dagostino fSi moltiplicano a dismisura, nei mass-media, le attestazioni di simpatia, se non di vera e propria promozione, nei confronti dei movimenti omosessuali, bisessuali, transgender, quelli insomma che amano essere ricompresi sotto l’etichetta Lgbt, ormai ben conosciuta da (quasi) tutti. Citiamo alcune attestazioni tra le più recenti (e più indicative): la decisione del segretariato generale dell’Onu di riconoscere lo statuto di coniugi ai propri dipendenti omosessuali che lo richiedano e che vivano vita di coppia e l’annuncio da parte di una notissima catena di ristorazione (perché citarne il nome? non ha certo bisogno di ulteriore pubblicità) di commercializzare un panino ‘arcobaleno’, che dovrebbe avere un particolare successo presso tutti coloro che utilizzano appunto i colori dell’arcobaleno come emblema della loro polimorfa identità sessuale.

Ho citato intenzionalmente due esempi molto distanti tra loro e di diversissimo rilievo sociale, per mostrare quanto sia dilagante nel mondo occidentale la perdita di spessore del matrimonio uomo-donna e della famiglia che su questo matrimonio (e su di esso soltanto) si fonda. Non possiamo certo restare indifferenti di fronte a questo fenomeno. Ma come fronteggiarlo? Adottando le stesse metodologie dei movimenti Lgbt (manifestazioni di piazza, boicottaggi commerciali, pressioni mediatiche)? Possiamo anche farlo, a condizione però di non considerare queste e altre simili iniziative come prioritarie o risolutive. I compiti davvero urgenti che ci aspettano e di cui dobbiamo farci carico sono altri e li sintetizzerei in tre punti.

Punto primo (il più difficile!). Dobbiamo assumere adeguata consapevolezza di quali siano le cause del recente e inaspettato successo dei movimenti Lgbt. Sono cause ben più complesse di quanto non si creda comunemente. Per capirle tutti devono abbandonare atteggiamenti emotivi e cognitivamente sterili: l’ostilità, il disprezzo, il sarcasmo, il disgusto non aiutano e anzi possono indurre a cedere a estremismi ideologici ingiustificabili (si è letto perfino che dietro questi movimenti ci sarebbe l’azione di gruppi satanisti!). Solo quando avremo capito che il problema degli omosessuali, bisessuali, transgender, ecc. è solo apparentemente sessuale, mentre è in realtà un serissimo problema identitario e generazionale, riusciremo a entrare in possesso dei necessari strumenti cognitivi adeguati per fronteggiare questo nuovo ‘paradigma’ e mostrarne l’inconsistenza.

Secondo punto. Va evitata la confessionalizzazione della questione, non perché essa non abbia un rilievo religioso, ma perché la difesa del matrimonio e della famiglia eterosessuale è un problema in prima battuta antropologico, che coinvolge allo stesso titolo credenti e non credenti, uomini di tutte le culture e di tutte le tradizioni.

Terzo punto (che concerne in particolare il nostro Paese). Va depoliticizzato il dibattito sul gender e vanno smentiti coloro che in nome di un malinteso progressismo ideologico si ritengono obbligati a battersi per la legalizzazione del matrimonio omosessuale. La posta in gioco non concerne pretese nuove frontiere di diritti civili, ma l’individuazione nel matrimonio eterosessuale e generativo dell’unica istituzione giuridico-sociale in grado di garantire un corretto rapporto intergenerazionale.

È molto faticoso riportare le riflessioni su questi tre punti cruciali, in una società come la nostra, caratterizzata da impressionanti fragilità teoretiche e dall’emergenza di emotivismi di ogni tipo. Ma bisogna riuscire a farlo, perché le buone ragioni non si fanno strada gridando più forte di colui che non la pensa come noi, ma invitandolo a pensare assieme a noi sulla verità delle cose, con onestà e apertura mentale. E la verità delle cose, rispetto all’ideologia, ha questo vantaggio: è resistente e non può, nemmeno alla lunga, essere falsificata.

