traccia firenzeViviamo oggi tempi difficili. La crisi, come da tempo dice Papa Francesco, non è però solo economica ma anzitutto culturale. Non sappiamo bene chi siamo. E, se non sappiamo chi siamo, è difficile anche trovare un’uscita, una speranza, un senso per affrontare i problemi della vita. Ma, appunto, chi siamo noi? Tante sono le risposte che ci vengono presentate. Spesso, però, lasciano l’amaro in bocca. Per essere chi siamo dovremmo rinunciare a una parte di noi stessi: uniformarci agli animali o alle macchine. Mentre invece vogliamo realizzare pienamente le nostre possibilità.

Per il cristiano una risposta alla domanda su chi siamo noi non è data però da una definizione astratta di “umanità” quanto piuttosto dal riferimento a una persona concreta, a ciò che questa persona ha compiuto, a ciò che chiede a noi di fare. Per il cristiano solo nel rapporto con Gesù Cristo può attuarsi la sua umanità. Per il cristiano quello che uno è lo si deve vedere proprio in ciò che fa.

«In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» è il titolo del Convegno nazionale che la Chiesa italiana celebrerà a Firenze nel novembre 2015, a quasi dieci anni da quello svoltosi a Verona. Il Convegno, come i precedenti quattro che dopo il Concilio Vaticano II hanno riunito con cadenza decennale i cattolici italiani, vuol essere un’occasione per ripensare il significato dell’essere cristiani in un mondo in costante cambiamento. Per usare le parole che proprio a Verona aveva pronunciato Papa Benedetto XVI, si tratta di «una nuova tappa del cammino [...] che la Chiesa italiana ha intrapreso: [...] un cammino volto all’evangelizzazione, per mantenere viva e salda la fede nel popolo italiano; una tenace testimonianza, dunque, di amore per l’Italia e di sollecitudine per i suoi figli».

Ma in che modo tutto ciò può effettivamente realizzarsi? Come, anzi, si sta realizzando proprio in questi mesi? La metodologia finora seguita ha reso possibile un’assai ampia partecipazione della Chiesa italiana. Il primo passo è stato quello di far circolare nelle diocesi un testo di “Invito”, nel quale si annunciava il Convegno e si chiedeva una partecipazione che desse davvero voce alle esperienze di umanità quotidianamente vissute in sede locale. Ciò è stato compiuto mettendo in comune esperienze, intuizioni, storie. Come veniva detto, «luci che possono rischiarare la strada e rendere vivo il presente grazie alla memoria e alla speranza, nell’attesa di un futuro a cui già da ora tendiamo». A questo “Invito” moltissimi hanno risposto. Le loro esperienze potranno essere conosciute e condivise grazie al sito del Convegno.

Il riferimento a esse ha poi guidato l’elaborazione di un ulteriore testo, quella Traccia che sarà ufficialmente presentata fra pochi giorni e che già da oggi è disponibile online. La Traccia ha il compito di orientare i lavori comuni e di mettere a fuoco i vari modi in cui il cristiano è in grado di vivere un umanesimo sempre nuovo: un umanesimo in ascolto, concreto, plurale, relazionale. È quell’umanesimo sul quale Papa Francesco, che interverrà a Firenze, non cessa di richiamare l’attenzione.

Due cose vanno sottolineate. Anzitutto il fatto che, come ha già mostrato il modo in cui si è venuto finora strutturando, il Convegno di Firenze vuole offrire l’occasione di un approfondimento comune di ciò che significa essere cattolici oggi, come possibilità di realizzazione piena dell’essere umano. Lo consentiranno i modi in cui i partecipanti interagiranno fra loro nel corso del Convegno. Lo permetterà l’uso massiccio del sito Internet e dei social network. Ma se la forma è importante, il contenuto del Convegno è essenziale. Si parla di “nuovo umanesimo”: per la verità l’umanesimo cristiano è ben radicato nella tradizione, ma “nuovo” è il modo in cui è necessario rilanciare il suo messaggio in dialogo con ogni uomo e ogni donna di buona volontà, fronteggiando i rischi di idolatria e disumanizzazione che la «cultura dominante » accelera e ingigantisce. Oggi: in un tempo in cui – appunto – non sappiamo bene chi siamo. E in cui tanto più deve essere adeguato il modo con il quale del cristianesimo viene resa testimonianza: forme concrete, incisive, tali da acquisire credibilità nel quotidiano. Questa, insomma, è la sfida è decisiva, questa la “novità” da assumere e rilanciare.

