La prolificità del pensiero occidentale è stata enorme in termini di produzione e azioni, pagando anche un prezzo incalcolabile a questo moto costante nei suoi conflitti. Questa prolificità al momento sembra non sia piu possibile gestirla. Mancano gli strumenti per una sintesi della proteiforme differenziazione e frammentazione del pensiero, che risente delle enormi acquisizioni in termini di conoscenza e comunicazione che sono avvenute negli ultimi anni. Baumann ha definito a suo tempo la società liquida, prima intuizione che qualcosa stava cambiando nello scambio delle informazioni-gesti-relazioni.

In realtà la sua metafora è efficace ma estremamente romantica e generosa, poichè liquido porta in sè la categoria della fluidità, di una continuità che a mio parere è persa da tempo. Io definirei la società odierna liofilizzata, polverosa più che liquida, perchè la congruenza delle varie parti si è completamente disgregata. Lo spezzettamento infinitesimale delle cognizioni, delle teorie, delle derive, ha fatto completamente dimenticare la necessità di una qualche visione di insieme, della osmosi che giocoforza esiste tra le branche del sapere e della conoscenza. In questo gioca un fatto che è a mio parere devastante. Il senso frainteso del “nuovo”. Questa ossessione della necessità del nuovo come categoria, non ha nulla a che vedere con la fondamentale caratteristica dell’ ulisse umano, la curiosità che spinge oltre. E’ il senso che giorno dopo giorno si distrugge quello che c’è prima a favore di qualcosa di escatologicamente nuovo, come nato ex nihilo che dovrebbe rimpiazzare il vecchio.

Questa solenne idiozia della conoscenza è uno dei mali piu profondi della società occidentale di oggi. Poichè il nuovo tout-court non esiste per definizione. Qui si è incorsi nell’errore: la confusione tra quello che è un effetto dell’indagine dell’esistente (il nuovo, la novità) e la ipotetica nascita dal niente di una creazione, quasi la rinata mitologia di una generazione spontanea della conoscenza.

Il posthuman, le prefiche della AI, le recenti dichiarazioni apocalittiche di Hawkings, hanno la stessa funzione di quelle mosche che si pensava nascessero dal nulla in un recipiente chiuso. Per mostrare come la tematica sia trasversale passo per un momento ad un altro campo che ha forti attinenze con arte, sociale, politica, ecc: l’architettura. In un intervento nell’ambito di un convegno del Politecnico di Milano dal titolo “Le arti per l’architettura, la città, i paesaggi” ho fatto il punto su una tendenza metodologica molto diffusa: il fatto che si trova a tavolino una soluzione, si va in un posto, e la si “applica”.

La formula di intervento non si basa quasi mai sul riconoscimento, ma sulla imposizione del modello che trova punti di forza e giustificazione più o meno validi nella complessità, nella tecnologia, nella “novità” e cosi via. Voglio fare un esempio: se si va in nelle favelas, negli slums, nelle township a seconda delle aree geografiche, la mentalita è che bisogna ri-urbanizzare quindi fare tabula rasa e ricostruire. In questo processo ormai totalmente automatico si dimentica intanto di conoscere, di incontrare. Ognuno di questi luoghi ha in sè un microcosmo, una micro e macro urbanistica autogenerata, vera, essenziale. Tutti i luoghi del sociale esistono anche in ognuno di questi luoghi marginali ed emarginati. Non è solo una idea : esiste una città con tutte le sue istanze. Poi sicuramente queste si possono migliorare, rendere vivibili. Ma senza dimenticare e senza stravolgere i fulcri che già ci sono. Ecco io credo che sia il momento in cui al principio di applicazione va sostituito quello di individuazione. La novità sta proprio nel ricollegare gli elementi, i linguaggi le istanze e non nel bypassarle fino a brutalizzarle.

La utopia del nuovo è falsa in sé. Non c’è nulla di nuovo, di nuovo c’è la lettura dell’esistente che non cambia la sostanza. La evoluzione della conoscenza non è chimera del nuovo, ma scoperta dei legami non ancora visti tra ciò che è esistente. Se una retta è curva, questo era vero anche un miliardo di anni fa. Solo che come nel labirinto del conoscere, la curiosità dell’ ulisse ci ha messo del tempo per arrivare a intravedere altre relazioni come le matematiche non euclidee.