Francesco D’Agostino – Avvenire, 28 agosto 2014

cervello uomo“L’uomo è la misura di tutte le cose” affermava il sofista Protagora già nel V secolo a.C., testimoniando così la tendenza , antica quanto la filosofia, a mettere al centro della riflessione etica, ontologica ed epistemologica gli esseri umani ed il loro agire. Da allora, la prospettiva dell’antropocentrismo ha guidato, con accenti diversi, il cammino delle civiltà euroasiatiche praticamente fino ai nostri giorni, resistendo a svariate critiche. Neanche Charles Darwin (XIX sec.), che con la sua teoria evoluzionista ha sicuramente sferrato all’antropocentrismo il colpo più duro, è riuscito di fatto a distogliere il focus dalla centralità dell’essere umano nella conduzione della storia. Tantomeno le correnti ambientaliste contemporanee più spinte (antispecismo, ecologia profonda) o moderate (cultura “green”, sviluppo sostenibile), riescono a proporre per la loro  visione etica un fondamento in ultima analisi diverso dall’uomo e il suo benessere. Insomma, l’antropocentrismo nella sua accezione più generale, da più di venticinque secoli, continua a contraddistinguere ed ispirare la civiltà globale contemporanea. Ma anch’esso evolve e conosce mutamenti interpretativi, dovendo fare i conti con uno dei fattori di maggiore impatto del mondo attuale, l’inarrestabile ed esponenziale sviluppo delle scienze sperimentali applicate all’uomo, e tra queste, in particolare, le neuroscienze. I crescenti risultati ottenuti da queste discipline, infatti, spingono a verificare ed affinare le differenti visioni antropologiche, spostando progressivamente l’accento sulla centralità del cervello umano.

E man mano che le conoscenze sul cervello si accrescono, rivelando aspetti inediti del suo ruolo nelle diverse attività umane, all’interesse degli scienziati si aggiunge anche quello degli antropologi e dei filosofi, sempre più interessati ad interpretare l’eventuale rapporto di interconnessione tra attività cerebrali e “mente” (pensiero, coscienza, spiritualità).

Ma torniamo alle neuroscienze. Specialmente negli ultimi dieci anni si è registrato un imponente avanzamento delle conoscenze in questo affascinante settore della medicina, anche grazie allo sviluppo di nuove e sofisticate tecniche di neuroimaging funzionale, di primaria importanza per le neuroscienze cognitive e la neuropsicologia, oltre che per la clinica e la diagnostica neurologica, consentendo lo studio delle alterazioni encefaliche conseguenti a patologie traumatiche, oncologiche, vascolari e neurodegenerative.

Negli ultimi anni, l’impiego di queste metodiche si è concentrato sull’effettuazione dei cosiddetti studi di “attivazione”,  che permettono di individuare le aree del cervello attivate quando il soggetto compie un determinato compito, fornendo una chiave interpretativa del complesso rapporto tra comportamento, emozioni, funzioni cognitive e substrato neuronale.

L’attenzione allo studio del cervello umano ha ovviamente attratto anche gli interessi internazionali. Gli Usa per primi hanno deciso di investire cospicue risorse per promuovere studi in questo settore così affascinante. “The Decade of the Brain”, il decennio del cervello, così fu denominata la campagna promozionale promossa negli Usa, dal 1990 al 1999, dall’amministrazione Bush (padre), finalizzata ad accrescere nell’opinione pubblica la consapevolezza dei potenziali benefici derivanti dalle ricerche sul cervello umano. Ed è dell’inizio del 2013 la notizia (The New York Times) che l’amministrazione Obama ha stanziato ingenti fondi (si parla di 300 milioni di dollari l’anno) per finanziare per i prossimi dieci anni un’imponente ricerca scientifica, di presunto impatto pari a quello del Progetto Genoma Umano nel settore della genetica, il cui scopo è disegnare la mappa il più possibile completa delle attività del cervello umano nelle sue distinte aree.

Insomma, senza bisogno di scomodare profezie, ce n’è abbastanza per concludere che per i prossimi dieci anni, il tradizionale antropocentrismo, riferimento stabile del pensiero e dell’etica per tanti secoli, avrà sempre più i connotati di un “neurocentrismo”. Ma, occorrerebbe domandarsi, con quali conseguenze?

