Sono molti gli appuntamenti promossi dall’Associazione Sant’Anselmo e dal Servizio nazionale della Cei per il Progetto culturale al Salone del Libro di Torino che si inaugura oggi al Lingotto. ‘Stupore del visibile, ricerca dell’invisibile’, lo slogan scelto per lo stand, con una mostra del libro sull’Anno della fede e una serie di incontri. Oggi pomeriggio, alle 17.30 in Sala Rossa, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, dialogherà con la scrittrice Mariapia Veladiano sul tema ‘A che cosa serve la fede?’. Qui pubblichiamo una sintesi dei loro interventi.
Rino Fisichella: Creatività e bellezza per fermare il fattore «crisi»
Viviamo un periodo di crisi della fede. L’osservazione è tanto evidente quanto ovvia. Eppure, fermarsi alla sola statistica impedirebbe di accedere a una visione più ampia del fenomeno. Cogliere la ricchezza della fede, infatti, equivale ad andare oltre i freddi numeri, frutto delle cicliche indagini sociologiche, per percepire la sua vitalità e freschezza che si esprime nella vita quotidiana di milioni di persone. Che l’Occidente in generale viva una drammatica crisi di fede è vero. Che nello stesso Occidente vi siano segni reali di una entusiasmante ripresa della testimonianza di fede è altrettanto evidente. Sarebbe sufficiente comporre il lungo elenco di nuove realtà ecclesiali sorte in questo ultimo decennio per mostrare con altrettanta evidenza che la crisi non è tutto. D’altronde, si può e si deve pensare positivamente anche in un periodo buio come quello della crisi. Così come si può e si deve vivere l’esperienza quotidiana con lo sguardo puntato al futuro e carico di speranza. Fermarsi al fattore crisi non aiuterebbe a percepire la profondità della fede né a verificare la potenza che essa possiede nel trasformare il cuore e la mente delle persone.
Un primo fatto di autentica creatività che la fede produce, comunque, è il cambiamento di vita. Non si crede per rimanere gli stessi. Si compie un atto di abbandono in Dio e ci si affida a lui solo se si è disposti a cambiare vita. La conversione è un elemento essenziale per la vita di fede, non un suo accessorio opzionale. La predicazione di Gesù di Nazareth è cristallina da questa prospettiva. Il binomio convertirsi e credere si coniuga con quello di credere e amare, non esiste alternativa. La fede quindi crea una condizione di vita nuova che trova nel battesimo il suo punto di partenza visibile e di perenne riferimento. Dio a quanti si affidano a lui, credendo nel nome del Figlio, offre la sua stessa vita. La veste bianca che il neofita indossa è segno di questa nuova creazione che si è compiuta.
L’inserimento nell’ottavo giorno, oltre il tempo della storia, è ciò che tangibile fin d’ora la vita eterna. È per questo che Paolo può scrivere nella sua lettera ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio» (Gal 2,20). Prendere seriamente questa nuova condizione di vita, comporta sviluppare un’esistenza alla luce dell’amore. Ciò significa che la fede crea la condizione per amare come ama Dio, dando tutto se stesso senza nulla chiedere in cambio. Più essa cresce in noi e maggiormente il credente crea condizioni di vita sempre nuove. L’amore come la fede non conosce monotonia né noia alcuna. Non è forse l’atto del perdono espressione di una creatività tale che permette di ricominciare tutto daccapo con la piena disponibilità di continuare ad amare? Parole dure nel contesto odierno. Eppure, è qui che si gioca la verità della fede.
La fede, inoltre, non consente di essere presente nel mondo con la nostalgia di chi si rivolge solo al passato né di quanti sognano ad occhi aperti un’utopia irrealizzabile. Essa, piuttosto, impone di guardare al presente con il realismo di chi comprende che solo vivendo intensamente questo tempo si scopre l’agire della grazia e la realizzazione della storia della salvezza. Pensare che tutto fosse migliore nei tempi passati o, al contrario, che tutto cambierà nel futuro, può essere utile per cullarsi nei propri pensieri e adagiarsi in una situazione di rassegnazione. Tutto ciò, però, contraddice l’impegno della fede. La vera creatività equivale ad accettare la sfida di parlare di Dio al mondo di oggi e di renderlo credibile con la semplicità della propria testimonianza. Certo, in un periodo di cultura digitale diventa urgente anche per la fede trovare spazi e modalità per un nuovo linguaggio che si faccia carico di rendere intellegibile il mistero. La bellezza della fede, comunque, non si lascia intimorire dalla fredda logica della tecnica. L’uomo sarà sempre rapito a contemplare ciò che è bello. Per questo, è importante suscitare nel nostro contemporaneo stupore e meraviglia. Ciò consentirà di aprire spazi di infinito e nuova conoscenza che affascinano e provocano a tal punto da compiere la scelta più libera e creativa che l’uomo conosca: credere.
