Al centro della domenica

16 Maggio 2012

brambilla-franco-giulio.jpg“La domenica è la nostra linea Maginot: se la perdiamo, scompariremo”: sono le parole usate da mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, durante la Giornata di fraternità sacerdotale svolta nei giorni scorsi con i preti della diocesi a conclusione delle visite d’ingresso nei vicariati e per illustrare le proposte di “Prospettiva 2020” per l’azione pastorale dei prossimi anni. Il tema della famiglia è stato uno dei principali dell’intervento del vescovo, mentre si avvicina l’appuntamento “Family 2012”, l’incontro mondiale delle famiglie che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno. Mons. Brambilla ha espresso una particolare sottolineatura circa la domenica come giorno della festa e con una prospettiva pastorale anche sul piano organizzativo per “abitare in modo nuovo il territorio”, con un messaggio preciso: “Vangelo e vita quotidiana della gente”. La diocesi si prepara a partecipare a “Family 2012” con la presenza di molti fedeli, in particolare alla messa con Benedetto XVI il 3 giugno, e con lo stesso mons. Brambilla che, in qualità di copresidente del Comitato teologico-pastorale organizzatore del Congresso internazionale, vi interverrà il 31 maggio con la comunicazione di apertura dell’incontro a “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini. Proprio a questo riguardo, il vescovo ha anticipato ai sacerdoti novaresi la riflessione su “La famiglia tra lavoro e festa”, in particolare sottolineando la centralità della famiglia e la necessità di salvaguardare l’autentica festività della domenica.

Domenica da “ri-comprendere”. Nelle parole del vescovo Brambilla, la domenica non va intesa come tempo libero tra le “fatiche del lavoro”, “passata in modo travolgente tra gli outlet e i mercatoni”, ma occorre che sia “ri-compresa” come momento rigenerante, nel quale “l’uomo si ritrova ad essere persona capace di relazioni vere con gli altri, a partire dalla relazione fondante. Quella con l’Altro, Dio, che in Gesù, il Figlio per eccellenza, consente a ciascuno di ritrovarsi e ritrovare il senso dell’essere e dell’operare”. Per il vescovo, quindi, al centro della domenica, c’è la messa, atto culmine e fonte della comunità cristiana, che – ha ricordato – è “famiglia di famiglie”. Nella liturgia eucaristica “i doni della fatica e del lavoro quotidiano nell’admirabile commercium, lo straordinario scambio tra la povertà dell’uomo e la grandezza di Dio, sono restituiti in abbondanza non con la soddisfazione semplice dei bisogni (la salute, le realizzazioni personali, il lavoro gratificante, e via …), ma con il dono per eccellenza che è Dio. Appunto, Colui che – ricco – si dona in cambio della ‘povertà’ dell’uomo”.

Come si vive il lavoro. La riflessione di mons. Brambilla ha riguardato in maniera approfondita il tema del lavoro, in chiave pastorale e spirituale. Se è vero – ha notato – che “il lavoro serve per vivere” è altrettanto certo che il modo con cui la coppia “vive il lavoro” sia uno dei luoghi più forti con cui oggi “si dà volto allo stile di famiglia e, di conseguenza, con cui la società lo plasma o lo deforma. Ha indicato, a questo riguardo, due fenomeni: il primo è il fatto che la famiglia moderna abbia bisogno del lavoro di entrambi i coniugi per poter vivere. “Questo – ha sottolineato mons. Brambilla – ha un’incidenza decisiva sul modo di vivere la famiglia da parte di marito e moglie, perché soprattutto la donna deve fare la spola affannosa tra casa e lavoro, che incide sulla figura stessa del suo essere donna, prima che moglie e madre. Ciò comporta che il lavoro dell’uomo non sia più inteso come l’unico sostentamento della famiglia, e questo dato sociale si riflette pesantemente sulle relazioni familiari”. C’è poi un secondo livello del problema, forse ancora più profondo: “Il lavoro con le sue possibilità, le scelte dei livelli professionali per la donna e per l’uomo fanno fatica a entrare nel progetto e nel vissuto di una famiglia. Eppure – ha osservato mons. Brambilla – esso incide in modo considerevole sulla vita di casa. Soprattutto emerge nei periodi di crisi, sotto la forma di risentimento che l’uno avanza nei confronti dell’altro, quando uno dei due, soprattutto la donna, ha dovuto rinunciare ad avanzamenti di carriera per poter sostenere la vita familiare”.