Maurizio Calipari – Sir, 19 agosto 2014

antonio rosminiSi intitola ‘Uomini, animali o macchine? Scienze, filosofia e teologia per un nuovo umanesimo’ il XV Corso dei Simposi Rosminiani che si apre domani alle 16  al Collegio Rosmini di Stresa (Verbania), organizzato con il sostegno del Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei.

La prolusione, su ‘La sfida del post­umano all’umanesimo che nasce dalla fede’, sarà tenuta da Giuseppe Lorizio. Il programma, che si chiude sabato mattina, vede come relatori il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei (‘L’attualità del personalismo rosminiano nel contesto del post-umanesimo’), l’arcivescovo Ignazio Sanna (‘L’antropologia teologica e gli interrogativi delle neuroscienze’), Claudio Vittorio Grotti (‘La mente violata: la sfida delle neuroscienze’), Francesco Miano (‘Filosofia e neuroscienze: la ragione, la responsabilità, il sentire’), Angelo Montanari (‘Libertà, coscienza e macchine’), Augusto Vitale (‘La sperimentazione animale e il caso dei primati non umani’), Carlo Cirotto (‘Chi inventò la ruota? Le curiose scoperte della biologia molecolare’), Giandomenico Boffi (‘Scienza, tecnica, e homo sapiens sapiens’), Maria Grazia Marciani (‘Coscienza e volontà nella prospettiva delle neuroscienze’), Umberto Muratore (‘L’ontologia rosminiana di fronte alle sfide della scienza odierna’) e Anna Gonzo, che presenterà il primo volume della Biblioteca di Antonio Rosmini.

Andrea Galli – Avvenire, 26 agosto 2014

umanesimo robotJustin ha solo pochi anni di vi­ta, ma si allena quotidiana­mente per raggiungere l’obiet­tivo per cui è nato: poter ope­rare sui satelliti in orbita, per controllarli e alla bisogna ripa­rarli. Agisce in base a comandi esterni, teleguidato, ma dovrà diventare sempre più autonomo. Un po’ come lo si vede già fare in cucina, dove è in grado di prepararsi da solo una tazza di caffè, spo­standosi con le sue piccole ruote e affer­rando tazza e cucchiaino con la sue ma­none d’acciaio. Molto ci si attende da lui, anche nelle sue prestazioni sulla Terra, perché è un pargolo speciale: fa parte di una nuova famiglia di robot umanoidi svi­luppata dal Centro aerospaziale tedesco, una delle punte avanzate della robotica a livello mondiale.

Justin è un piccolo ma sorprendente e­sempio di quella tecnologia che si avvici­na a passi accelerati all’’umano’: una frontiera affascinante e rivoluzionaria, spiega Angelo Montanari, del diparti­mento di Matematica e informatica del­l’Università di Udine, di cui fa parte an­che la bionica. Ovvero «non più la sosti­tuzione dell’uomo con il robot, ma uomo e macchina come sistema integrato, con l’obiettivo di impiantare all’interno del corpo umano dei dispositivi artificiali. Fra quelli correntemente in uso o in avanza­ta fase di sperimentazione, finalizzati al recupero di capacità percettive o motorie, trovano posto dispositivi per la stimola­zione riabilitativa per la terapia del dolo­re cronico, le protesi utilizzate per com­pensare i canali neurali, gli impianti per la neurostimolazione, gli impianti cocleari, gli impianti retinici ecc.».

Di questi avanzamenti scientifici e delle loro ricadute antropologiche si parlerà in modo approfondito a Stresa ( Verbania) da domani a sabato, alla presenza di quasi duecento studiosi provenienti da tutta I­talia: matematici, medici, biologi, filosofi e teologi. L’ambito è il Simposio rosmi­niano, l’appuntamento che si tiene inin­terrottamente dal 1967, quando prese il via con il nome di ‘Cattedra Rosmini’ per iniziativa del grande filosofo Michele Fe­derico Sciacca, che voleva riportare ap­punto la voce di Rosmini nel dibattito cul­turale, e che continua a essere organizza­to dal Centro internazionale di Studi ro­sminiani.

