logo festival biblico 2015Cosa c’è alla radice dello sfruttamento – e, non di rado, della distruzione – dell’ambiente operati dall’uomo nell’ultimo secolo e mezzo? Forse l’origine sta nell’oblìo del posto che egli occupa nel cosmo, nell’ordine del creato. Più o meno consapevolmente, l’uomo ha estromesso dalla definizione di sé il suo essere creatura, il fatto che ognuno di noi è «dato a se stesso». Non considerandosi più parte del creato l’uomo comincia inevitabilmente a guardare e a sfruttare le cose come propri strumenti in funzione del suo potere illimitato. Che cosa può rendere di nuovo ragionevole ai nostri occhi custodire il creato? Il titolo del Festival Biblico ci aiuta: per custodire il creato, bisogna contemporaneamente coltivare l’umano. In termini dolorosi ma esemplari, il libro di Giobbe ci propone la dinamica di questo improcrastinabile recupero dell’umano a partire dal creato. Non è il caso di riproporre qui la storia di Giobbe. È sufficiente concentrarci sul momento in cui egli chiama Dio in giudizio. Gli chiede ascolto fino a giungere all’imperioso: «Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda» (Gb 31,35).

Che cosa è intervenuto tra la ripetuta dichiarazione di fedeltà a Dio nelle prove e l’amaro rimprovero indirizzato all’Onnipotente? Era forse falsa l’iniziale fiducia di Giobbe o subordinata al calcolo che gli venisse risparmiata la sua pelle? Questo insinua Satana, ma i suoi sospetti si rivelano infondati: l’uomo di Us rimane fedele, anche quando la disgrazia si abbatte direttamente sulla sua persona. Riflettiamo un momento su che cosa spinse Giobbe ad innalzarsi fino all’altezza di Dio. Non è forse l’energia della ragione, contrassegno della singolare dignità dell’uomo?

L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non può arrestare la tensione della sua ragione che lo spinge a cercare il perché delle cose. Una ricerca appassionata e, nel caso di Giobbe, legata al senso bruciante dell’ingiustizia subita. Quel punto infinitesimale dell’universo che è l’uomo, un “niente” paragonato con le grandi opere del creato, estremamente debole, è tuttavia capace di alzarsi sopra tutto il creato gridando il suo perché? Lo ha acutamente saputo cogliere Paul Claudel nel suo commento al libro di Giobbe: «Quale voce! Chi mai ha perorato la causa dell’Uomo con tanta intrepida energia?».  A Giobbe che lo accusa d’ingiustizia, mettendo in questione l’ordine morale dell’universo, Dio risponde con altre domande, ponendolo con ironia di fronte ai segni evidenti della sua onnipotenza. «Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza!» (Gb 40,4). Giobbe voleva chiamarlo in tribunale, ma l’Onnipotente fa di più. Dio accetta la sfida fino a decidere di mettersi alla scuola del suo accusatore e invitandolo a salire in cattedra.

Afferma l’esegeta Gerhard von Rad: «Tutti gli esegeti pensano che il discorso di Dio è estremamente urtante perché tralascia assolutamente la richiesta specifica di Giobbe e Jahvé non si abbassa in alcun modo a dare un’interpretazione di se stesso. Non è certo che l’uomo dell’antichità abbia reagito in questo modo. Potrebbe darsi che non si sia molto stupito di questa prova di libertà divina. Giobbe stesso ha compreso molto più in fretta e più immediatamente questo richiamo che il lettore moderno. Dio rinuncia a dire qualcosa che spieghi i suoi “decreti” nell’intenzione di scartare gli equivoci. Egli risponde piuttosto con domande che riguardano la creazione, il suo ordine e la sua conservazione».