Adriano Fabris – Avvenire, 23 novembre 2014

Scarica qui laTraccia.

parronchiVincenzo Arnone parlerà di Alessandro Parronchi (nella foto) sabato al Convegno scrittori di ispirazione cristiana di Perugia, dedicato a “La teologia della poesia”. Gli incontri inizieranno domani presso la Sala del Dottorato della curia con Salvatore Ritrovato, Giorgio Tabanelli, Gianni Mussini, Gianfranco Lauretano, Paolo Iacuzzi e Floriana Calippi. Sabato, nella Sala de’ Notari del Comune, dopo il saluto del cardinale Gualtiero Bassetti, parleranno Daniele Piccini, Silvia Chessa, Donatella Bisutti, Vincenzo Arnone e Carlo De Biase; nel pomeriggio, nuovamente presso la curia, si confronteranno Vincenzo Arnone, Melo Freni, Paola Severini Melograni, Francesco Diego Tosto, Luca Nannipieri, , Maurizio Tarantino, Giorgio Tabanelli, Donatella Bisutti, Daniele Piccini e Salvatore Ritrovato. Domenica la chiusura, con la Santa Messa celebrata dal vescovo ausiliare ela presentazione del nuovo periodicoSulle tracce del frontespizio.

Parronchi, lettere di viaggio

Per capire la personalità e la poesia di un autore, non di rado gli epistolari privati e familiari racchiudono una importanza non indifferente; tra le loro righe si nascondono le premesse culturali e poetiche di ciò che in futuro si svilupperà in maniera aperta e forte. Quel che oggi sembra scomparso con l’avvento di internet e degli sms – nella loro immediatezza e, quindi, poca riflessione –, in passato costituiva un ricco repertorio critico-letterario nei rapporti tra gli scrittori e i loro amici e familiari. Il poeta e critico d’arte Alessandro Parronchi – di cui si ricorda il prossimo 26 dicembre il centenario della nascita –, autore di raccolte poetiche come Prime e ultime, Diadema, Climax, Carmi novecenteschi,già nella sua giovinezza nutriva idealità e sogni che si orientavano all’arte e alla letteratura. In tal senso fece alcuni viaggi durante i quali scrisse lettere alla madre: ventidue lettere inedite che abbiamo avuto per gentile concessione della moglie Nara. Lettere familiari, così come un giovane tra i venti e i venticinque anni poteva scrivere alla madre. Lettere scritte da Berlino nel 1936 – l’anno delle Olimpiadi –, da Dresda, da Mantova e Vicenza, dalla Sicilia nel 1938, da Cortina d’Ampezzo nel 1940 e nel 1941 da Camaldoli. Un arco di tempo di cinque anni in cui il giovane poeta si andava formando alla scuola del Frontespizio e nell’iniziale amicizia con Giovanni Papini, Piero Bargellini, Carlo Betocchi, Nicola Lisi.

In tali lettere non ci sono accenni evidenti e chiari sulla situazione politica della Germania o dell’Italia, sul nazismo o fascismo; come interessi forti non rientravano nella personalità di Parronchi, anche se durante la guerra prese posizione contro «un giro di vite della campagna razziale» e invitò e ospitò per vario tempo, nella sua casa di campagna vicino a Greve Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda e Luigi Russo.