A fare da anfitrione, oltre che a interveni­re come relatore, sarà don Umberto Mu­ratore, direttore del Centro internaziona­le. Una sorta di ‘rappresentante’ ufficia­le del beato Rosmini, il cui pensiero po­trebbe apparire estraneo ai problemi sul tappeto: se ci fu una temperie in cui il bea­to di Rovereto visse e con cui si misurò fu quella dell’idealismo, lontana dall’exploit delle scienze e del positivismo di fine Ot­tocento. Ma, spiega don Muratore, per Ro­smini «l’idealismo non è che una versio­ne sofisticata del sensismo, perché le pre­messe erano identiche. L’idealismo pre­para la strada al nichilismo, riduce la vi­sione dell’essere ad un monismo natura­listico, fa della mente e delle idee che so­no nella mente una cosa sola. L’unica dif­ferenza è che l’idealismo tenta di far usci­re la realtà dall’idea, mentre il positivismo farà uscire le idee dalla materia».

Da qui anche il grande interesse che Ro­smini ebbe per le scienze e il suo sguardo su di esse, che, sottolinea sempre don Mu­ratore, può tornare utile anche oggi: «Pren­diamo le neuroscienze e l’identificazione da parte di molti scienziati del pensiero con la mente che lo pensa, o peggio anco­ra della mente con le sinapsi attraverso le quali essa si eserci­ta. È un voler iden­tificare elementi di essere che, direbbe Rosmini, sono ‘ca­tegoricamente di­stanti’. È più ragio­nevole e chiara la solu­zione rosminiana della ’­sinteticità’: gli elementi fisi­ci, atomici e subatomici sono in grado di manifestarci, ma non di creare, la presenza del sentimento, della vita, del pen­siero ». Il Simposio sarà focalizzato sul contributo che filosofia e teologia possono dare al rapporto fra uomo e tecnica. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano e presidente del Comitato per gli studi superiori di teologia e scienze reli­giose, lo riassume in tre punti, che svilup­perà in un’ampia relazione giovedì: «Il pri­mo – dice – è ricordare di fronte a certo ri­duzionismo che l’uomo è un mistero e che non riusciremo mai del tutto a spiegare e circoscrivere: i perché nella vita umana superano le risposte, anche dal punto di vista scientifico. Il secondo è il contribu­to che può dare il concetto di libertà cri­stiana, fondato sull’uomo creato a imma­gine di Dio, che fa vedere sia i pregi che i limiti di questa libertà: limitata verso l’al­to perché è una libertà partecipata, non as­soluta, e limitata verso il basso per i con­dizionamenti della società e del tempo. Terzo, il concetto di dignità: l’antropolo­gia cristiana scopre la dignità dell’uomo nel momento della sua indegnità. Un con­tributo fondamentale nel momento in cui la società è tentata in certi casi dal passa­re dalla cura della malattia, della debo­lezza o dell’infermità, alla sua selezione». Sembrerebbe di compiere voli pindarici o di saltare tra ambiti lontani e incomuni­canti, ma non è così. Sempre Montanari, che parlerà venerdì su ‘Libertà, coscien­za, macchine’ evidenzia un’evoluzione, verrebbe da dire ‘umanistica’, della ri­cerca sulla cosiddetta intelligenza artifi­ciale: «Una delle acquisizioni più impor­tanti degli ultimi decenni è la consapevo­lezza del ruolo cruciale che gli organi di senso svolgono nell’interazione dell’uo­mo col mondo e della conseguente im­possibilità di un’intelligenza artificiale pri­va di ‘corporeità’. Ciò ha portato all’ab­bandono di modelli astratti-disincarnati dell’intelligenza, quali quello alla base del famoso test di Turing, e allo sviluppo di un rapporto sempre più stretto tra intelli­genza artificiale, ‘cervello senza corpo’ e robotica, ‘corpo senza cervello’. Per pa­radossale che possa suonare, per avvici­narsi all’intelligenza umana l’intelligenza artificiale deve diventare un’intelligenza incarnata».

Andrea Galli – Avvenire, 25 agosto 2014