La “Prospettiva 2020”. Il vescovo ha poi illustrato le proposte di quella che ha definito “Prospettiva 2020”: otto anni in cui puntare “alla prossimità della vita quotidiana delle persone per dire e donare il Vangelo”. Ha parlato della volontà di visitare tutti i vicariati, uno per anno, “abitandovi” per un prolungato periodo in modo da esservi “presenza per camminare insieme, per favorire la comunione”. Ha annunciato anche la decisione di riformare dal prossimo 1° giugno il Consiglio episcopale facendovi entrare i vicari episcopali per il territorio in modo da meglio raggiungere l’obiettivo di articolare il vicariato in unità capaci di lavoro comune sui grandi temi pastorali.

Sir, 14 maggio 2012

Laici maestri di sacro

15 Maggio 2012

barcellona-sagrada-cortile-gentili.jpgNella Catalogna di Salvador Dalì, Antoni Gaudì e Juan Mirò il «Cortile dei gentili» – lo spazio di dialogo tra credenti e ‘umanisti’ – non poteva che avere come tema «Arte, bellezza e tra­scendenza ». La nuova tappa del confronto voluto da Benedetto XVI e intrapreso dal cardinal Gianfran­co Ravasi per interloquire con «quanti si rivolgono a Dio come Sconosciuto» si sofferma a Barcel­lona. Giovedì e venerdì si alterne­ranno riflessioni e scambi in alcu­ne prestigiose sedi: il Museo Nazio­nale d’Arte della Catalogna, con la prolusione del presidente del Pon­tificio Consiglio per la cultura, poi l’università di Barcellona e infine la Sagrada Familia. Francesc Torralba Rosellò, giovane teologo e valente filosofo da qualche mese nominato consultore dello stesso Pontificio Consiglio, vi interviene con una conferenza su «La via dalla bellezza all’amore». Numerosi i suoi scritti recenti: in italiano Qiqajon ha ap­pena pubblicato Volti del silenzio (pp. 200, euro 18); in Spagna sono appena usciti La lógica del don (Khaf) e Vida spiritual en la socie­dad digital (Milenio).

Lei si è concentrato su temi spiri­tuali ma aperti a tutti: silenzio, so­cietà digitale, dono. Un’indagine che ricalca molto il «Cortile dei gentili»… Perché quest’approccio?

«La mia ricerca filosofica cerca di essere aperta e ‘permeabile’. Ri­tengo che il mio compito come fi­losofo sia promuovere il pensiero e la riflessione su queste domande genuinamente umane che ognuno, al di là delle proprie convinzioni spirituali, si formula. La mia fun­zione è essere alla frontiera perché i confini sono luoghi creativi dove si può imparare dal dialogo condi­viso. Ritengo che ogni essere uma­no abbia una dimensione spiritua­le che può essere articolata e svi­luppata in modi diversi in virtù dei contesti e delle biografie».

Cosa accomuna credenti e umani­sti?

«Il senso di nostalgia, il desiderio di felicità, il bisogno di conforto e la paura sono esperienze trasversali che ci fanno fratelli nell’esistenza. Penso che la religione sia sostan­zialmente rapporto che trascende il sé, collegan­do la persona con una realtà totalmente diversa che noi chiamiamo Mi­stero assoluto».

Nel suo saggio sul silen­zio lei cita varie volte Ludwig Wittgenstein…

«Wittgenstein è un pen­satore profondamente spirituale. Basta leggere i suoi scritti biografici risa­lenti alla prima guerra mondiale e il Tractatus logicus-phi­losophicus. Egli mostra i limiti del linguaggio scientifico e comprende che il silenzio è il migliore atteggia­mento davanti al mistero della realtà. Questo attitudine di cautela e cura per ciò che trascende la ra­zionalità scientifica mi pare molto interessante. Wittgenstein ricono­sce che non si può fare ’scienza’ sul senso della vita, ma la doman­da del significato è, a sua volta, la più grave ed emotivamente coin­volgente che un essere umano pos­sa farsi».

Dunque l’uomo religioso può sco­prire un «di più» in chi non lo è?

«Certo, nel dialogo il credente sco­pre molti elementi interessanti. Anzitutto si rende conto che i non credenti costituiscono un mondo molto eterogeneo. Ci sono gli indif­ferenti, ma pure gli ‘allontanati’; gli agnostici che cercano, ma an­che quelli pieni di risentimento, molto critici con la religione per ra­gioni biografiche. Nel dialogo con i non credenti, chi crede è costretto ad esprimere ciò che è più essen­ziale e genuino della sua fede. Inol­tre, deve farlo chiaramente e niti­damente, con termini ‘laici’, come direbbe Habermas, poiché è l’uni­co modo per trovare un ambito condiviso».

Barcellona è una delle regioni più laicizzate d’Europa. Come rendere culturalmente credibile il Vangelo?