Il giovane Parronchi era molto legato alla madre, le scriveva quasi ogni giorno e le confidava sentimenti, impressioni e pensieri che andavano prendendo forma nella sua giovinezza a cominciare dall’amore per l’arte e la pittura. Da Dresda il 21 agosto 1936 scrive tra l’altro: «Stamani era bel tempo e anche alla Galleria la penombra era diradata. Ma per vedere tutto bene mi ci vorrà qualche giorno. Oh santi primitivi! qui sono tutti pittori dal ’500 in giù e lo studiarli non è così semplice e bisogna essere buon naviganti per avventurarsi in quelle tempeste. Comunque Dresda si fa sempre meglio (più bella) e comincia a sorridere… ieri sentii Don Giovanni. In Germania le pause non sono lunghe e iersera erano brevissime, casomai certe scene erano un po’ trasandate. I cantanti erano buoni, le donne non erano grasse, l’interprete non raggiungeva Pinza, pur avendo un’ottima voce. Il teatro è assai bello, soprattutto giustissimo di dimensioni e negli intervalli si esce nella piazza che è buona davvero… se si pensa a una città come Firenze si capisce bene che non ci sono soltanto gli Uffizi. Ma qui a Dresda sai c’è la Galleria, e poi c’è la Galleria e poi la Galleria, ma poi c’è poco più».

Da Camaldoli, dove è stato dieci giorni nell’agosto 1941, il giovane poeta scrive alla madre con i sentimenti di un giovane di venticinque anni che si trova tutto a un colpo in un luogo bello, ma troppo isolato. «E così eccomi qui – scrive il 10 agosto – costretto a un silenzio che non posso interrompere. La vita fiorentina, che per tutto l’anno è la stessa, vedo che mi logora e ora questa solitudine è tanta che me ne sento la testa assolutamente spenta e incapace di pensare e di ricordarmi. Solo camminando… mi ritrovo a pensare come d’abitudine ». E due giorni dopo aggiunge: «Ho visto tutto il visibile, e me ne è rimasto tempo per leggere. Con domani sarà una settimana precisa che sono a Camaldoli, e non dovrai lamentarti se giovedì mi troverai in casa… naturalmente non verrò a Terreno [una casa di campagna nei pressi di Greve, ndr],vuoi che uscendo di qui abbia ancora voglia di star solo? Ma questo è uno di quei soggiorni di cui si comincia a godere non appena si abbandonano».

E il 24 agosto 1940 da Cortina d’Ampezzo scrive tra l’altro: «Nel mentre ti scrivevo è sopraggiunto Mario – che m’aveva scritto ieri l’altro, vedi dunque che la posta tra me e te oltre che la distanza Greve-Terreno deve valicare anche l’altra Cortina-Campo». E Mario Luzi aggiunge un p.s.: «Cara signora, aggiungo i miei saluti. Ho trovato Sandro molto contento d’essere qui. Spero di trovarmi bene anch’io». Avevano ambedue ventisei anni e si apriva per loro una luminosa carriera letteraria, oltre le cime di Cortina.

Vincenzo Arnone – Avvenire, 20 novembre 2014

volume adozione affidoÈ appena giunto in libreria dall’editore “Vita e Pensiero” il volume “Allargare lo spazio familiare: adozione e affido”, curato da Eugenia Scabini e Giovanna Rossi e promosso dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta spontanea del sociale al bisogno di ‘cura’ dei bambini privi di un contesto familiare adeguato e al tempo stesso una espressione del desiderio ‘generativo’ e prosociale delle famiglie. Si tratta di due istituti giuridici che meritano di essere rilanciati, sottolineandone le potenzialità e riscoprendone la più autentica natura. Infatti sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del famigliare, essenziali oggi, forse più che in passato, per riflettere sul significato dell’essere genitori e dell’essere figli.

Adozione e affido si collocano nel punto di intersezione tra familiare e sociale e ne rivelano la profonda interconnessione: anche il sociale, perciò, è chiamato ad assumere una specifica responsabilità nel sostenere le famiglie attraverso le diverse tappe del percorso dell’adozione e dell’affido.

La trattazione congiunta delle tematiche relative all’adozione e di quelle relative all’affido, nei risvolti di somiglianza e di distinzione, e il respiro interdisciplinare e internazionale che attraversa i contributi presentati qualificano in modo peculiare questo volume, che si rivolge a studenti, a professionisti e a operatori del settore impegnati nell’accompagnamento delle famiglie adottive e affidatarie.