Ciò che si modifica è solo la nostra capacità di individuare altre relazioni tra i sistemi. Ma quelle già esistono nella incredibile perfezione inquieta e dinamica dell’universo. Anche la complessità tecnologica, che per molti svolge la funzione delle perline colorate, un attrattivo epidermico che solletica la noia intellettuale e la ricerca di risposta, è una falsa mitologia. La complessità non è una novità, la complessità è insita nell’esistenza stessa dell’universo. Il fatto che noi possiamo produrre tecnologie estremamente articolate e complesse non significa che stiamo aggiungendo qualcosa. significa che stiamo tracciando mappe di sistemi che tentano di avvicinarsi alla complessità di un protozoo o di un sasso di un miliardo di anni fa ad esempio. Senza per questo scalfirla. Quel sasso e quel protozoo hanno già tutta la complessità possibile. La identificazione della possibilità di creazione di una nuova complessità con il progresso umano è fuorviante senza appello. La vera sfida dell’uomo è comprendere quale relazione ha con quella complessità che lo ha generato e che lo circonda.

Questo riporta ad una idea del tutto, e ad una fondamentale ricomposizione del sapere, una visione organica prodroma al rinnovato umanesimo di cui tanto si parla a sproposito.

Raul Gabriel

galantino mediaPer la Chiesa in Italia la comunicazione è determinante. Parola di monsignor Nunzio Galantino. “Se non investiamo seriamente sulla comunicazione – ha detto il segretario generale della Cei -, rischiamo l’irrilevanza e la marginalità”. Il vescovo di Cassano allo Jonio ha aperto con il suo intervento il Convegno su “Nuovi media e nuovo umanesimo”, organizzato da Anicec e promosso dall‘Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dall‘Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione dei dieci anni del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali.

Galantino ha sottolineato lo “stile” che la Chiesa deve avere in fatto di comunicazione: quello della “Chiesa in uscita, che sappia e che voglia osare e che all’occorrenza non abbia paura di dire ‘qui ho un po’ esagerato, qui mi sono sbagliato’”. Gli atteggiamenti da evitare, dunque, sono soprattutto due. Da un lato quella che il segretario generale della Cei ha chiamato “la sindrome della moglie di Lot”, propria di chi, invece di guardare avanti, “cammina con la testa all’indietro”. Dall’altro la sfiducia e lo scoramento dei “professionisti del lamento”.

La comunicazione della Chiesa deve essere di tutt’altro genere. “Non troppo prevedibile, non una informazione da replicanti”, ha sottolineato. Spazio perciò a media cattolici che abbiano la capacità di “provocare domande, di educare alla domanda e offrire strumenti critici perché le domande possano essere sensate e portino a risposte concrete”. Galantino ha incoraggiato anche a fare sinergia tra i media ecclesiali. “Naturalmente il quotidiano deve fare il quotidiano, la radio deve fare la radio, la televisione e l’agenzia idem. Ma la nostra missione – ha detto – è prima di tutto una missione di comunione, ognuno con i mezzi che ha a disposizione”.

Da questo punto di vista, ha aggiunto il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, monsignor Domenico Pompili sarà importante “il portale che come Ufficio abbiamo avviato a realizzazione per il prossimo mese di gennaio”. “Il portale – ha aggiunto – sarà una piattaforma tecnologicamente avanzata, ma di facile accesso, per consentire in uno sguardo sinottico di rilasciare i contributi di ciascun medium, potenziando così la voce e l’immagine della comunicazione ecclesiale”.

Lo sguardo sul presente e sul futuro non ha fatto comunque perdere di vista il cammino compiuto negli ultimi dieci anni. Che cosa è rimasto del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali? A rispondere alla domanda è stato il vescovo Claudio Giuliodori, oggi presidente della Commissione episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali, e all’epoca della pubblicazione direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei. “Sicuramente la prospettiva dell’umanesimo e dell’antropologia che sarà al centro anche del prossimo Convegno decennale di Firenze (novembre 2015) – ha ricordato -. E poi l’interazione con la cultura contemporanea, la formazione degli operatori pastorali e le sinergie tra media locali e nazionali”. La prospettiva nata esattamente vent’anni fa con la “svolta del Convegno di Palermo del 1995”, dove “nacque” anche il progetto culturale, attende di ricevere proprio da Firenze 2015 “nuova forza e valore per il nostro rinnovato impegno nel mondo dei media”.

Al dibattito hanno preso parte anche monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, e di Chiara Giaccardi, ordinario di sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica.