Infatti, dopo quattro capitoli in cui Dio lo incalza con inoppugnabili evidenze sull’ordine insondabile della natura, il nostro protagonista cambia radicalmente posizione: «Ecco non conto niente. Che cosa ti posso rispondere?» (Gb 40,4). In un gesto, forse difficile da immaginare, Giobbe si è alzato fino a Dio con la testa china su di sé, guardando se stesso, dimentico di tutto quanto lo circondava, spinto da un bruciante senso d’ingiustizia. Dio, con le sue domande gli fa alzare la testa, gli fa guardare l’ordine armonico del creato. Avviene dunque in Giobbe un’esperienza di conversione.

Il creato non è una sorta di “arredo” o “apparato scenico”. La nostra ragione non è colpita solo perché le cose ci sono. L’esserci delle cose provoca in noi un senso di meraviglia e stupore che è alla base del destarsi dell’io. È davanti a un tu che l’io emerge in modo armonico. È questa la correzione di cui Giobbe, di fronte allo spettacolo della creazione, ha fatto esperienza. C’è una saggezza del creato che parla all’umano. A sua volta l’ecologia umana approfondisce l’ecologia della natura.

Con la genialità del poeta Antoine de Saint-Exupéry ci indica la strada per custodire il creato a partire da una nuova consapevolezza di noi stessi: «Essere umile di cuore non esige che ti umilii, ma che ti apra. È questa la chiave degli scambi. Solo allora potrai dare e ricevere. Io non saprei distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini, ma a Dio. Così è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma al tempio. Quando tu ti rendi utile, tu servi la creazione. La madre è umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla rosa».

Card. Angelo Scola

Avvenire, 28 maggio 2015

beweb nuovoC’è un campo in cui valorizzare non fa rima con ricavare: è quello dei beni culturali ecclesiastici, patrimonio della «Chiesa romana e cattolica che nella storia ha avuto il merito di aver regalato bellezza a tutti, gratuitamente». Questa «è la carità della bellezza», ha sottolineato Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, che ha messo in guardia dal «pericoloso slittamento del termine valorizzazione verso quello di fruttuosità ». «Oggi va di moda una certa visione economicistica dei beni culturali, ma dobbiamo stare attenti a questa deriva», ha scandito intervenendo all’evento organizzato per celebrare la 22ª Giornata nazionale dei beni culturali ecclesiastici. Per Paolucci, c’è bisogno di «educare alla bellezza» e di riappropriarsi della capacità «di guardare, ricordare, stupire, emozionarsi». In quest’ambito i beni culturali ecclesiastici possono diventare un alleato importante: hanno come caratteristiche «l’estensione, la quantità, la qualità, la varietà» e contano «sull’attaccamento forte e vitale delle loro comunità », ma spesso rappresentano «la faccia in ombra della luna dei beni culturali». Occorre dunque lavorare per migliorarne la conoscenza, l’accesso, la fruibilità. Anche grazie agli strumenti della Rete e del mondo digitale.

L’atteggiamento che ci guida non è usare la tecnologia per la tecnologia o perché tutti lo fanno, ma utilizzarla per presentare una realtà che ha la sua identità», ha chiarito monsignor Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici, presentando i progetti e le sperimentazioni in atto. È ad esempio già online BeWeb (www.chiesacattolica.it/beweb), il portale che mette a disposizione tre milioni e 800mila beni storicoartistici, 65mila edifici di culto, 500 mila record bibliografici, fondi archivistici e un annuario con circa 1500 istituti culturali tra archivi, biblioteche e musei.

BeWeb è stato progettato «in base alle esigenze delle persone, con un’attenzione all’usabilità e alla possibilità di esplorare, ma anche di ricercare e consultare, e con la capacità di adattarsi a diversi dispositivi», ha spiegato Federico Parrella del Centro servizi per i beni culturali. Al portale, gli ha fatto eco Leo Spadaro, si affiancano le app “Cattedrali d’Italia” e “Istituti culturali” che saranno disponibili a breve, mentre sono in fase di sperimentazione alcuni progetti diocesani. «L’app che consente la visita della chiesa dei Santi Apostoli di Firenze – ha annunciato Spadaro – sarà presentata in anteprima ai partecipanti al Convegno ecclesiale nazionale di novembre».

Stefania Careddu – Avvenire, 14 maggio 2015