascolta, che lo vede”, ha confermato Paolo Ruffini, direttore di rete: “Non presentiamo un lavoro, ma un work in progress” per “condividere una tv di qualità, piantata sul presente”. L’emittente della Cei, ha illustrato Ruffini, ha una media di 70mila telespettatori, che arrivano a un milione considerando i telespettatori che l’hanno vista per almeno mezz’ora; 0,7% è lo share medio. “La religione – ha aggiunto Ruffini – non è per Tv2000 un anestetico, un modo per chiudere gli occhi sulla realtà”; quest’ultima, piuttosto, è protagonista della programmazione, a partire dalla Messa quotidiana, per la quale “ogni giorno porteremo le telecamere nelle comunità, dal rione Sanità di Napoli a Lampedusa. Uscire dallo studio – ha concluso – sarà una costante del nostro palinsesto”.

I programmi

Una nuova edizione del Tg alle 12, che si aggiunge a quella delle 18.30 (che durerà mezz’ora), e la conferma del “Tgtg” come terzo appuntamento con l’informazione. Questa la novità negli spazi informativi di Tv2000, a partire dal prossimo 3 novembre, annunciata da Lucio Brunelli, direttore delle testate giornalistiche dell’emittente.  Brunelli ha così declinato l’identità degli spazi informativi: “Non vogliamo essere la brutta copia dei tg esistenti, ma cerchiamo una nostra fisionomia”.  No, quindi, al pastone politico, “formula sempre più stantia e vuota”. Piuttosto, “vogliamo raccontare la politica senza condizionamenti di palazzo”, con “un taglio di servizio, per spiegare i provvedimenti politici nella misura in cui impattano su di noi cittadini”. Spazio anche per la vita della Chiesa “senza retoriche e senza reticenza”. “Abbiamo un editore – ha ricordato Brunelli – che ci invita a essere più giornalisti e meno bigotti”.

E mentre i 23 milioni di visualizzazioni su YouTube in un anno “sfatano l’idea che il nostro pubblico sia composto solo da anziani”, il direttore generale Lorenzo Serra ha annotato che non cambierà il budget stanziato per l’emittente, ma “è attraverso il cambiamento del modo di lavoro che riusciremo a dare una linea diversa”.

Alessandro Sortino, ex Iena e ora vice di Ruffino, ha parlato di tre direttrici di lavoro: “Attualità, prossimità e dialogo”. “Farò la Iena ma con la speranza”, ha sintetizzato, parlando di un linguaggio in cui non prevalga più l’indignazione, ma la sorpresa per il modo positivo che ha questo Paese di reagire alla crisi. Un linguaggio moderno, ironico, “serio ma non serioso”.