La giornata ha visto anche un interessante confronto tra i direttori dei vari medi cattolici sul tema “La comunicazione della Chiesa nell’era della convergenza mediale”, moderato da don Ivan Maffeis, vice direttore dell’Ufficio nazionale Comunicazioni sociali e presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo. L’immagine è quella della polifonia. O se si vuole dell’orchestra. Voci e strumenti che non rinnegano certo la loro identità e fanno udire ognuno il proprio suono, ma in accordo con gli altri. Così deve essere anche tra i media cattolici, nella nuova stagione delle sinergie che ci si appresta a vivere. “Fare rete per fare comunione”, ha detto il direttore del Sir, Domenico Delle Foglie. “Non pensarsi come una televisione a circuito chiuso, ma come una finestra aperta sul mondo”, ha aggiunto di direttore di rete di Tv2000, Paolo Ruffini. “Dire parole di speranza all’uomo disperato di oggi”, ha sottolineato il presidente della Fisc, la Federazione dei Settimanali cattolici, Francesco Zanotti. E Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha fatto notare: “I nostri media sono un giacimento di energie, un grande tesoro per il Paese. Non dobbiamo avere dunque complessi di inferiorità, perché possediamo le parole per dialogare proficuamente anche con chi non è credente”. Secondo il direttore di Avvenire, in un’epoca di “informazione selfie” che spesso si riduce a “mero elenco di notizie”, la “grande sfida” è costruire giornali e media alternativi, cioè “che prescindano il più possibile da certe fonti avvelenate dell’informazione”. Il cambiamento e la necessità della rete, ha poi ricordato Zanotti, riguardano anche “i giornali diocesani”, la cui vocazione specifica è quella di “raccontare storie che restano confinate nei territori, magari in quelle che Papa Francesco chiama periferie geografiche ed esistenziali”. “Le nostre testate – ha sottolineato il presidente della Fisc – in tal modo si fanno compagne di viaggio delle persone e ne ascoltano le vicende gioiose o dolorose, con i piedi ben piantati per terra, ma con lo sguardo rivolto all’infinito”. Anche questo è un modo di fare orchestra. Suonando con strumenti diversi la stessa musica.

Mimmo Muolo – Avvenire, 13 dicembre 2014

bonini lumsaUn «anno di scelte». Ma anche di «prosecuzione del cammino finora percorso » nella consapevolezza che solo «investendo in cultura e nell’università si può rendere un grande servizio al Paese». Francesco Bonini, rettore della Lumsa, sintetizza così il programma che attende l’ateneo cattolico di Roma. Una anticipazione di ciò che dirà questo pomeriggio aprendo nell’Aula Magna della Libera Università degli Studi Maria SS. Assunta (Lumsa) il nuovo anno accademico, il primo sotto la sua guida, avendo assunto l’incarico nell’agosto scorso, subentrando a Giuseppe Dalla Torre.

Che anno si prospetta per la Lumsa, quello che si apre ufficialmente oggi?

Un anno di scelte guardando al futuro, come nel caso del percorso legato all’accreditamento dei nostri corsi di laurea. Ma anche nella scelta di eccellenza per quanto ri- guarda il reclutamento dei nostri docenti nei vari settori in cui stiamo operando e formando i nostri studenti. E poi anche il consolidamento della nostra presenza in altre parti del Paese, come, ad esempio, Palermo, che è un luogo importante per la Lumsa e per l’Italia, in cui vogliamo offrire un’offerta formativa di qualità, e soprattutto di prospettiva futura per le giovani generazioni.

Investire in questo momento dimostra coraggio. Soprattutto per un ateneo non statale che vede pochi fondi statali e molti obblighi di legge.

È un problema. Lo abbiamo detto come atenei non statali in tutte le sedi istituzionali: non si può continuare a tagliare i fondi statali già esigui e nello stesso tempo imporre a tutti i medesimi obblighi normativi, non riconoscendo la specificità degli ateneo non statali. E poi c’è anche l’incertezza normativa, come nel caso dei requisiti per accreditare i corsi di laurea 2015/2016. Incertezza che coinvolge anche tutto il capitolo della valutazione. Comunque noi vogliamo continuare a investire, soprattutto per fornire alle famiglie e agli studenti un’offerta formativa di qualità.

Gli investimenti, dunque, come priorità del suo mandato?