«Credo si debbano trovare argo­menti esistenziali e ragioni prati­che, senza dimenticare i motivi ra­gionevoli, per diventare cristiano. La persuasione è molto importan­te, ma il miglior argomento è mo­strare che il cristianesimo è una proposta per la felicità del mondo, una comunicazione di esistenza, come disse Kierkegaard: una nar­razione di senso che, integrata nel­la persona, diventa sorgente di tranquillità, serenità e donazione. Il cristiano è credibile quando vive con gioia ciò che ha sperimentato, quando mostra al mondo come il suo incontro personale con Dio e con ciò che Agostino chiama il ‘Maestro interiore’ si tramuta in sorgente di pace per l’anima e pa­cificazione del mondo».

«La libertà più vera è la gratitudi­ne », scrive nel libro sul dono. Oggi sembra il contrario. Quali gli e­sempi concreti di que­sta libertà?

«La libertà si trova nella liberazione dall’Io, vi­vendo sotto la sorgente di bontà che esiste nel fondo di ogni essere. Si­gnifica essere conse­gnato agli altri senza calcolo né sperando nulla. La donazione di sé rimane davvero la via della felicità. Que­st’ultima non risiede nel possesso né è un esercizio che si concentra sull’ego e la realizza­zione dei propri desideri: questo è libertinaggio! Libero è chi vive libe­rato da pregiudizi e stereotipi, chi non è mosso dalla logica del calco­lo e dell’interesse, ma da quella del dono, il dono più grande, che è l’ a­gape . Gesù è il mio modello di li­bertà umana, ma anche Francesco d’Assisi, Massimiliano Kolbe e E­dith Stein hanno vissuto secondo questa prospettiva».

Lorenzo Fazzini – Avvenire, 15 maggio 2012

L’impossibile è possibile

14 Maggio 2012

monti-rondine-vaccari.jpg“Parto da qui sentendomi anch’io una piccola rondine, perché condividendo il pranzo con questi giovani sono rimasto colpito dalla sincerità e dall’intensità dei loro rapporti, al punto di non credere, almeno nella fase iniziale della conversazione, al fatto che provengano da luoghi in cui una storia di conflitti, li vuole nemici”. Con queste parole il presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti, dopo aver accolto Benedetto XVI ad Arezzo, ha salutato oggi i ragazzi di Rondine – Cittadella della Pace, un piccolo borgo medioevale alle porte della città toscana, dove giovani provenienti da luoghi di guerra nel mondo, studiano e convivono per diventare i leader di domani. “Da questo borgo – prosegue il capo del governo italiano - si diffondono prospettive di pace per terre vicine e lontane dall’Italia, come i Balcani, il Caucaso e il Medioriente ad esempio.”

Costruttori di ponti solidi. Monti, in visita nella Cittadella della Pace per conferire il premio “Rondine d’oro” ad una giovane dello studentato internazionale, originaria della Sierra Leone, ha poi sottolineato l’importanza dell’operato svolto dalla realtà aretina impegnata nella promozione della pace a livello internazionale: “Provare a convivere con il nemico, può essere visto, nei loro Paesi d’origine come un allontanamento, un atto di tradimento, là dove la missione storica è combattere l’altro. Con la vostra stessa azione educativa si costruiscono ponti solidi, rapporti personali, racconti interculturali senza alcuna retorica; perché qua si sta al tavolo con il nemico per rovesciare l’inimicizia. Torno a Roma più convinto e più contento del ruolo che mi è toccato svolgere in questi mesi perché vedo che è possibile ; a Rondine, in un terreno molto più difficile, ci sono riusciti bene”. Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Monti ha definito Rondine come “il luogo dove si percorre la strada per la risoluzione del conflitto basandosi sul dialogo e sulla convivenza, oltre la diffidenza, la propaganda e il pregiudizio”. Poi, il riferimento alla situazione del nostro Paese: “Per l’Italia la guerra è solo un ricordo, ma il presente è segnato da forti tensioni sociali, dovute certamente alla crisi economica, alla mancanza di lavoro, alla difficoltà di fare impresa, ma anche ad una profonda emergenza generata dalle rapide trasformazioni e dall’inevitabile disorientamento che queste comportano”.