Il volume esce all’interno della collana “Studi interdisciplinari sulla famiglia” del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il Centro, che opera dal 1976, si occupa di ricerca scientifica sulla famiglia e di formazione di alto livello rivolta a professionisti che lavorano con e per le famiglie. Il 13 e 14 febbraio 2015, il Centro promuoverà su queste tematiche un importante convegno internazionale, in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della CEI. Saranno presenti relatori di fama internazionale, fra cui J. Palacios (Università di Siviglia, Spagna) e W. Tieman (Università di Rotterdam, Paesi Bassi). Per informazioni sull’evento si veda qui.

È stata l’occasione per un grande riconoscimento alla persona di Benedetto XVI lo scoprimento, ieri, del busto che lo rappresenta nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze. Papa Francesco ha messo in luce la figura eminente del suo predecessore, come teologo, il suo amore per la verità che non si è limitato alla teologia o alla filosofia e si è aperto alla scienza. Ma la circostanza è stata anche occasione per alcune considerazioni sulla creazione e la scienza. All’inizio e nella parte finale dell’intervento del Papa c’è una osservazione: il progresso scientifico deve essere portato avanti, ma finalizzato all’uomo, a preparare il suo futuro, a eliminare i rischi dell’ambiente sia naturale che umano, cioè a costruire un mondo umano; e deve essere finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita della gente, specialmente dei più poveri. Un riferimento molto concreto che comprendiamo bene in un Papa che continuamente manifesta la sua sollecitudine per gli ultimi, i marginali, i senza potere, i periferici.

Papa Francesco non è entrato nel tema dell’evoluzione del concetto di natura, che viene affrontato nella riunione della Pontificia Accademia delle Scienze, ma ha dato quasi le premesse soffermandosi sul concetto di creazione che implica un rapporto del mondo con il Creatore non solo agli inizi del tempo, ma costante. Ricordando le parole di Paolo nell’Areopago – «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» – ha affermato: «Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti nella natura». La creazione non va vista come una magia con cui Dio fa esistere le cose. «Ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che ha dato a ognuno». Ciò a partire dal Big Bang che oggi si pone all’origine del mondo. «Esso non contraddice, l’intervento creatore divino, ma lo esige».

L’evoluzione della natura non contrasta con la nozione di creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. L’evoluzione manifesta le potenzialità della creazione. «Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato autonomia agli esseri dell’universo… E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti». Papa Francesco riprende e ribadisce con grande chiarezza un concetto che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in varie occasioni avevano espresso. Teilhard de Chardin diceva: «Dio non fa le cose, fa in modo che si facciano». E il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che Dio è «la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde» (n.308). La grande sfida che la fede lancia alla scienza è la scoperta delle leggi che regolano le trasformazioni del mondo, che solo in parte conosciamo.

Ma per quanto riguarda l’uomo il Papa ricorda che Dio dà all’essere umano un’autonomia diversa da quella della natura, quella della libertà, rendendolo responsabile della creazione, «perché domini il creato e lo sviluppi fino alla fine dei tempi». E qui Francesco fa appello non solo alle responsabilità nel preservare la creazione, ma alla ricerca per scoprire le potenzialità della natura: «Lo scienziato deve essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore». Riemerge implicitamente il concetto espresso all’inizio del discorso: costruire un mondo umano. «Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale».

Ma, aggiunge il Papa, «è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia, distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. È il peccato contro Dio Creatore». Oltre alla preoccupazione dell’ambiente, su cui in varie occasioni il Papa ha richiamato l’attenzione, viene ripreso un concetto espresso all’inizio del discorso: la finalizzazione del progresso della scienza a realizzare un mondo umano, a migliorare le condizioni di vita di tutti e non solo di alcuni privilegiati. E questo è il punto.

Fiorenzo Facchini – Avvenire, 28 ottobre 2014