Investire per consolidare e sviluppare. Ecco a cosa puntiamo in questa fase della nostra storia. Intendiamo fare della Lumsa una università sempre più capace di essere attrattiva, anche per i colleghi che intendano confrontarsi con la nostra modalità di ricerca.

Il titolo della prolusione affidata al professor Gennaro Iasevoli, ordinario di Economia e gestione delle imprese, è «Creatività, innovazione e imprenditorialità al servizio del benessere collettivo». Sembra uno slogan programmatico per la Lumsa.

La creatività è una parola chiave, è il valore aggiunto che si può portare come risorsa al nostro Paese. Ma anche la solidità della struttura e la curiosità sono elementi importanti. Certo la prolusione parla del mondo economico e dell’impresa, ma davvero potrebbe diventare uno slogan per l’ateneo. E non solo per la Lumsa, ma per qualsiasi università che deve assicurare ai propri studenti la capacità di aprire la mente ai diversiambiti.

Come potrebbe illustrare il contributo che attualmente la Lumsa dà al nostro Paese?

L’università deve fare bene il proprio dovere, cioè porre attenzione alla docenza rivolta alla formazione degli studenti, alla ricerca in campo scientifico e alla collaborazione con le imprese e le istituzioni. E «fare il proprio dovere» significa far si che in Italia crescano la produttività e anche la capacità critica delle giovani generazioni. Questo lo considero il miglior contributo che la nostra, come le altre università, possono offrire al nostro Paese in questo congiuntura storica. Oggi abbiamo un’Italia smarrita e adirata. Investire in cultura e nell’università significa dare il proprio contributo al Paese, anche in prospettiva futura. Uno sguardo che questo Paese sembra non avere più.

Enrico Lenzi – Avvenire, 2 dicembre 2014

giovani tonioloLa condizione delle nuove generazioni è da tempo all’attenzione pubblica e continua a suscitare ampio interesse, spesso misto a preoccupazione, a ogni livello sociale. Si tratta di un tema che tocca i giovani stessi e le loro famiglie, coinvolge i tanti che, a vario titolo, interagiscono con loro nel percorso formativo, nell’impegno sociale e lavorativo, ma si estende anche a tutti coloro che sono interessati a capire come sta cambiando la società italiana.

In risposta a questa diffusa domanda conoscitiva l’Istituto Giuseppe Toniolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo, ha avviato da qualche anno una ricerca estesa e dettagliata che ambisce a diventare il principale punto di riferimento informativo sulla realtà complessa e in continua evoluzione dei giovani italiani. Ogni anno questa ricerca produce un volume, che contiene i principali e più aggiornati risultati con taglio facilmente accessibile all’ampio pubblico. Proprio in questi giorni è disponibile in libreria “La condizione giovanile in Italia – Rapporto giovani 2014″ (ed. Il Mulino).

L’universo delle nuove generazioni è certamente molto più articolato e ricco rispetto al loro tormentato rapporto con il lavoro e al benessere economico. Il ritratto multidimensionale e pieno di sfaccettature fornito nei diversi capitoli del volume lo conferma. È, però, anche vero che in questo frangente storico le preoccupazioni maggiori, con ripercussioni anche negli altri ambiti di vita, derivano dal non trovarsi con solide basi su cui costruire le fondamenta del proprio futuro. Le società moderne avanzate sono caratterizzate da un notevole aumento della rapidità del cambiamento e da un elevato grado di complessità e specializzazione. Per le nuove generazioni è quindi sempre più importante partire da una solida formazione e poter contare su strumenti adeguati per fare le scelte giuste nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro.

L’Italia risulta essere, purtroppo, uno dei Paesi avanzati in cui i giovani si trovano meno attrezzati a vincere le sfide e a cogliere le opportunità di questo secolo. Negli ultimi anni il quadro è ulteriormente peggiorato a causa della prolungata congiuntura economica negativa, in combinazione con la cronica carenza di misure a sostegno dell’autonomia e di promozione dell’intraprendenza nella società e nel mercato del lavoro. La particolare situazione di difficoltà emerge in modo netto sia nel raffronto con le opportunità delle generazioni precedenti sia con i coetanei degli altri Paesi avanzati. Dagli indicatori ufficiali non emerge un quadro generale rassicurante: il tasso di disoccupazione giovanile ha superato abbondantemente il 40%; la quota di Neet (18-29enni che non studiano e non lavorano) è tra le più elevate in Europa, la percentuale di chi a tre anni dal diploma o dalla laurea ha un lavoro è di oltre 20 punti percentuali inferiore rispetto alla media Ue27.