Ragazzi audaci. A far da guida al senatore Monti nel piccolo borgo toscano, Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine. “Accogliendo lei – ha affermato Vaccari rivolgendosi al Premier Monti – ospitiamo insieme il presidente, vertice della vita istituzionale e il professore, la persona che sta dentro quel processo dove non c’è invidia, perché solo nella vittoria dello studente è la vera vittoria del professore. I giovani che lei ha conosciuto, rappresentano anche coloro che hanno già terminato il percorso presso lo studentato internazionale, per continuare a rovesciare la storia, al fine di far germogliare la pace.” Il professor Vaccari ha definito i giovani di Rondine “ragazzi audaci, che accettano la sfida di sconvolgere la loro vita, riuscendo a generare inaspettate amicizie”, paragonandoli a “giacimenti rinnovabili di energia” per trasformare l’odio contenuto negli oceani di rabbia e dolore provocati dalle guerre. Infine l’augurio di una collaborazione con il governo italiano: “Abbiamo la comune responsabilità di questi giovani, insieme possiamo varcare ogni linea di confine, abbattere ogni muro e liberare energia. Spero, signor Presidente, che lei possa trarre da questa visita qualche motivo d’ispirazione, incoraggiamento per le attività di governo che presiede”. Attualmente il Ministero delle politiche di cooperazione e il Mae sono i due principali interlocutori di Rondine, affinché lo “sguardo internazionale” dell’associazione aretina possa far nascere le future classi dirigenti dei vari paesi del mondo, perché è solo attraverso la scoperta e la conoscenza del proprio “nemico” che ci si può allontanare dai conflitti e dalle guerre, diffondendo una nuova visione del mondo. Una giornata intensa quella che ha visto protagonisti i ragazzi di Rondine, il Presidente Franco Vaccari e il Presidente del Consiglio Mario Monti ad Arezzo, in occasione, prima, della visita pastorale di Benedetto XVI nella Diocesi aretina – cortonese e biturgense, poi, tra le vie della Cittadella della Pace.

Riccardo Ciccarelli – Sir, 14 maggio 2012

L’amore eterno del Bardo: Scola cita Shakespeare per difendere la famiglia

14 Maggio 2012

scola-salone-del-libro.jpgAl Salone del Libro il caldo incombe, l’affluenza di pubblico sale e, quanto a ministri, c’è l’imbarazzo della scelta. In visita al Lingotto, il titolare del dicastero per i Beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi, auspica che la kermesse torinese superi la Buchmesse di Francoforte e annuncia che il governo varerà presto una serie di provvedimenti destinati a incoraggiare il mercato editoriale. Un’eventualità alla quale giovedì, nel corso dell’inaugurazione, non aveva fatto cenno la sua collega del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, che ieri è tornata tra gli stand in forma privata per ascoltare il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, impegnata nella commemorazione di Giovanni Falcone. A metà mattinata arriva in Sala Gialla – accolto dal vescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia – l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, al quale è affidata una lectio magistralis su «Persona, famiglia, società»: una riflessione che si colloca a margine del volume Famiglia risorsa decisiva (edito da Messaggero di Padova) e che anticipa i temi dell’ormai imminente Incontro mondiale delle famiglie.

Nell’intervento del cardinale le citazioni letterarie abbondano. I due testi portanti sono il prediletto C.S. Lewis e l’insuperabile Shakespeare. Dal primo proviene il frammento di «Quell’orribile forza» nel quale il protagonista si rende conto che l’amore è sempre apertura alla relazione e mai possesso dell’altro («Era come pensare di comprarsi un tramonto acquistando il campo dal quale lo si è visto»). Dal Bardo arriva invece l’inno alla fedeltà incastonato nel Sonetto 116: «Amore non è amore / se muta quando nell’altro scorge mutamenti, / o se tende a recedere quando l’altro si allontana». Il ragionamento di Scola è serrato, muove dalla contemplazione del mistero nuziale e conduce alla necessità di una testimonianza nella quale – secondo la formulazione di Benedetto XVI – «Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo». E l’orizzonte di una «qualità più importante del numero» è evocata anche dal presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, cardinale Ennio Antonelli, che oggi alle 15 interverrà in Sala Blu per la presentazione del libro di Aurelio Molè Famiglie vive (Città Nuova), di cui ha stilato la prefazione.

«La famiglia cristiana è stata da sempre la prima via di trasmissione della fede – annota tra l’altro il cardinale Antonelli –; ma oggi è particolarmente urgente riconoscere e valorizzare le sue grandi possibilità di evangelizzazione». Prima di lasciare Torino il cardinale Scola ha preso parte al dibattito, organizzato presso lo Spazio Sant’Anselmo, sulle attività della rivista Oasis, la fondazione della quale è presidente. Un’avventura, ha ricordato il porporato, la cui prima intuizione risale al fatidico anno 2000, quando l’allora rettore della Lateranense ebbe modo di confrontarsi con un gruppo di vescovi mediorientali. Da allora la necessità di conoscenza reciproca fra cristianesimo e islam ha portato ad adottare uno stile di condivisione, dal quale scaturisce l’attuale ‘terza fase’ del viaggio di Oasis: considerare «il bene sociale dell’essere insieme» come l’orizzonte necessario di ogni impegno comune. Una prospettiva ribadita e condivisa dagli altri relatori (l’islamista Paolo Branca, il politologo Vittorio Emanuele Parsi e il direttore editoriale di Oasis, Maria Laura Conte). Del resto, il Salone è luogo meticcio per eccellenza. Dove, se non qui, occuparsi di meticciato?

Alessandro Zaccuri – Avvenire, 13 maggio 2012