Mons. Rino Fisichella
Mariapia Veladiano: Una storia di libertà e gratuità capace di accogliere l’altro
La fede è una storia. Dicono che sempre si parla di fede dal luogo in cui abitiamo. Da dentro, ad esempio. Il dire deciso di chi sa i confini del mondo. E anche dell’oltremondo. Sicuro di conoscere la sintassi dello spirito. Oppure da fuori. Ostili, o curiosi, o indifferenti, o sarcastici, a guardare i creduli, che roba mai è, nel ventunesimo secolo cercare Dio. Oppure si parla di fede dal luogo del dubbio. E son pochi, ci dicono. Il dubbioso è oggi quasi un caso pastorale felice. E allora questo abitare di necessità un nostro luogo, renderebbe il parlarci straniero. Babele di lingue senza Pentecoste. Così dicono. Ma non è così. E se lo abbiamo lasciato credere, va a nostra accusa. La fede è una storia. Con Dio. E nel tempo di una storia ne capitano di cose! Chi crede ha conosciuto Dio. La presenza e l’assenza. Vicino Lui, o chissadove, a volte limpidamente dialogante, a volte silenzioso come un dolore che non si può dire. Si crede e insieme non si crede, sempre. Abitare il confine è la condizione della nostra comune umanità. Ed è un bel luogo questo, da cui dialogare. Guardando le terre dell’altro. Nostre terre, basta muovere un passo. O anche no. Basta la vertigine del contemplare, se solo non ci siamo dati alla fatica di alzare muri che rubano lo sguardo. La nostra fede è la storia di noi che diventiamo quello che siamo, nel tempo. Si dice ‘perseverare’ nella fede. Ma è una parola che un po’ non sa dell’amore.
Nel Vangelo di Giovanni si dice ‘rimanere’ nella fede. Bellissimo, è lo stesso verbo con cui Gesù all’inizio invita i due discepoli a rimanere con lui. Rimanere. Così si può parlar di fede come un parlare d’amore: restare davanti a Dio anche quando ci sentiamo soli, perché senza sapere e volere il confine lo abbiamo passato e abbiamo paura, ci sembra di non credere più. Ma restiamo perché abbiamo una storia con Lui. Come sempre quando si ama. E non si abbandona il proprio bene perché arriva il tempo del silenzio, e chissà se è suo o nostro questo non saper trovare più le parole. Poi ci sono le opere. Il nostro poter creare i giorni che ci sono dati. Vengono dalla fede, si dice. E lo sperimentiamo. Amati e infinitamente capaci di amore. Ma capita che il sentimento non ci sia (più?) verso chi amiamo, e anche verso Dio a volte ci pare, e intanto però si continua a fare, fedeli a una storia che è nostra e ci ha rovesciato la vita, il mondo. Per sempre. Pur nel dubbio a volte, di un’illusione vissuta, di un umano tradire avvenuto, di una storia che sembra finire, finita. Di una nostra impensata nuova incapacità di sentire. Lo conoscono anche i mistici, questo luogo. «Mi son detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere», scrive Teresa di Lisieux in una pagina in cui racconta l’avversione potente per una consorella con «il talento di dispiacermi in tutto». Perché la bufera che capovolge i sentimenti può arrivare ma intanto la vita va accudita, le parole vanno dette, i bambini a scuola vanno presi, i clienti in ufficio ascoltati, il pranzo preparato. Per noi e per loro. E i poveri sfamati, i malati curati, i disperati accompagnati. C’è un fare che è fede comunque. Nella vita. Nell’uomo. In Dio.
Ci son tante storie di fede quanti noi siamo. Diverse e raccontabili alcune, ed è bello ascoltarle. Qualche volta son solo nostre, segrete. E come si giudica la storia di un altro? La fede è anche questa bella libertà. Placata la furia di giudicare noi e il mondo, libertà che lascia esistere, e che sollievo questo sguardo nostro ospitale. Accolti e amati, sguardo suo che ci basta, a cui non si può rinunciare, perché lo abbiamo ricevuto. Tocco che abbiamo sentito, come un camminare vicini. Felicità avuta, di cui esser grati, ricordata quando arriva la bufera. La fede è storia di un amore che trasforma la storia. In cui, come nelle storie d’amore, quel che è più prezioso è gratuito ma niente è a poco prezzo. Dove la gratuità è la fiducia che si dà. Piccola beatitudine. Consegna di sé. Prima Lui. Per sempre. Poi anche noi. Per quel che possiamo. E anche più di quel che possiamo. Senza misura coraggiosi, sorpresa per noi. In Lui. A che cosa serve la fede. A che cosa serve l’amore.
Mariapia Veladiano
Avvenire, 16 maggio 2013