Ma già prima della crisi eravamo uno dei Paesi meno in grado di immettere i membri delle nuove generazioni in un percorso virtuoso di arricchimento delle proprie vite e di produzione di benessere per il Paese. Anziché protagonisti attivi di un’Italia che cresce si sono sempre più trovati ad essere spettatori passivi di una nazione che arranca. La recessione ha agito ulteriormente da freno diventando moltiplicatore di fragilità: varie ricerche sulla povertà dell’Ocse e di Bankitalia concordano nel mostrare come negli ultimi anni l’impatto maggiore sia stato subito dai giovani e dalle giovani coppie. Le conseguenze delle difficoltà a costruire solidi progetti di vita si vedono anche sulla demografia, tanto che il 2013 è stato l’anno in cui si è toccato il punto più basso delle nascite nella storia della Repubblica italiana.

I dati del Rapporto Giovani aiutano ad andare oltre gli indicatori ufficiali e rivelano come nelle nuove generazioni rimanga complessivamente alta la volontà di non rassegnarsi, ma come crescente sia anche la frustrazione per il sottoutilizzo delle proprie potenzialità. Sempre più complicato è trovare la propria strada. Una condizione che, complessivamente, rende il percorso di transizione alla vita adulta simile ad un labirinto nel quale è facile trovarsi disorientati, dove alto il rischio di girare a vuoto nonostante gli sforzi e, se non ci si perde, fa diventare più contorto e più lungo il perseguimento di qualsiasi obiettivo importante. I dati evidenziano come oltre la metà degli intervistati sia convinta che oggi in Italia le opportunità lavorative per un giovane con la propria formazione siano scarse.

Per un rispondente su tre sono limitate. Molto bassa è la percentuale di chi invece le considera adeguate. Se l’impressione di scarsa valorizzazione è trasversale, purtuttavia le differenze sociali risultano marcate. La percezione di trovarsi in un contesto di opportunità scarse è di venti punti percentuali più bassa tra chi ha almeno un genitore laureato rispetto a chi ha sia madre che padre che hanno completato solo la scuola dell’obbligo.

Una delle attenzioni particolari del “Rapporto giovani 2014″ è quella di far emergere l’eterogeneità di esperienze e situazioni. Se infatti è vero che si è giovani oggi, in modo diverso dal passato, esistono però anche spiccate differenze interne alle nuove generazioni. Anzi, più aumentano rischi e problematicità generazionali, più le diseguaglianze tra coetanei tendono a crescere. Come conseguenza è un universo giovanile che si va sempre più polarizzando. Da una parte ci sono coloro che di fronte a un mercato del lavoro bloccato, a meccanismi di ricambio generazionale inceppati, a una società immobile, reagiscono formandosi ancor meglio, sfruttando le opportunità della rete, producendo innovazione tecnologica e sociale. Al lato opposto ci sono quelli che si sono arresi e scivolano progressivamente verso i margini. Quelli che oltre alla fiducia nelle istituzioni e nella società stanno perdendo la fiducia in se stessi e nel proprio futuro. La linea di demarcazione tra chi sta dentro o fuori a questo gruppo è data soprattutto dal grado di sostegno, prima di tutto umano ed emotivo, fornito dal cerchio magico dei rapporti familiari e amicali più stretti. Quando anche questo viene a mancare la caduta rischia di essere senza rete e produrre enormi e duraturi costi sociali.

Le analisi proposte nei vari capitoli confermano, nel complesso, come siano parziali e semplicistiche le interpretazioni che cercano di spiegare solo attraverso i fattori economici o, in contrapposizione, solo tramite motivi culturali, le difficoltà delle nuove generazioni nel realizzare i propri obiettivi di vita e nel diventare attori nella produzione di nuovo benessere economico e sociale. Confermano, inoltre, quanto sia importante assumere lo sguardo dei giovani stessi e cercare di vedere la realtà in trasformazione con i loro occhi per capire le sfide che si trovano davanti e per dotarli di strumenti efficaci per vincerle offrendo il meglio di sé. Tutto questo nella convinzione che nessun altro può vincerle per loro e nessun giovane può farcela se abbandonato a se stesso.

Alessandro Rosina – Avvenire, 9 dicembre 2014